Pubblicato da: lastejan | 13/03/2017

Siamo sopravvissuti… per un pelo.

Di positivo c’è che siamo stati al museo a vedere una mostra molto bella e soprattutto molto grande – non come quelle mostre temporanee che ti sveni per il biglietto e poi dopo un quarto d’ora hai visto tutto. Io e l’Uomo siamo usciti senza bambini, un evento eccezionale, per festeggiare i dieci anni da quando ci siamo conosciuti. Siamo stati in un ristorante serbo dove abbiamo ordinato una montagna di carne alla griglia che abbiamo digerito circa due giorni dopo, ma ragazzi che mangiata! Siamo stati in centro, i bambini hanno visto da vicino uno di quei bellissimi camion dei pompieri con la scala grande, io ho comprato delle ance per il mio clarinetto. Siamo anche andati a trovare quelli dei gatti neri, che ci hanno comunicato di aspettare un terzo gat… bambino. Un maschio, così adesso scopriranno quanto è divertente quando chiudi il pannolino senza mettere il pisellino rivolto verso il basso.

Di negativo c’è che il tempo che i miei suoceri si prendono per i propri nipoti è sempre meno: dopo 10 minuti con un bambino chiedono già “il cambio”, perché sono tanto stanchi. Con l’Uomo sono potuta uscire solo perché prima ho messo a letto tutti e tre i bambini e mi sono assicurata che dormissero. La cosa però ha i suoi lati positivi: in 10 minuti mio suocero è riuscito a dare a Ranocchietta, che ha sei mesi, sia della birra, che dei pezzi di pomodoro crudi e mozzarella marinati nel rum, quindi chissà cosa avrebbe combinato in più tempo.

Questa mi sa che ve la devo spiegare. La birra gliel’ha solo fatta assaggiare mentre io non guardavo, e già per questo l’avrei preso a botte, ma poi ha superato se stesso. Mia suocera aveva lanciato un urlo durante la cena: “AH! Che scema, invece dell’aceto ho messo il rum nell’insalata!”

Sì, sei scema. “Vabeh, dai, la mangiamo noi e i bambini la saltano.” “Ma nooo, dai, cosa vuoi che sia?” “NON DO’ del rum ai miei figli.” “Tanto l’alcol evapora.” “NON DO’ del rum ai miei figli.” “Non si sente neanche, vero?” “E’ spaventoso. Ce la mangiamo, tranquilla, solo i bambini no.” “Ma…” “NO.”

Stranamente un po’ è rimasta, non siamo riusciti a finirla, ed è rimasta sulla tavola.

Nel pomeriggio ho dato un biscotto da bebè a Ranocchietta e l’ho messo in braccio a suo nonno, che lamentava la sua astinenza da nipotino (AHAHAHAH. Cazzate?). Li vedevo di spalle, sentivo lui che diceva “Bravo, bravo, mangia! Che buooono!”, credevo che fosse il biscotto e invece gli stava dando tutta l’insalata rimasta, tocchi di pomodoro spessi un dito con tutta la buccia, mozzarella imbevuta di rum. “Ma cosa fai?!” “Gli ho dato i pomodori. Gli sono piaciuti tantissimo!” “Ma sei matto?! Non ha i denti! Gli vanno di traverso!” (del rum non aveva neanche capito la storia a pranzo, è privo di senso del gusto) “Ah, non ha i denti?” “STAI SCHERZANDO? Non lo vedi? Ha sei mesi! Non vedi che ha solo le gengive?!” “Ah, no. Però gli è piaciuto!” Io intanto con un dito agganciavo un enorme pezzo di pomodoro che si era incollato al palato e che Ranocchietta tentava disperatamente di staccare con la lingua facendo “Ciac-ciac-ciac”.

Volevo fare le valigie e scappare da lì, ma poi ho capito che non è neanche colpa sua, non si rende conto. Colpa mia che non li ho tenuti d’occhio, anche solo per quei dieci minuti.

Ranocchietta ha reagito abbastanza bene alla sua prima sbronza: ha riso un sacco, ha pianto un po’, si è addormentato come un ciocco con le guancine rosse rosse e si è fatto un pisolino di 6 ore. Poi si è risvegliato, ha bevuto del latte e ha dormito per altre 8 ore.

Però, appunto, siamo sopravvissuti.

