Pubblicato da: lastejan | 15/02/2017

Accenni di mobbing

Le ultime settimane in cui avevo lavorato per l’agente immobiliare, anni fa, erano state molto brutte: il capo faceva vaghi cenni per farmi capire che non mi sacrificavo abbastanza per il mio ambiente lavorativo (ovvero che non pulivo né le finestre, né soprattutto il cesso, e sti cazzi), la sua compagna mi tendeva veri e propri agguati all’orario di entrata per farmi notare gli eventuali tre minuti di ritardo.

Allora la vivevo come una situazione estremamente sgradevole e incomprensibile. Perché, se prima era così soddisfatto, il capo mi trattava così male? A posteriori so che mi sarei dovuta alzare e mandarli signorilmente a cagare. Mi facevano pressione, lui per compiti che non mi toccavano minimamente e lei che non ne aveva assolutamente il diritto non essendo né mia superiore, né una collega, e cercavano probabilmente di convincermi a licenziarmi. Non ci sono riusciti e mi hanno solo non-rinnovato il contratto. Amen.

Quasi quattro anni fa venivo terrorizzata da telefonate al vetriolo della Presidente Piangente, che mi urlava che il sito non le piaceva, mentre io disperata continuavo a dirle che io non ero un’informatica, ma una laureata in lettere, e che quindi non ci potevo fare nulla. Dopo giorni di terrore telefonico, l’ho mandata a cagare e le ho sbattuto il telefono in faccia rassegnando le mie dimissioni dal consiglio direttivo.

Pochi giorni dopo venivo praticamente costretta a “riappacificarmi” con lei, che aveva minacciato di andarsene lasciando l’associazione nel caos, perché non c’era nessuno pronto a sostituirla e la sua è una carica che deve esserci per forza.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, ma io non ho dimenticato e continuo a considerarla come un serpente velenoso: affascinante dal punto di vista scientifico, ma pur sempre velenoso. Negli ultimi mesi la sua tendenza a dare i numeri è esplosa e ha cominciato a terrorizzare con le sue scenate prima la vicepresidente (che è la DonnaDepri, mica un agnellino, e che infatti le ha reso pan per focaccia e l’ha mandata a spigolare), poi la segretaria, poi me, poi la tesoriera.

La tesoriera gliene ha dette quattro, spingendola (oh, santa tesoriera!) ad annunciare le sue dimissioni anticipate. La segretaria le ha detto di smetterla di parlarle come se fosse una scolaretta. Io… io no. Io ho smesso di rispondere alle sue mail nel fine settimana. Se chiama non rispondo subito, ma lascio passare molto tempo e poi eventualmente richiamo. Tutti accorgimenti per farle capire che non sto qui a pettinare le bambole come lei, ma a crescere una famiglia e, nella cornice di un contratto estremamente limitato, occuparmi solo ed esclusivamente di alcuni compiti riguardanti l’associazione.

Lo so, avrei dovuto mandarla a quel paese pure io, ma non voglio litigare. E’ il mio incubo, anche solo a pensarci mi sento un nodo allo stomaco e mi viene il cattivo umore. Non voglio discussioni, le rifuggo come la peste. Con lei, sia ben chiaro. Il motivo è che non portano a niente, perché è una vecchia rincoglionita e prepotente.

Però non sono neanche ingenua come in passato. Alla quinta email in cui mi chiedeva di risolvere problemi informatici inesistenti (come il ranking di google a seconda delle chiavi di ricerca che immetteva: ma che cacchio c’entro io con le sue ricerche su google??) e di fare cose che non mi spettano e che durano ore, ho… no, non l’ho mandata a cagare. Ho chiamato la segretaria e le ho chiesto consiglio. Cosa risponderle? Come porre un freno alla sua faccia da culo?

Così le ho mandato una mail cortese e asciutta in cui le comunicavo che sì, la sua proposta di cambiamento (disinstallare un plugin, installarne un altro, costruire dal nulla un’altra pagina – inutile! – del sito) era fattibile, ma in molte ore di lavoro. Siccome io questo mese ho già superato di molto il mio contingente, non avevo il tempo di farlo. Punto, cari saluti.

So già che arriverà una risposta velenosa. E’ offesa a morte per un sacco di motivi: nessuno l’ha supplicata di restare quando ha annunciato le dimissioni, nessuno (io in particolare, ha anche cercato apertamente di tirarmi dalla sua) ha preso le sue parti nella discussione con la tesoriera, io le ho dovuto far notare un errore enorme che aveva pubblicato e mandato a tutti i soci,… boh, chissà quante e quali altre seghe mentali si fa.

Tant’è che mi ha messo sotto pressione. Se squilla il cellulare, ho paura che sia lei. Se mi arrivano delle mail, ho paura che siano sue. Ho paura di dover interagire con lei e non vedo l’ora che arrivi agosto per levarmela dalle palle.

Oggi ho capito che anche questo, seppure in piccolo, è mobbing: tormentarmi con diversi mezzi di comunicazione dando ordini su cose che non sono di mia competenza e ben al di fuori di accettabili orari lavorativi, soprattutto per una che ha un contratto che comprende circa 4 ore al mese, è in maternità e ha tre figli.

E niente, l’unica consolazione è che c’è una fine in vista e che lei è sola nel suo delirio di potere. Certo che se hai i deliri di potere quando sei la presidente onoraria di un’associazione culturale con 180 soci, sei veramente alla canna del gas…

Pubblicato da: lastejan | 10/02/2017

La prima pagella

Ho sentito che entrava, forse ho percepito la luce accesa in corridoio. In ogni caso sapevo che stava per svegliarmi ancora prima che parlasse. Il Pupo ha fatto più piano che poteva, ma io mi sono girata di scatto e ho bofonchiato “… ‘cazzo c’è?” come se non fosse mio figlio, a svegliarmi, ma un coinquilino particolarmente rompipalle che tornava ubriaco alle quattro del mattino.

Povero Pupo. Purtroppo a quell’ora non ho il controllo del linguaggio, figuriamoci delle parolacce.

“Mamma”, mi annuncia ferale, “ho un problema grosso.”

(Ha fatto la pipì a letto) “Arrivo.” e con insolita velocità lo seguo in camera sua.

(Ha fatto la pipì a letto) “Non so cosa sia successo, dormivo, e poi ho sognato…” (hai fatto la pipì a letto?) “… che andavo in bagno.” (… hai fatto la pipì a letto.)

“E poi mi sono svegliato e… avevo fatto la pipì a letto. Mi dispiace.”

“Ma figurati, succede! Dai, vai in bagno, cambiati, qui per ora ci mettiamo un asciugamano, tanto è pochissimo e ti rifaccio il letto mentre sei a scuola.”

Ho avuto fortuna, perché lui non è tipo da far la pipì a letto e si è svegliato praticamente subito, se no mi sarei trovata con il materasso zuppo.

E’ andato in bagno, si è cambiato, poi si è seduto sul letto con aria contrita. “Pupo, non ti devi vergognare, può succedere.” “Ma io non so perché, è stato così strano: nel sogno mi scappava la pipì, allora andavo e poi… non ero in bagno.”

“Sai che è successo anche a me? Uguale uguale, anzi, peggio: nel sogno andavo in bagno, e nel letto ho tirato su le ginocchia come se fossi seduta e ho tirato giù le mutande e il pigiama, e l’ho fatta. Tutta, non due gocce come te.”

“Davvero?”, un sorriso lo illumina.

“Sì, davvero. E’ stato davvero orribile, il letto era fradicio e io mi vergognavo di chiamare la mia mamma. Così, siccome ero molto bassa, mi sono arrotolata tutta sul cuscino e ho continuato a dormire lì, sull’unica isola asciutta.”

“Ma dai!” “Sì, giuro! Quindi non ti vergognare, succede!” (è successo davvero, eh, proprio alla sua età)

Torna a dormire, io pure.

Alle sei e spicci Ranocchietta si sveglia e comincia a gorgogliare tutto allegro. Allora mi alzo, lo porto di là, poi si alza il Pupo… e il Pupino? Dorme della grossa.

Non lo svegliamo fino all’ultimo, perché ci fa pena e perché si fa colazione molto più tranquilli. Poi mando il Pupo a svegliarlo (“Gentilmente, mi raccomando”) quando proprio non possiamo più aspettare.

“Mamma…” annuncia funereo, “Fatto la pipì addosso.”

E non erano due gocce, oh no: erano litri di roba, una puzza di pipì che manco dopo la sagra della birra, il letto zuppo, così come tutto il suo pigiama. Tempo rimanente prima di dover uscire? 15 minuti. Merda.

Scarico Ranocchietta a suo padre, mando il Pupino in bagno, il Pupo e io ci vestiamo, poi faccio la doccia al Pupino, quando esce io lo vesto, mentre il Pupo gli asciuga i capelli col phon. Poi il Pupo si mette la giacca e il Pupino vagola come un’anima in pena per l’ingresso chiedendo una colazione che ormai non può più fare, mentre io imburro e immarmellato (sì, mi concedo un orrendo neologismo) il pane e glielo metto nello zainetto (perché non l’ho fatto prima??).

Metto la giacca al Pupino, gli giuro che potrà mangiare tantissimo all’ora di merenda all’asilo, allaccio le scarpe al Pupo che sa elencarti tutti i reparti dell’esercito napoleonico, ma i nodi proprio non gli entrano in testa. Mi ricordo di mettere anche io una giacca, metto cappelli a destra e a manca, spingo fuori il bestiame, urlo al Consorte di alzarsi, mentre lui risponde “Ma questo mi sta mordendo le dita! E non ha neanche i denti!”, e via, corriamo fuori.

Puntuali, nonostante la pipì.

Il Pupo saltella come un coniglietto, oggi riceverà la sua prima pagella ed è eccitatissimo, io credo che sia questo il motivo della pipì a letto. Quello che non sa è che, nonostante tutte le mie rassicurazioni che i voti non sono importanti, che io so che lui è bravo anche senza vedere una pagella, che blabla, in realtà anche io me la sto facendo sotto dall’emozione.

Sono una di quelle mamme fissate coi voti. Non credevo che lo sarei mai diventata, e invece lo sono. Amen, mi reprimerò per i prossimi… (breve calcolo mentale e con le dita)… 15-20 anni, ad occhio e croce. Beh, dovrei farcela.

Vai, Pupo, che i voti non contano niente. Se non ti dà il massimo chi se ne frega… tanto so dove abita e le vado a tagliare le gomme.

Pubblicato da: lastejan | 06/02/2017

Io e lui

L’ho visto di persona la prima volta alla serata di musica natalizia popolare: io ero sul palco col quartetto, lui era in prima fila col figlio minore addormentato sulle gambe. Mi è stato subito simpatico, pensando che mio marito era fuori dalla sala a intrattenere il nostro primogenito scalmanato.

Non lo conosco di persona, ma la sua facciona paffuta sorride da tutti i giornali locali, e a volte, quando lo indagano per abuso d’ufficio, anche su quelli nazionali.

Lui mi ha sempre fatto una buona impressione, pensavo fosse uno capace. Forse lo è, ma evidentemente è anche un bravo politico, perché è chiaro che non è un esempio di onestà ma riesce a sembrarlo a un pubblico poco informato.

Io vorrei lavorare nella cultura, lui è assessore alla cultura da un sacco di anni.

Io ho bisogno di rendere più conosciuta l’associazione culturale in cui lavoro, lui ora è il sindaco.

Lo incontrerò mercoledì mattina. Io cercherò di essere elegante e di dimostrare più anni di quelli che ho, perché in questa regione pare che l’età e la capacità di fare siano indissolubilmente legate, nonostante ciò sia una cretinata.

Lui avrà la solita zazzera bionda, gli occhi piccoli e azzurri, i denti un po’ sporgenti e una di quelle inguardabili giacche verde pisello o giallo senape, che lo fanno sembrare più un semaforo che un sindaco.

Presenterò l’associazione culturale come un punto d’incontro per i miei e i suoi connazionali, un’occasione di integrazione, parola magica di questi tempi. Gli proporrò una collaborazione bluffando un po’, perché mi mancano ancora alcuni elementi per il progetto, ma l’importante è che l’idea gli piaccia e che gli resti stampata in testa la mia faccia, la mia presentazione e il collegamento con l’associazione. Voglio che fra pochi anni, quando anche Ranocchietta andrà all’asilo e io potrò impegnarmi di più sul fronte lavorativo, se gli capita sott’occhio il mio nome lui pensi “Ah, quella, bene!” e non “Chi?” né “Oddio, no”.