Pubblicato da: lastejan | 02/03/2017

Fatemi forza

Devo vedere il lato positivo. Ditemelo: Lasté, tu devi vedere il lato positivo. Puoi cercarti delle nuove ance, puoi andare al negozio di cd che ti piace tanto. Lasté, vedila così: apprezzerai ancora di più il posto dove vivi.

Andrai al museo, Lasté, quanto tempo è che non vai a un museo? Mesi! Mangerai fuori con tuo marito, che privilegio! Lasté, non dovrai essere tu a caricare la lavastoviglie, è una cosa bella.

Non dovrai fare la spesa, non dovrai pulire i pavimenti (ma vorrai farlo, oh, se vorrai!). Non dovrai pulire il cesso, ma lo farai ugualmente, ma non ci pensare, non è questo il punto.

Il punto è che è vacanza: ripetilo come un mantra. Un weekend di vacanza, via da casa. Vacanza, proprio.

No, niente. Non funziona.

Guardate, io ci provo, ma i quattro giorni che mi aspettano a casa dei suoceri mi stanno già in culo prima di partire.

Pubblicato da: lastejan | 23/02/2017

Qualità di vita

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Questa foto dalla bassa risoluzione e dal pessimo contrasto è per me una prova della qualità di vita austriaca. Non si vede quasi, ma c’è un’aiuola davanti all’edificio, che è la scuola del Pupo, e su quell’aiuola ci sono decine di paia di sci, probabilmente una cinquantina, degli scolari.

Sono i “giorni dello sci” e anche il Pupo, nonostante i miei terrori da ligure non sciatrice, è iscritto al corso di tre giorni. Lui non stava nella pelle, suo padre scoppiava di orgoglio, io sto qua a pregare che non si massacri un ginocchio come mia sorella.

Alle sette e mezza ieri i genitori hanno accompagnato i loro figli (ma normalmente tutti i bambini che vengono a piedi vengono da soli, anche a sei anni) a scuola e hanno appoggiato i loro costosissimi sci lì per terra, raggruppati per classe (le maestre avevano appeso dei cartelli alle finestre col numero e la sezione). A mezzogiorno sarebbe venuto il bus a caricare bambini e sci e a portarli in montagna. Cinque ore per terra, in un parcheggio incustodito lungo una strada secondaria. Cinque ore in cui passano centinaia di auto e persone e a nessuno viene in mente che possa essere un po’ azzardato… perché non lo è. Per me questa è qualità di vita: appoggi lì un oggetto di valore e sai che lo ritroverai. Non ci pensi neanche, che potresti non ritrovarlo. La condizione normale è che se appoggi degli attrezzi sportivi davanti a una scuola, quando uscirai saranno ancora lì.

Ho incontrato la mamma di tre bambini mezzi peruviani. Le ho detto “Ma hai visto che lasciano tutto lì?” e lei, che suo marito l’ha conosciuto proprio in Sud America, mi ha risposto “Bello, vero? Anche mio marito era sconvolto. Al suo paese sparirebbero in un istante!” “Anche nel mio!” “Beh, dobbiamo davvero essere felici di vivere qui!” E ha ragione, cavoli se ha ragione.

Pubblicato da: lastejan | 21/02/2017

Io, lui, lei e l’altra

Non vi ho più raccontato del sindaco.

Sono arrivata puntualissima all’appuntamento con la mia insegnante di musica, che è una persona splendida e si è fatta un giro con Ranocchietta mentre io ero in comune. Così sono arrivata puntualissima anche all’incontro con la PP, anzi, pure in anticipo.

I miei timori che non si presentasse, che arrivasse ubriaca o che arrivasse in ritardo per fortuna non sono stati confermati, ma è arrivata tutta vestita di nero con un fazzoletto rosso al collo, una roba stranissima, i capelli cortissimi e flosci, lo scazzo dipinto in faccia.

Mi sorride falsissima e poi nota il mio foglio di appunti scritti al computer.

Ho studiato letteratura applicata, mi hanno insegnato che nel mio ambito bisogna essere preparati, e bene, e che incontri come questo sono molto importanti. Quindi io non solo ho pensato a cosa dire al sindaco, ma ho messo giù i punti centrali al computer e li ho stampati, in una forma tale che se mai avesse detto “Scusi, non ha un riassunto di quello che ha detto?” avrei potuto dargli il mio foglio senza problemi.

Inoltre prevedevo che la PP non si sarebbe preparata, e avevo ragione, e che quindi era importante che almeno una di noi due sapesse cosa dire. Speravo anzi che questo l’avrebbe spinta a stare zitta, che nel suo caso è meglio.

Vede i miei appunti e le escono gli occhi dalle orbite: “Cos’è quello?” “I miei appunti per oggi…” “Fai vedere! Posso vedere? Ho il diritto di vedere, no?” e allunga le mani. No, non hai il diritto di vedere. Non sono tua figlia, non sono tua allieva, questa è proprietà privata, ma voglio evitare scenate e le tendo il foglio, anche perché non c’è scritto altro che quello che fa l’associazione.

Mi tiene zitta con una mano sollevata davanti al mio viso, legge attentamente, mormora, sussurra “Sì, vabeh, queste sono proprio le tue… si riconosce che…” e so che trova che sia insubordinazione che io osi appuntarmi delle idee per il futuro senza prima discuterne con lei (che si è dimessa, ricordiamolo). Chi se ne frega. Le faccio notare che la parte riguardante il progetto nuovo, per cui andiamo dal sindaco, è naturalmente di mia invenzione perché nessuno ne ha ancora parlato concretamente, ma lei mi liquida con uno svolazzo della mano e un borbottio. Dice “Ma anche io ho i miei appunti”, e tira fuori un taccuino tutto spiegazzato con tre frasi scarabocchiate su metà di un foglietto, “Vedi?”

Pazienza, Ste, pazienza. E’ solo pazza.

Arriviamo nelle stanze del sindaco e sembra di essere su un altro pianeta: l’edificio del comune è molto bello, ma qui siamo nell’ufficio del Megadirettore Arcangeli! Legno chiaro, belle piante, dipinti contemporanei, collaboratori affaccendati, luci gradevoli. Poltroncine e divani puliti ed eleganti per chi aspetta, un bel guardaroba per le giacche. Una segretaria si alza premurosa e ci offre delle grucce, poi entra un’altra segretaria secca secca e si presenta come quella con cui ho corrisposto per prendere l’appuntamento.

A questo punto la PP si sveglia dalla sua apatia borbottante e comincia a disquisire di cultura locale, letteratura friulana, visite guidate,… insomma si trasforma in quella donna dannatamente colta che è e in quella socialmente presentabile e carismatica che era cinque anni fa. La segretaria, che in realtà è l’assistente personale del sindaco, è subito affascinata, e a parte un paio di parole e annotazioni poco importanti io faccio solo da sfondo.

Dopo un’attesa molto breve arriva Lui, il Signor Sindaco, il Glorioso, il Semaforovestito (mediamente sobrio, per una volta, credo che avesse una giacca verde scuro). Ci stringe la mano e ci guida nel suo ufficio, che è davvero una figata pazzesca: anche qui quadri di arte contemporanea alle pareti – che la PP commenta e loda in modo competente – una grande scrivania piena di premi della città e con abbastanza scartoffie da sembrare che ci lavori, e un grande tavolo da riunioni con una decina di sedie. E’ una stanza enorme, la maggior parte è vuota. La scrivania messa di traverso la riempie in parte, così come il basso lampadario di vetro soffiato a mano, ma sembra di dover nuotare fino al tavolo da riunione. Non so dove sedermi, con tutte quelle sedie, e alla fine mi siedo alla sinistra del sindaco, a capotavola, con un tavolino con un telefono sopra (forse era addirittura rosso, il telefono, facendo tanto “Hello, Mr. President, sir?”). La PP si siede di fronte a me, l’assistente all’altro capotavola. Porta con sé un enorme quadernone verde chiaro che esplode di foglietti e appunti, e dall’aria stressata che ha lei, in contrasto con le maniere rilassate di lui, capisco già chi è che si fa il culo in questo ufficio. Sono piena di pregiudizi, sì.

Il sindaco ci invita a presentarci, la PP parla un po’ e poi mi passa la palla. Peccato per COME me l’ha passata. In un paese in cui il titolo di studi è tutto e in cui l’età è un criterio di giudizio, lei dice “Cedo la parola a Stefania, la mia giovane collaboratrice”, tralasciando il mio cognome, il mio titolo di studio e il fatto che, porcozzìo, sto nell’associazione da più anni di lei, non sono la sua tirocinante e… vabeh, ma che ve lo dico a fare? Avete capito. Mi fa fare la figura della ragazzina inesperta.