Per l’ultima opzione potrebbe essere responsabile quella pazza ormai incontrollabile della Presidente Piangente, che viene con me perché è la presidente e perché ha un “prof.” nel nome che fa tanto figo.

Ho paura che tiri il pacco senza avvertire, facendomi fare una figuraccia. Ho paura che NON tiri il pacco, ma che si metta a balbettare e le vengano le lacrime agli occhi perché non sa cosa dire. Ho paura che invece si metta a parlare a macchinetta e spari un sacco di banalità sprecando i 30 minuti a disposizione. Ho paura anche che abbia un sussulto di orgoglio ferito e sbotti dicendo che tanto lei non c’entra niente col progetto perché ad agosto se ne va, facendomi fare la figura della cioccolataia (che espressione curiosa, chissà da dove viene?).

Ho paura, insomma, della variabile PP, imprevedibile e incalcolabile perché nemmeno lei stessa sa cosa farà nei prossimi cinque minuti. Forse piangerà, forse riderà. Forse si chiuderà in un silenzio stupito e stupido e farà flap flap con gli occhi ingranditi dalle lenti spesse. Forse invece si comporterà in maniera esemplare, come faceva agli inizi, e ci farà fare una splendida impressione.

Però, a parte lei, sono positivamente emozionata e impaziente per questo incontro con quest’uomo, che non dovrebbe tirarsela tanto visto che regna su appena sessantamila anime di vaccari e piccoli imprenditori, ma che può essere di grande importanza per una come me, tra questi sessantamila vaccari e piccoli imprenditori.

Pubblicato da: lastejan | 04/02/2017

Di frutta e verdura fuori stagione

E’ una cosa simpatica poter fare una peperonata o un risotto con gli zucchini in pieno inverno, ma non è una cosa scontata. La verdura ha le sue stagioni, e così come non pretendo dei mughetti dal fioraio a dicembre, non posso indignarmi se gli zucchini adesso vengono 4 euro al chilo e sono brutti e senza sapore.

(Piccola parentesi sugli zucchini e mia suocera: “Ah, una volta qui gli zucchini crescevano così bene! Ci uscivano dei bestioni da mezzo chilo l’uno!” “Però li dovresti raccogliere prima, quando sono piccoli e gustosi!” “Ma no, li lascio crescere il più possibile, così ne ho di più.” “Più crescono, più perdono sapore, ma scherzi? Invece di mangiare zucchini, mangi un vegetale qualunque che sa di acqua!” “Beh, ma così NE HO DI PIU’.” Come non detto, la sua ignoranza alimentare è senza ritorno. Il bello è che se io faccio una pastasciutta con panna e zucchini VERI, lei è la prima a lanciarsi in lodi sperticate, perché in via eccezionale sente il sapore degli zucchini, ma poi torna senza problemi alle sue verdure da discount che “più grande è, meglio è”. No, suocera, le dimensioni non contano, come si suol dire…)

La frutta e la verdura sono piante e crescono bene solo in determinate stagioni e regioni. Al di fuori di esse, o ci rinunci, o le paghi tanto, e inoltre sono di serra, quindi hanno meno sapore, oppure vengono dall’altra parte del mondo.

Negli ultimi anni sono diventata più sensibile al tema del trasporto dei vegetali, all’inquinamento che esso causa, e in generale evito quelli che vengono da troppo lontano. Faccio un’eccezione ogni tanto, magari per il compleanno del Pupo a marzo compro un cestino di fragole di serra spagnole per fargli la torta che desidera. Poi le banane, vabeh, ormai sembra di non poter vivere senza le banane, i miei figli ne vanno pazzi e ovviamente non le coltivano in Tirolo. Però lascio stare i pomodori marocchini, prendiamo l’ananas una o due volte all’anno, rifiuto quasi in toto l’onnipresente verdura spagnola, soprattutto perché va a male nel giro di 24 ore, a volte meno, e mai, mai più mi piegherò a comprare i pomodori di serra olandesi. Li compravo a Berlino, quando la nostalgia dell’insalata di pomodori mi uccideva, e poi mi ritrovavo con sta roba insapore e deprimente e avevo ancora più nostalgia. Ricordo una fiera alimentare in cui avevo assaggiato delle fragole vere, calabresi, di stagione, e quasi mi veniva da piangere per l’ondata di ricordi sensoriali che mi aveva investita. Da allora non compro più le fragole a meno che non siano di stagione e anche relativamente vicine (Austria, Italia, ma non più in là).

Negli ultimi giorni ho letto titoloni su giornali italiani e tedeschi e austriaci che annunciano tempi di carestia vegetale, e come se non bastasse mia zia al telefono mi ha confermato la penuria di zucchini. “Sei euro al chilo! Ma ti rendi conto?!” “Beh, sì, infatti non dovrebbero esserci proprio!”

Non possiamo fare a meno degli zucchini a gennaio, davvero? Non c’è nient’altro da mangiare? “In Inghilterra razionate le verdure, solo 2 broccoli a testa” “In Austria l’inverno rigido fa esplodere i prezzi di frutta e verdura” e una foto di uno scaffale traboccante peperoni, melanzane, insalata, zucchini…

In realtà anche io adesso ho due peperoni (piccoli, stitici) e un’insalata in frigo, però non mi lamento se costano tanto. E’ tutta roba austriaca o italiana, ma viene dalle serre, è ovvio che gli agricoltori hanno più spese. Avrei anche potuto prendere l’uva israeliana o i pomodori egiziani, non costavano praticamente niente, ma no, non voglio. Il Pupo dice “Giusto, non la vogliamo la verdura egiziana, puh!”

No, gli ho spiegato, non è perché non è buona: in Egitto e in Marocco, in Israele e in Argentina hanno della verdura molto buona, ma viene da in culo al mondo e spesso da paesi che non hanno neanche lontanamente gli standard europei per quanto riguarda fertilizzanti, pesticidi e inquinamento atmosferico. Viviamo in una zona con un clima piuttosto buono e confiniamo con l’Italia, dove crescono pure i vostri adorati kiwi, quindi preferisco quello che viene da vicino e che sostiene i contadini che vivono vicino a noi.