Il sindaco si gira verso di me con un sopracciglio alzato e fa “…Stefania?”, perché in Austria presentarsi per nome significa “Dammi del tu”, e in ambito professionale non si fa. Sappiatelo, se vi capita di lavorare in Austria. Io sorrido, dico “Sì, piacere, *COGNOME*, ma pare che sia più semplice pronunciare il mio nome. Sa, in italiano…”.

Superato quest’attimo di imbarazzo comincio a parlare e scopro che mentre noi (io) siamo venute per chiedere sostegno mediatico e finanziario per un certo progetto, lui invece ha delle aspettative molto diverse da noi. Io in realtà non credevo neanche che avesse delle aspettative.

Lui vorrebbe un’associazione culturale “come quelle dei paesi dell’ex-Jugoslavia”, comunità molto forte in Austria, che fanno eventi di musica popolare, danza, cucina. Noi invece siamo troppo snob, pare. Lui vorrebbe che facessimo delle feste caciarone per italiani, noi facciamo le conferenze sui gesuiti astronomi del Vaticano.

Diciamo che in parte gli dò ragione: io andrei a un decimo delle conferenze che facciamo. D’altra parte non siamo un’associazione rivolta agli italiani, ma principalmente ai NON italiani, e con lo scopo (fissato negli statuti di fondazione di fine ‘800) di diffondere la lingua e la cultura italiane. Quindi diciamo che potremmo anche essere un po’ più pop e meno aulici. Glielo dico, mentre la PP fa una faccia schifata che dice “Se non ti interessano gli astronomi gesuiti per me puoi bruciare all’inferno”, e lui rincara la dose dicendo che se facciamo un certo tipo di manifestazioni, se per esempio chiamiamo un cantante dall’Italia a fare una serata musicale, il comune caccerebbe volentieri dei soldi.

Per me è un’ottima notizia. Per la PP è come grattare la lavagna con le unghie.

La riunione prosegue per moltissimo tempo – quasi tre quarti d’ora – dove il sindaco ci dà molte idee, ci suggerisce con chi parlare e di cosa, ma ignora volutamente il progetto iniziale. Quando si capisce che stiamo finendo provo di nuovo a chiedere “Ma… e il progetto?” “Quale?” “Quello che…” “Ah, già. Sì, boh, cosa?” Non gliene importa niente. E’ una cosa che può essere utile alla città e che farebbe fare una bella figura alla sua giunta se ci sostenesse, ma non gli piace perché non è abbastanza pop. Dice che dovrei parlarne con l’assessore al sociale, invece so che devo parlare con quello all’economia, che è anche vicesindaco. Offre un mezzo aiuto, ma a condizione di stravolgere il progetto. E no, non va, ma abbozzo, sorrido e ringrazio.

Ci congediamo con grandi sorrisi – quanto si sorride in comune, mamma mia, quasi ci si dimentica delle denunce per abuso d’ufficio! – e usciamo. Fuori dall’ufficio parliamo ancora un po’ con l’assistente, rimaniamo che ci teniamo in contatto io e lei, e poi andiamo via.

Nelle scale vorrei accennare all’interessante incontro di poco fa, ma la PP mi blocca, si sgonfia tutta, poi si riempie d’aria e comincia una tirata infinita che mi accompagna fino fuori dal comune in cui assolutamente non accenna all’incontro, ma me la mena con le sue dimissioni, con l’Ingiustizia, con la Cattiveria, con la sua infinita pazienza e dedizione e lo stress incredibile a cui è sottoposta e blablabla, sempre sull’orlo delle lacrime, e capisco che sta cercando disperatamente di tirarmi dalla sua, di farmi pronunciare la frase “Ha ragione Lei” o almeno “E’ vero, ha sbagliato l’altra”, ma invano. Col cazzo che mi espongo, e poi penso che lei sia pazza. E ci prova, ci prova, mi vomita addosso fiumi di disperazione immaginaria e vittimismo, finché non sono costretta ad essere scortese, la interrompo e le faccio notare che ho un neonato da riprendermi. Allora lei sorride di nuovo, schizofrenia portami via, e mi augura una splendida giornata, inforcando la sua bici.