La mia coinquilina iraniana aveva raccontato che loro mangiano tantissimo pollo, e che sanno che è imbottito di ormoni al punto di modificare la crescita dei peli femminili (lei aveva i baffi), ma è l’unico pollo che possono comprare. Brrr.

Con ciò cosa voglio dire? E’ bello poter avere tutto ovunque e sempre, ma ha il suo prezzo, non solo per le nostre finanze individuali. Dopo questi articoli che trasudano Problemi da Primo Mondo da tutti i pori, ho deciso che riprenderò ad andare al mercato contadino il mercoledì mattina a comprare la verdura fresca di stagione. Sarà un inverno di cavoli, radicchio e spinaci, sarà un inverno sano. Con ancora più gusto cambieremo menù in primavera.

(Però ho anche il tris findus di mais, carote, piselli in congelatore, che non sono certo una maestra di coerenza.)

Pubblicato da: lastejan | 01/02/2017

Le cose che sto facendo

Sono presa in un vortice di attività, per la maggior parte piacevoli, per cui non riesco a scrivere qui, anche se da raccontare ce ne sarebbe…

Ranocchietta, che assomiglia sempre di più a un cucciolo di ippopotamo, sta benone ed è “alto” 69 cm. 8,7 kg di simpatia, che continuo a portare nella fascia quando posso, perché il passeggino soprattutto in inverno è una rottura di scatore. E la neve, e il bagnato, e le mani fredde… invece nella fascia ce lo infili dentro, lui si addormenta e ciao, se voglio posso anche andare a lezione di zumba. Se voglio, però sappiamo bene che piuttosto che fare una qualunque forma di movimento mi prenderei a martellate sui piedi.

Il Pupino ha scelto una versione diplomatica della gelosia verso suo fratello minore: ogni volta che mi occupo del piccolo, il Pupino mi si arrampica addosso e lo accarezza e bacia appassionatamente, finché non faccio delle coccole anche a lui. Allora si ritiene considerato e smette di accarezzare ferocemente quel povero cristo. E’ interessante vedere come le carezze e i baci diventino sempre più pericolosi a seconda del tempo che passa prima che io gli faccia delle coccole. Tipo che comincia con le carezze e finisce a badilate.

Il Pupo è sempre in crisi con i compiti “facili”, che si rifiuta di fare perché “colorare si fa all’asilo, scusa ma adesso sono a scuola e io non ce n’ho più voglia di colorare!”

Come dargli torto? Eppure glielo dò, perché devo, e lo convinco a finire di colorare gli omini che pattinano, sciano e fanno slittino sulla fotocopia illuminante “sport invernali”.

A parte questo, mi sembra che si stia prendendo una cotta per V., la figlia della mia amica sudtirolese. A quanto pare si è sentito in dovere di diventare suo amico perché io sono amica della madre (“… e allora ho pensato, scusa, ma… allora anche io devo essere amico suo, no?”), e poi si è accorto, dice, che lei è molto simpatica e anche veramente brava. E insomma, gli occhioni scuri di V. han fatto colpo. Tutto ciò non piacerà però a E., la Migliore Amica del Pupo, perché lui, un classico, la vede come un’amica, mentre lei mi sembra presissima. Il fatto che in tedesco “il mio ragazzo” e “il mio amico” si dicano allo stesso modo di certo non facilita le cose.

Io sto facendo un sacco di cose belle con la musica e a fine febbraio ci sarà un saggio. Io, lanciatissima, farò un movimento di una sonata accompagnata col pianoforte e credo addirittura due brani col trio, roba bella pesa.

Sul fronte lavorativo c’è maretta: le cose che faccio io funzionano benissimo, ma la Presidente Piangente ha mandato una mail lacrimevole dicendo che dà le dimissioni a partire da fine agosto, perché Tutto Il Peso Grava Sulle Sue Spalle (cito testualmente!) e la Struttura Della Sua Personalità Non E’ Adatta A Sopportare Questa Pressione (ha scritto proprio così!).

E io che ti devo dire? Prego, l’uscita è di là!

Solo che ora abbiamo: una Presidente Piangente dimissionaria, una vicepresidente Donna Depri dimissionaria da mezzo anno e mai sostituita (per accidia, perché io era da mesi che facevo proposte), e ora che fanno? Niente, si piangono addosso. Ora dovranno convocare un’assemblea dei soci e chiedere a qualcuno di Farsi Avanti, solo che sanno bene che nessuno ne ha l’intenzione.

Forse mi Farò Avanti io. Appuro di poter mantenere il mio minicontratto, e se è possibile allora mi candido io. Chissà come reagirebbero i 30 soci scarsi che vengono all’assemblea. La Donna Depri probabilmente emanerebbe scetticismo in un raggio di 20 metri. C’è anche il rischio terribile che lei si Faccia Avanti, e allora ciao, tanto varrebbe chiudere baracca e burattini, perché lei non vuole fare niente e non vuole neanche che gli altri facciano qualcosa.

Essere presidente implicherebbe più lavoro (non pagato), ma che io farei in un decimo del tempo della Presidente Piangente. In fondo non si tratta di altro che di organizzare una manifestazione al mese, è lei che ne fa una questione di stato. Poi se riuscissi a fare andare le cose come dico io, magari potrei farmi pagare, pardon, pagarmi di più.

Boh, vediamo cosa succede.

C’è sempre la remota possibilità che la P.P. si ricordi di non avere un cazzo da fare nella vita e ritiri le dimissioni… sarebbe un disastro, visto che veramente la sua personalità (leggi: pessimo carattere) non le permette di portare un simile peso (leggi: fare le cose quando vanno fatte) sulle sue fragili (=isteriche) spalle.

Speriamo che non succeda. Magari le mando una lettera anonima di lamentele per minare ulteriormente la sua autostima 😀

Pubblicato da: lastejan | 22/01/2017

Di pisellini e sofferenze

Trovo la circoncisione dei bambini una pratica barbara. Non me ne frega niente di quanto sia bello un pisello circonciso e di quanto sia più igienico e sano: operare un bambino per motivi religiosi è una porcata retrograda. Tanto più che basta vivere in Europa per capire che si può vivere sereni e felici con un pisello dotato di prepuzio e non sentire mai la mancanza di una circoncisione, né farla sentire alla propria moglie.