E niente, ora ho mille idee e cose in procinto di, ma non posso fare niente finché non facciamo una riunione clandestina senza di lei, perché lei dichiarandosi in carica fino a fine agosto, blocca in questo modo qualunque cosa non sia stato approvato da lei prima delle dimissioni e in ogni caso qualunque progetto oltre il 31 di quel mese. Che palle.

Per fortuna c’è il compleanno del Pupo che si avvicina e lì sì che mi aspetta un lavorone, perché per la prima volta vuole festeggiare con i suoi amici.

Pubblicato da: lastejan | 18/02/2017

Il sogno ricorrente delle stanze in più

Da un po’ di tempo faccio un sogno ricorrente facilmente interpretabile: guardo quella porta che non apriamo mai (che in realtà non esiste) e che dovrebbe collegare casa nostra a quella dei vicini, che una volta erano un unico grande appartamento (reminescenza della mia vecchissima casa di famiglia, che era la metà di un appartamento più grande), e la apro. E mi ricordo – come ho potuto dimenticarlo?! – che quando abbiamo comprato casa ci hanno detto di quelle due stanze in più, stanze enormi, che sono nostre di diritto ma che per qualche motivo non abbiamo restaurato. A volte sono stanzoni spogli e con l’intonaco da rifare, altre una cucina e un salotto perfettamente arredati anni ’90. Apro quella porta, li vedo, mi ricordo che esistono e ho un sollievo enorme perché so che potrò finalmente riordinare la casa come vorrei.

In realtà casa mia è grande abbastanza e si potrebbe benissimo mettere in ordine. Solo che io sono molto pigra e poco capace e mio marito è uno che non lascia buttar via niente, così sembra sempre un campo di battaglia. Poi tre bambini piccoli non aiutano, si sa.

Stanotte era la versione degli stanzoni spogli. Ero in soggiorno con le mie amiche F. e D., contentissima di passare del tempo con loro. Cazzeggiavamo, ridevamo, e poi guardavamo quella porta, raccontavo loro delle stanze mai restaurate e loro dicevano “Ma dai, Ste, cavoli, approfittane!”. Io ero restia, perché quelle stanze hanno sempre una porta aperta anche sull’appartamento dei vicini immaginari, e per qualche motivo mi pare di disturbare o di essere prepotente.

Ma no, D. si alza e con le sue maniere marinare dice “Belin, Ste, andiamo a vedere!”

Nella prima stanza scopro che c’è un telone per terra e un barbone vive lì. Ma che cavolo, come è arrivato un barbone qua dentro? Soprattutto: da dove entra ed esce?!

Non è proprio un barbone, ma uno sfattone, giovane. E’ l’amico sfattone di D., di cui lei nella realtà mi ha raccontato poco tempo fa. Un tipo veramente molto sfatto, ma buono. E infatti anche questo è un tipo buono, e io gli dico “Guarda, capisco che sia comodo per te, però mi spiace, ma è casa mia.” “Oh cioè, zia, mica dò fastidio”, mi risponde, e io vorrei veramente che si levasse dalle balle, perché so che ha dei genitori da cui andare e perché io voglio le mie stanze in più. Mi immagino già di farne una seconda stanza per i bambini (nella realtà temo che fra un anno avremo seri problemi di spazio in camera loro e dovremo riorganizzare tutto) e uno studio pieno di libri. Quindi sorpresa: la seconda stanza viene usata da ANNI dai vicini come sala da pranzo. Non solo: mi ricordo che io sono stata a pranzo dai vicini (che poi sono il capo di mio marito e sua moglie, mia ex allieva di italiano, ma vabeh, chiara influenza del quotidiano)… proprio in quella sala da pranzo!

Ma porca miseria, com’è possibile che ci sia stata e non mi sia resa conto che era casa mia? Cosa dico loro? Ora devo cercare di far sloggiare uno sfattone buono e il capo di mio marito!

Per fortuna un bebè mi ha svegliata.

Però stanotte il sogno aveva una causa precisa: ieri è venuto l’odioso padre dell’odioso amico del Pupo (quello col coltello a serramanico) a portare suo figlio da me, perché ho portato il Pupo e il socio a pattinare sul ghiaccio. Il padre butta un occhio nel mio ingresso, nota un sacco di cose che devo portare in cantina e fa, simpatico come un dito in culo, “Oh, state traslocando?”

Che simpatia. Che grande simpatia. Poi detto da lui, che ha lasciato per mesi un materasso matrimoniale a decomporsi sotto un letto perché non aveva voglia di portarlo in discarica, mentre sua moglie, incinta, certamente non poteva mettersi a sollevare pesi simili.

Quanto lo detesto.

Pubblicato da: lastejan | 15/02/2017

Accenni di mobbing

Le ultime settimane in cui avevo lavorato per l’agente immobiliare, anni fa, erano state molto brutte: il capo faceva vaghi cenni per farmi capire che non mi sacrificavo abbastanza per il mio ambiente lavorativo (ovvero che non pulivo né le finestre, né soprattutto il cesso, e sti cazzi), la sua compagna mi tendeva veri e propri agguati all’orario di entrata per farmi notare gli eventuali tre minuti di ritardo.

Allora la vivevo come una situazione estremamente sgradevole e incomprensibile. Perché, se prima era così soddisfatto, il capo mi trattava così male? A posteriori so che mi sarei dovuta alzare e mandarli signorilmente a cagare. Mi facevano pressione, lui per compiti che non mi toccavano minimamente e lei che non ne aveva assolutamente il diritto non essendo né mia superiore, né una collega, e cercavano probabilmente di convincermi a licenziarmi. Non ci sono riusciti e mi hanno solo non-rinnovato il contratto. Amen.

Quasi quattro anni fa venivo terrorizzata da telefonate al vetriolo della Presidente Piangente, che mi urlava che il sito non le piaceva, mentre io disperata continuavo a dirle che io non ero un’informatica, ma una laureata in lettere, e che quindi non ci potevo fare nulla. Dopo giorni di terrore telefonico, l’ho mandata a cagare e le ho sbattuto il telefono in faccia rassegnando le mie dimissioni dal consiglio direttivo.

Pochi giorni dopo venivo praticamente costretta a “riappacificarmi” con lei, che aveva minacciato di andarsene lasciando l’associazione nel caos, perché non c’era nessuno pronto a sostituirla e la sua è una carica che deve esserci per forza.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, ma io non ho dimenticato e continuo a considerarla come un serpente velenoso: affascinante dal punto di vista scientifico, ma pur sempre velenoso. Negli ultimi mesi la sua tendenza a dare i numeri è esplosa e ha cominciato a terrorizzare con le sue scenate prima la vicepresidente (che è la DonnaDepri, mica un agnellino, e che infatti le ha reso pan per focaccia e l’ha mandata a spigolare), poi la segretaria, poi me, poi la tesoriera.

La tesoriera gliene ha dette quattro, spingendola (oh, santa tesoriera!) ad annunciare le sue dimissioni anticipate. La segretaria le ha detto di smetterla di parlarle come se fosse una scolaretta. Io… io no. Io ho smesso di rispondere alle sue mail nel fine settimana. Se chiama non rispondo subito, ma lascio passare molto tempo e poi eventualmente richiamo. Tutti accorgimenti per farle capire che non sto qui a pettinare le bambole come lei, ma a crescere una famiglia e, nella cornice di un contratto estremamente limitato, occuparmi solo ed esclusivamente di alcuni compiti riguardanti l’associazione.

Lo so, avrei dovuto mandarla a quel paese pure io, ma non voglio litigare. E’ il mio incubo, anche solo a pensarci mi sento un nodo allo stomaco e mi viene il cattivo umore. Non voglio discussioni, le rifuggo come la peste. Con lei, sia ben chiaro. Il motivo è che non portano a niente, perché è una vecchia rincoglionita e prepotente.

Però non sono neanche ingenua come in passato. Alla quinta email in cui mi chiedeva di risolvere problemi informatici inesistenti (come il ranking di google a seconda delle chiavi di ricerca che immetteva: ma che cacchio c’entro io con le sue ricerche su google??) e di fare cose che non mi spettano e che durano ore, ho… no, non l’ho mandata a cagare. Ho chiamato la segretaria e le ho chiesto consiglio. Cosa risponderle? Come porre un freno alla sua faccia da culo?

Così le ho mandato una mail cortese e asciutta in cui le comunicavo che sì, la sua proposta di cambiamento (disinstallare un plugin, installarne un altro, costruire dal nulla un’altra pagina – inutile! – del sito) era fattibile, ma in molte ore di lavoro. Siccome io questo mese ho già superato di molto il mio contingente, non avevo il tempo di farlo. Punto, cari saluti.