Siccome però ho la sfortuna di avere non uno, ma due figli su tre con la fimosi (prepuzio che non si lascia “tirare indietro” a scoprire il glande, e nel peggiore dei casi ci cresce pure attaccato), e il terzo è ancora presto ma sembra che sia messo meglio, quest’anno ho dovuto far circoncidere mio figlio maggiore. Da grande avrebbe avuto problemi insormontabili col suo attrezzo e comunque c’è un grande pericolo di infezioni. Quindi dopo ripetute visite da diversi medici e tentativi di “ammorbidire” con creme al cortisone, venerdì scorso è stato operato.

Nel corso della settimana ho letto decine di pagine di forum di madri preoccupate per i pisellini dei propri pargoli, di uomini che confrontano foto dei loro piselli post-op lanciandosi in descrizioni minuziose dei lividi e delle croste giorno dopo giorno e decantando le qualità quasi sovrannaturali dei loro bolidi nuovi di zecca. “Com’è bello! Molto meglio di prima!” “Non ti preoccupare per il dolore bestiale: fra poco tempo potrai anche strofinartelo con l’asciugamano!” Sono perfino capitata sulla pagina di un rabbino che spiegava che se schnip-schnappi tuo figlio neonato è meglio, perché ha poca sensibilità al dolore (ricordo flash di un articolo che descriveva l’altissima mortalità neonatale ai tempi in cui, convinti che i neonati fossero “meno sensibili al dolore”, i medici li operavano senza anestesia), e che lui te lo fa senza problemi, ma se proprio insisti puoi anche portare un medico alla cerimonia per sicurezza. Dio Cristo.

Mi tormentavo con queste letture perché l’attrezzo del Pupo continuava a fargli un male bestiale, mentre quasi tutti dicevano che il dolore diminuiva sensibilmente già dopo un paio di giorni, e aveva assunto colorazioni preoccupanti. La pediatra: “Nonono, bellissimo, perfetto, sta andando benissimo!”

Si svegliava di notte urlando, aveva il terrore di fare la pipì, gli si incollava sopra qualunque tipo di braghetta portasse. Torniamo dalla dottoressa. “Dottoressa, a me sembra che abbia un aspetto spaventoso e anche lui è molto preoccupato.” “Nononono, appostissimo!” “Scusi, io ho letto che in genere dopo due giorni fa meno male, anche chi conosco e l’ha fatto me lo conferma.” “Ah, ma il suo era incollato, quindi ovviamente ci mette molto di più a guarire, deve ricrescere la pelle. Ma è normalissimo!” “Ma senta, è sicura? Anche quella terribile vescica?” “Vescica? Dove? Come?” “Non la vede?! Qua!” “Oh, già. Ah, ma sapete cosa? Andate all’ospedale, che è qui di fronte. Se devo essere sincera, io di circoncisioni non ne so quasi nulla.”

Ah, adesso me lo dici, stronza bastarda coglionazza? L’hai fatto patire tre giorni in più invece di dire subito che non ne sai un cazzo?

Andiamo all’ospedale, aspettiamo forse una decina di minuti e poi il pronto soccorso di chirurgia, impietosito dall’età del paziente e dalla stazza dell’infante che portavo in fascia, ci fa passare prima di svariati pazienti, che per fortuna lo sono di nome e di fatto.

Nella saletta delle visite passiamo i dieci minuti più terribili della nostra vita. Se siete impressionabili saltate il prossimo paragrafo.

La vescica c’era, era infetta, quindi il dottore l’ha forata, con una pinzetta lunghissima ha tolto un brandello di pelle (morta, credo, ma quella nuova sotto ancora non era pronta) e ha disinfettato il tutto. Io ho tenuto fermo il Pupo, che urlava disperato, mentre un’infermiera continuava a giurargli che era quasi finito, solo un attimo, sei bravissimo. Mi sono sentita un mostro, un boia, a tener fermo mio figlio mentre qualcuno gli spellava il pisellino. So che era necessario, ma in quel momento è proprio così che mi sono sentita.

Il dottore vedendomi piangere quasi quanto lui ha detto “Lo so, ora è terribile, ma gli passerà prestissimo e se lo dimenticherà completamente.” Sì, lui. Io no.

Quando siamo usciti, lui faceva fatica a camminare e ci abbiamo messo un quarto d’ora a tornare alla macchina. Non ha più pianto, non ha più protestato, mi ha solo chiesto di giurargli che nessuno gli avrebbe mai fatto più nulla del genere. Io gli ho detto che ora dovrebbe essere passato il peggio, ma non me la sentivo di giurare qualcosa di cui non ero sicura. Lui ha una memoria di ferro.

Dopo un paio d’ore davvero difficili, nel pomeriggio improvvisamente ha cominciato a stare meglio. Ha ricominciato a essere iperattivo, rumoroso e insopportabile, il che per una volta mi ha fatto piacere. Alle cinque tutti i bambini erano stanchi e io avevo già le allucinazioni, quando ha suonato il campanello l’anziano vicino e mi ha attaccato pezza. Mentre cercavo di resistere al torrente di parole (“Ho misurato la temperatura, sa? La temperatura dei tubi! Ho un apparecchio apposta! E sa quanto era? Eh? Lo sa? Fino a SESSANTADUE gradi! Ma si rende conto? E Le dirò un’altra cosa: ho misurato anche la temperatura del boiler in cantina, e sa cosa…?”), si è sentito un urlo di dolore da Ranocchietta, per cui ho chiesto scusa al vicino e gli ho finalmente sbattuto la porta in faccia: il Pupo per stupidità gli aveva fatto male, e quando l’ho sgridato ha fatto una scenata orrenda dicendo di non voler mai più rivedere suo fratello piccolo (che invece adora, va là!) e infine si è addormentato come un ciocco.

Si è risvegliato 13 ore dopo, allegro e affettuoso.

Ora il suo attrezzo sta riacquistando un colorito e una forma umane e domani torna a scuola. Ieri è andato alla festa di compleanno della sua amica E., avvenimento che ha dato il via all’argomento che temevo da un anno: “Mamma, dove facciamo la festa per il mio compleanno?”

E niente, direi che questo dramma è passato, e ora è iniziato il prossimo, per fortuna molto meno serio: dove cazzo faccio festeggiare il compleanno a mio figlio, visto che ormai è inevitabile invitare altri bambini e che casa mia è già troppo piena di nani e cose?