So già che arriverà una risposta velenosa. E’ offesa a morte per un sacco di motivi: nessuno l’ha supplicata di restare quando ha annunciato le dimissioni, nessuno (io in particolare, ha anche cercato apertamente di tirarmi dalla sua) ha preso le sue parti nella discussione con la tesoriera, io le ho dovuto far notare un errore enorme che aveva pubblicato e mandato a tutti i soci,… boh, chissà quante e quali altre seghe mentali si fa.

Tant’è che mi ha messo sotto pressione. Se squilla il cellulare, ho paura che sia lei. Se mi arrivano delle mail, ho paura che siano sue. Ho paura di dover interagire con lei e non vedo l’ora che arrivi agosto per levarmela dalle palle.

Oggi ho capito che anche questo, seppure in piccolo, è mobbing: tormentarmi con diversi mezzi di comunicazione dando ordini su cose che non sono di mia competenza e ben al di fuori di accettabili orari lavorativi, soprattutto per una che ha un contratto che comprende circa 4 ore al mese, è in maternità e ha tre figli.

E niente, l’unica consolazione è che c’è una fine in vista e che lei è sola nel suo delirio di potere. Certo che se hai i deliri di potere quando sei la presidente onoraria di un’associazione culturale con 180 soci, sei veramente alla canna del gas…

Pubblicato da: lastejan | 10/02/2017

La prima pagella

Ho sentito che entrava, forse ho percepito la luce accesa in corridoio. In ogni caso sapevo che stava per svegliarmi ancora prima che parlasse. Il Pupo ha fatto più piano che poteva, ma io mi sono girata di scatto e ho bofonchiato “… ‘cazzo c’è?” come se non fosse mio figlio, a svegliarmi, ma un coinquilino particolarmente rompipalle che tornava ubriaco alle quattro del mattino.

Povero Pupo. Purtroppo a quell’ora non ho il controllo del linguaggio, figuriamoci delle parolacce.

“Mamma”, mi annuncia ferale, “ho un problema grosso.”

(Ha fatto la pipì a letto) “Arrivo.” e con insolita velocità lo seguo in camera sua.

(Ha fatto la pipì a letto) “Non so cosa sia successo, dormivo, e poi ho sognato…” (hai fatto la pipì a letto?) “… che andavo in bagno.” (… hai fatto la pipì a letto.)

“E poi mi sono svegliato e… avevo fatto la pipì a letto. Mi dispiace.”

“Ma figurati, succede! Dai, vai in bagno, cambiati, qui per ora ci mettiamo un asciugamano, tanto è pochissimo e ti rifaccio il letto mentre sei a scuola.”

Ho avuto fortuna, perché lui non è tipo da far la pipì a letto e si è svegliato praticamente subito, se no mi sarei trovata con il materasso zuppo.

E’ andato in bagno, si è cambiato, poi si è seduto sul letto con aria contrita. “Pupo, non ti devi vergognare, può succedere.” “Ma io non so perché, è stato così strano: nel sogno mi scappava la pipì, allora andavo e poi… non ero in bagno.”

“Sai che è successo anche a me? Uguale uguale, anzi, peggio: nel sogno andavo in bagno, e nel letto ho tirato su le ginocchia come se fossi seduta e ho tirato giù le mutande e il pigiama, e l’ho fatta. Tutta, non due gocce come te.”

“Davvero?”, un sorriso lo illumina.

“Sì, davvero. E’ stato davvero orribile, il letto era fradicio e io mi vergognavo di chiamare la mia mamma. Così, siccome ero molto bassa, mi sono arrotolata tutta sul cuscino e ho continuato a dormire lì, sull’unica isola asciutta.”

“Ma dai!” “Sì, giuro! Quindi non ti vergognare, succede!” (è successo davvero, eh, proprio alla sua età)

Torna a dormire, io pure.

Alle sei e spicci Ranocchietta si sveglia e comincia a gorgogliare tutto allegro. Allora mi alzo, lo porto di là, poi si alza il Pupo… e il Pupino? Dorme della grossa.

Non lo svegliamo fino all’ultimo, perché ci fa pena e perché si fa colazione molto più tranquilli. Poi mando il Pupo a svegliarlo (“Gentilmente, mi raccomando”) quando proprio non possiamo più aspettare.