Alla prossima puntata!

Pubblicato da: lastejan | 07/01/2017

Intelligente e detestabile

“Beh, non è mica tanto 11 euro per due piatti di questa cosa buonissima”, nota il Pupo mentre lui e suo fratello divorano la porzione per bambini (che basterebbe anche a un adulto) di gnocchi dolci al papavero.

“E tu che ne sai che costano undici euro?”

“Sul menù c’era scritto 5,50 €. Per fare un euro ci vogliono cento centesimi, cinquanta più cinquanta fa cento, cinque più cinque fa dieci, più un euro diventano undici.”

E bon, tu resti lì a bocca aperta a contemplare questo miracolo della natura, a chiederti se sia davvero figlio tuo o piuttosto se non sia stato scambiato col figlio di due ingegneri nucleari pakistani. Certo, l’aspetto suggerisce che sia decisamente figlio tuo, ma queste conoscenze matematiche, mentre a scuola prima delle vacanze hanno fatto il numero 9, sono sempre un po’ surreali.

Poi interviene quel genio pedagogico della suocera che esclama “Ma sei bravissimo! Non ti rompi le palle da morire a scuola, mentre i tuoi poveri compagnucci stentano a fare 2+2?” e io dall’altra parte del tavolo gesticolo come una pazza e scandisco col labiale “NOOOO!”, perché perfino un criceto capirebbe che non bisogna pompare l’ego di un bambino facendogli credere di essere superiore ai suoi compagni di classe, ma lei non lo capisce.

E questa è una parte del carattere del Pupo.

C’è l’altra parte, invece, che è uscita di prepotenza da quando siamo tornati dalle vacanze e che stamattina è esplosa nuovamente. Metto in tavola la colazione, pane con burro e marmellata e un bicchiere di latte, e lui fa una faccia schifata. Così schifata che mi sale la signorina Rottermeyer e dico “Ah sì? Bene, allora la tua colazione te la scordi.”

Al che inizia il delirio. Prima fa finta di niente, guarda suo fratello che mangia e lo stuzzica. Arriva a farlo reagire, poi lo “punisce” picchiandolo con un sonaglietto di Ranocchietta. Abbaio un ammonimento, esco dalla stanza e sento il rumore del sonaglietto e il Pupo che dice al Pupino “Ne vuoi un’altra? Eh? Ne vuoi un’altra?”

Ha passato il limite, gli dico di andare in camera sua a calmarsi. Lui inizia a urlare che non andrà da nessuna parte, io gli ripeto che in soggiorno si sta con gli altri, e lui ora non sa stare con gli altri, quindi se ne deve andare. Urla che lui fa quello che vuole e io devo stare zitta. Lo tiro per un braccio, lui mi picchia per liberarsi. Lo porto fino alla sua camera e lui mi urla (per la seconda volta in 6 giorni), che sono la madre peggiore che abbia mai visto e che preferirebbe che io non ci fossi. Dopodiché entra e per me la questione è risolta.

Dopo poco esce e torna in soggiorno. “Vai in camera tua, sei in punizione.” “Io faccio quello che voglio.” “Non ci siamo capiti, sparisci.” Stessa scena di prima con urla e insulti (da parte sua, io sto cercando di imparare a non escalare ulteriormente la situazione), poi si ferma sulla soglia e sta lì. Suo fratello però vuole andare a giocare, così alla fine lo segue e sono entrambi in camera loro a giocare. Dura pochissimo, si sentono delle urla e il più piccolo piange: si è preso una sberla. Porto via il piccolo, lascio dentro il grande. Il grande ricomincia con urla e stridore di denti. Il Pupino non resiste e si avventura di nuovo nella tana del leone, fuggendone poco dopo perché si è preso una librata in testa. “Pupo, stai attento, stai qua dentro e guai se ne fai un’altra.” Esce di nascosto, va a prendersi dell’acqua (concessa dalla convenzione di Ginevra) e mi guarda pieno di scherno. Gli dico di tornarsene in camera, e lui non solo mi dice che lui Fa Quello Che Vuole, ma che ne ha abbastanza di me, che preferirebbe che non ci fossi, che anzi potrei andarmene a stare da un’altra parte per una settimana almeno e lasciarlo in pace.

E niente, la mattinata va avanti così dalle sei e mezza. Io ho la sinusite, quindi dolori alla faccia e alla testa. Mi sto riprendendo da un raffreddore spaventoso e sono ancora mezza rintronata, e ho le palle che girano come pale di un mulino.

Il Pupo: intelligente, sensibile, generoso e odioso. Educatissimo e maleducato fino al midollo. Snervante, violento e protettivo.

E io (e l’Uomo) sempre a fare la parte della signorina Rottermeyer, che odio, mentre i nostri parenti si scandalizzano per la nostra eccessiva severità con un bambino così adorabile. “Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può dare cattivo esempio.”

Pubblicato da: lastejan | 02/01/2017

Primo giorno di lavoro dell’Uomo

Oggi l’Uomo ricomincia a lavorare. Non ricordo se avevo scritto dovecomequando, ma per chi dovesse essersi sintonizzato solo adesso, riassumo: studio di ingegneri, reparto amministrativo, a 210 metri da casa, botta de culo.

I bambini sono un po’ stupiti dalla nuova situazione, perché è stato disoccupato per quasi un anno e mezzo (per gli altri che si sono sintonizzati solo adesso: non crediate che basti varcare il confine per trovare un lavoro, purtroppo non è così). Il Pupo dice “Papà può lavorare di nuovo!”, ma poi dopo un’ora chiede già quando torna. Il Pupino non capisce che cacchio stia succedendo, perché quando è tornato da Vienna lui aveva poco più di due anni e ora non sa neanche cosa significhi avere papà fuori di casa 8 ore al giorno.

L’asilo e la scuola sono ancora chiusi, così io sono sola con tre pargoli tutto il dì. Loro potrebbero fare qualunque cosa, ma hanno deciso che l’attività più divertente è chiedermi ogni 10 minuti se possono guardare la tv (no) e se possono mangiare ancora qualcosa (no). Dopo cinque giorni in Italia invece di essere costituiti al 70% di acqua sono costituiti al 60% di dolciumi e al 40% di cartoni animati. E’ dura l’astinenza.

Ranocchietta invece è un esserino tranquillo e adorabile come sempre e ora è nel suo letto che dorme, o che guarda il soffitto. In ogni caso si fa gli affari suoi.

Il Pupino ha passato le prime due ore della mattina a piangere per qualunque cretinata. E’ una sua caratteristica che non sopporto, ma sto scontando la pena per essere stata io stessa una lagna da piccola. Il Pupo invece è terribilmente aggressivo, ha minacciato di picchiarmi di nuovo, ha picchiato suo fratello di mezzo, l’ha minacciato di ucciderlo (al che con Ranocchietta in braccio e impossibilitata a punirlo ho avuto una reazione matura e responsabile: gli ho lanciato addosso la pompetta per il naso del bebè, piena di moccio). Dopo un capriccio di breve durata, ora ciondola per casa o gioca, a periodi alternati, lamentandosi di quanto si annoia. E’ Così Stanco da poter solo guardare la tv, dice. Gli ho consigliato di leggere un libro oppure di fissare il soffitto. Ha scelto il libro.

All’una l’Uomo viene a mangiare a casa, visto che è così vicino. Ma voi vi ricordate i tempi in cui si lavorava vicino a casa e si faceva la pausa pranzo per davvero? Io ho un vaghissimo ricordo di mio padre in pausa. prima che l’orario continuato dei supermercati diventasse obbligatorio. Credo che facesse perfino un pisolino, “una pisa”, come dice lui. Nel pomeriggio credo che oserò un’uscita a quattro con tutti i Pupi per andare a fare la spesa, anche se siamo tornati dalle terre italiche col bagagliaio pieno di cibo.

Se sopravvivo a questo primo giorno, ci sono buone speranze che riesca a ingranare un ritmo. Se no mi offrirò di andare a lavorare in miniera 12 ore al giorno piuttosto che fare la casalinga e madre di tre pargoli.

(Ovviamente sto scherzando: stare a casa con loro, finché sono piccoli, è una mia scelta e ne sono felice, anche se a volte è difficile.)

Pubblicato da: lastejan | 01/01/2017

La Grande Puzza

Potrei parlarvi di quanto mi stia antipatico Capodanno, di come la serata di ieri sia stata un tormentoso tritamento di maroni e un’agonia in attesa della mezzanotte, stanca com’ero dal viaggio di ritorno da Genova e annoiata dalle solite chiacchiere coi suoceri.

Potrei raccontarvi della crisi isterica – ormai puntualissima – che mi è venuta dopo tre giorni con la mia famiglia, che come al solito con i suoi “Ma poverino!”, riferiti ai miei metodi educativi per loro hitleriani, ha trasformato mio figlio maggiore in uno zombie maleducato e aggressivo che si nutre di dolci e tv, e della settimana di tempo che ho prima che ricominci la scuola per rimetterlo in riga, altrimenti potrebbe minacciare la maestra di picchiarla perché osa dirgli cosa fare. E’ quello che ha fatto con me, per dire.

Potrei anche solo raccontarvi di quanto sono carini i miei figli e di quanto mi riempie di gioia – disastri pedagogici a parte – vederli passare del tempo con i loro zii e il nonno.

Invece parlerò di qualcos’altro, una cosa che ha segnato indelebilmente questa permanenza nella mia città natale: la puzza.

Il quartiere di mia zia è uno dei più costosi della città. Borgo di pescatori immortalato da fotografi e pittori, scuole private, palazzi lussuosi. Quando dico dove abita e dove ho passato moltissimo tempo per tutta la mia vita, tutti sono invidiosi. La migliore gelateria, ristoranti di pesce, panorami mozzafiato… la cosa che mozza di più il fiato, però, è la puzza.

C’è una puzza di cacca e pipì di cane che non vi potete neanche immaginare. Appena scendi dalla macchina hai una botta di culo, e ti arriva un refolo di aria di mare. Inspiri profondamente ed ecco che la prima zaffata ti colpisce come un pugno: piscio.

Gli escrementi dei cani sono minuziosamente distribuiti su tutti i marciapiedi, dalla parte interna a quella più esterna, al centro, a volte addirittura sui muretti – cani equilibristi! Quando ero piccola mia mamma e mia zia dicevano “fare lo slalom”, riferendosi all’ultimo marciapiede da percorrere prima di casa. Mi piaceva lanciarmi in una corsa sfrenata saltando gli ostacoli, le cacche, con lunghi balzi, io contro mio fratello. Appena prima di entrare in casa si faceva la disamina delle suole per controllare di non aver calpestato nulla.

Poi ci sono stati tempi diversi, in cui il marciapiede dello slalom era diventato quasi pulito e il quartiere aveva l’aspetto che meritava. I proprietari dei palazzi cospargevano di polvere di zolfo i cancelletti d’ingresso, mi dicevano che fosse perché i cani non ci facessero la pipì, confusi dall’odore. Per poco tempo ha funzionato, poi piano piano le cacche sono nuovamente aumentate, accompagnate dagli affreschi di pipì sui muretti e dai rivoletti che attraversavano i marciapiedi.

Adesso sono state raggiunte nuove vette d’inciviltà: ogni ruota di macchina o moto è debitamente “segnata”, il trucco di camminare sulla strada (perché chi è che fa cagare il cane in mezzo alla strada?) non funziona più, perché adesso le cacche sono anche in mezzo alla strada. Me lo spiego col fatto che perfino i proprietari degli animali sono così schifati dai marciapiedi da evitarli. Siccome però sulla strada non cammina la gente, ma passano le auto, lì non le raccolgono neanche – tanto chette frega se hai gli pneumatici spalmati? – mentre sui marciapiedi molte persone raccolgono il grosso, lasciando “solo” la traccia o la parte liquida.

Vi fa schifo? Vi viene da vomitare? Pensate a me, che se uno di noi ci mette una scarpa sopra io devo scrostare merda dal profilo delle suole.

Con l’aumento delle cacche e delle pipì (e dei cani, forse? O solo degli incivili?) aumenta anche la puzza. Ma che puzza? Il fetore! Un odore persistente che ti entra nelle narici e nella bocca, che permea l’intero quartiere, perfino quando sei in spiaggia a far tirare i sassi. Perché adesso anche sulla famosa spiaggetta dei pescatori bisogna stare attenti e distinguere tra pezzetti di legno e porzioni cilindriche di cacca secca.

In centro città è la stessa cosa: cammini sotto i portici sui pavimenti di pietra ed è quasi impossibile riconoscere i disegni a mosaico, non solo per il cattivo stato della pavimentazione, ma anche per le innumerevoli strisciate marroni, che a volte si ripetono a intervalli regolari lasciando immaginare lo sfigato che c’è passato fuori con le ruote del passeggino, o quello che ha impiegato qualche passo prima di capire di avere uno spessore sotto la scarpa. Anche lì, la puzza la fa da padrone. Inoltre lo smog è una cosa inimmaginabile. Dimenticatevi degli elaborati soffitti a cassoni e delle facciate in stile liberty: se alzate lo sguardo per qualche metro rischiate di pentirvene amaramente.

Ditemi che sono viziata, che vivo in una città piccola e pulita in un paese pulito e attento all’ambiente. Ditelo, che non devo lamentarmi, che sputo nel piatto dove mangio, ma sappiate che la norma è la pulizia, è poter prendere una boccata d’aria senza respirare diesel.

Ditemi che gli autobus fanno pena, che gli orari sono deliranti, che il biglietto costa troppo, ma ricordatevi che i parcheggi sono introvabili, costano molto più di un biglietto del bus e che esiste il car sharing. Comunque tutto ciò non è una scusa per quello che vedo: parcheggi in doppia e terza fila, gente che usa la macchina come prolunga delle gambe, che dire che pesa loro il culo è un eufemismo.

Per la disperazione perfino il posto dove vive mio padre mi sembrava preferibile alla Città della Cultura 2004: almeno lì si respira, essendo in culo al mondo!

Ripartire è stato un po’ triste e un po’ un sollievo, come sempre. A metà del viaggio, in Veneto, abbiamo deciso di fare una pausa: apriamo la portiera e subito entra un tanfo pestilenziale tipo fossa biologica. Dopo una riflessione di 12 secondi netti abbiamo sigillato la macchina e siamo ripartiti: questo autogrill puzza, andiamo nel prossimo. “Apri i finestrini, cambiamo l’aria!”

Non l’avessimo mai fatto: sembrava che il tanfo ci avesse seguiti. Richiudi i finestrini, fai passare qualche chilometro, riapri: stessa storia. Alla fine abbiamo notato la striscia grigia all’orizzonte di un cielo altrimenti azzurrissimo e abbiamo capito che il problema era la cappa di smog che copriva tutta la regione. Ci siamo fermati per disperazione nel terzo autogrill, dopo averne eliminato un secondo per eccesso di puzza, e siamo usciti uno per volta per evitare di impuzzare troppo la macchina. Verso metà del Friuli, poi, la puzza è finalmente sparita.

Mi chiedo come facciate voi, miei compatrioti, a sopportare questa condizione. Come fate a non schiaffeggiare chi fa cagare il cane sul marciapiede? Come fate a non marciare compatti verso il comune per chiedere delle zone dedicate ai bisogni dei cani? Come fate a non notare quanta gente ha problemi alle vie respiratorie e come questi problemi siano collegati all’aumento del numero delle auto, soprattutto diesel? Come fate a passare indifferenti davanti a un bidone che trabocca, con mucchi di spazzatura tutti intorno? Forse vivendoci immersi dentro non ve ne accorgete, ma lo sporco nell’aria e per terra sta raggiungendo livelli vergognosi.

Sappiate che all’estero la seconda frase più pronunciata sull’Italia, dopo “Quanto è bella!” è “Quanto è sporca!” Viaggiate, guardate come si vive in altri posti, chiedetevi perché in Italia la sporcizia sembra l’ultimo dei problemi, quando dovrebbe essere uno dei primi, visto che influisce direttamente sulla salute della gente. Non c’è bisogno di andare a cercare l’Ilva a Taranto (che per carità, è un dramma), perché già basta lo scarico del SUV acceso in terza fila a impestare l’aria. E’ inutile imprecare contro gli scandali della spazzatura in Campania e in Sicilia, perché anche il Nord Italia è ridotto da far schifo.

E basta, datemi dell’ingrata, ditemi che devo restarmene dove sto, se l’Italia non mi va bene, ma io questo lo dovevo dire.

Pubblicato da: lastejan | 19/12/2016

Natale-non-Natale

Non nevica, non piove, le montagne sono marroni e brulle. Non è normale, anche se l’anno scorso è stato esattamente così, ma mentre l’anno scorso riuscivo a prenderlo come un’eccezione, quest’anno si insinua in me la paura del cambiamento climatico, l’idea che la vegetazione non resisterà molti anni a degli inverni così secchi, mentre è proprio la neve che viene assorbita dal terreno a garantire le primavere stupende e colorate che mi piacciono tanto. Le montagne senza neve, trattandosi delle Alpi, potete già immaginarvi quanto siano tristi.

A Capodanno ci sarà divieto di fuochi d’artificio per pericolo d’incendio. E’ vietato bruciare sterpaglie, bisogna stare particolarmente attenti con mozziconi di sigaretta e pezzi di vetro, perché basta un niente a far scoppiare un incendio. Visto che non cade acqua dal cielo in nessuna forma da inizio novembre, sarebbe un disastro difficile da domare e limitare.

Non so voi, ma io con questo clima non ho molta voglia di Natale. Da dove vengo io un Natale bianco è una rarità, ma qui c’è quasi sempre neve in inverno e il paesaggio è davvero assurdo. Sembra ottobre, o aprile, ma senza i bei colori. Tutto marrone e la mattina brilla di gelo.

Non ho voglia di decorare la casa, non ho voglia di albero e palline, di canti natalizi, di cannella e incenso. Soprattutto non ho voglia di comprare regali, cosa che normalmente mi piace. Non so cosa regalare in nessun caso e non sento la minima pulsione a darmi da fare perché – voglia o non voglia – fra pochi giorni è davvero Natale e se sono l’unica che non fa regali comunque mi scazza un po’.

Del miele e un biglietto per Star Wars per l’Uomo, i calendari per la famigghia, le matite per il Pupo… un cappello per il Pupino? Mia sorella ha ordinato un libro, mio fratello chissà. Degli orecchini sloveni per mia cognata… e poi boh, non so.

Che Natale fasullo. Salvate il mio Natale austriaco, fermate il cambiamento climatico!

 

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