“Mamma…” annuncia funereo, “Fatto la pipì addosso.”

E non erano due gocce, oh no: erano litri di roba, una puzza di pipì che manco dopo la sagra della birra, il letto zuppo, così come tutto il suo pigiama. Tempo rimanente prima di dover uscire? 15 minuti. Merda.

Scarico Ranocchietta a suo padre, mando il Pupino in bagno, il Pupo e io ci vestiamo, poi faccio la doccia al Pupino, quando esce io lo vesto, mentre il Pupo gli asciuga i capelli col phon. Poi il Pupo si mette la giacca e il Pupino vagola come un’anima in pena per l’ingresso chiedendo una colazione che ormai non può più fare, mentre io imburro e immarmellato (sì, mi concedo un orrendo neologismo) il pane e glielo metto nello zainetto (perché non l’ho fatto prima??).

Metto la giacca al Pupino, gli giuro che potrà mangiare tantissimo all’ora di merenda all’asilo, allaccio le scarpe al Pupo che sa elencarti tutti i reparti dell’esercito napoleonico, ma i nodi proprio non gli entrano in testa. Mi ricordo di mettere anche io una giacca, metto cappelli a destra e a manca, spingo fuori il bestiame, urlo al Consorte di alzarsi, mentre lui risponde “Ma questo mi sta mordendo le dita! E non ha neanche i denti!”, e via, corriamo fuori.

Puntuali, nonostante la pipì.

Il Pupo saltella come un coniglietto, oggi riceverà la sua prima pagella ed è eccitatissimo, io credo che sia questo il motivo della pipì a letto. Quello che non sa è che, nonostante tutte le mie rassicurazioni che i voti non sono importanti, che io so che lui è bravo anche senza vedere una pagella, che blabla, in realtà anche io me la sto facendo sotto dall’emozione.

Sono una di quelle mamme fissate coi voti. Non credevo che lo sarei mai diventata, e invece lo sono. Amen, mi reprimerò per i prossimi… (breve calcolo mentale e con le dita)… 15-20 anni, ad occhio e croce. Beh, dovrei farcela.

Vai, Pupo, che i voti non contano niente. Se non ti dà il massimo chi se ne frega… tanto so dove abita e le vado a tagliare le gomme.

Pubblicato da: lastejan | 06/02/2017

Io e lui

L’ho visto di persona la prima volta alla serata di musica natalizia popolare: io ero sul palco col quartetto, lui era in prima fila col figlio minore addormentato sulle gambe. Mi è stato subito simpatico, pensando che mio marito era fuori dalla sala a intrattenere il nostro primogenito scalmanato.

Non lo conosco di persona, ma la sua facciona paffuta sorride da tutti i giornali locali, e a volte, quando lo indagano per abuso d’ufficio, anche su quelli nazionali.

Lui mi ha sempre fatto una buona impressione, pensavo fosse uno capace. Forse lo è, ma evidentemente è anche un bravo politico, perché è chiaro che non è un esempio di onestà ma riesce a sembrarlo a un pubblico poco informato.

Io vorrei lavorare nella cultura, lui è assessore alla cultura da un sacco di anni.

Io ho bisogno di rendere più conosciuta l’associazione culturale in cui lavoro, lui ora è il sindaco.

Lo incontrerò mercoledì mattina. Io cercherò di essere elegante e di dimostrare più anni di quelli che ho, perché in questa regione pare che l’età e la capacità di fare siano indissolubilmente legate, nonostante ciò sia una cretinata.

Lui avrà la solita zazzera bionda, gli occhi piccoli e azzurri, i denti un po’ sporgenti e una di quelle inguardabili giacche verde pisello o giallo senape, che lo fanno sembrare più un semaforo che un sindaco.

Presenterò l’associazione culturale come un punto d’incontro per i miei e i suoi connazionali, un’occasione di integrazione, parola magica di questi tempi. Gli proporrò una collaborazione bluffando un po’, perché mi mancano ancora alcuni elementi per il progetto, ma l’importante è che l’idea gli piaccia e che gli resti stampata in testa la mia faccia, la mia presentazione e il collegamento con l’associazione. Voglio che fra pochi anni, quando anche Ranocchietta andrà all’asilo e io potrò impegnarmi di più sul fronte lavorativo, se gli capita sott’occhio il mio nome lui pensi “Ah, quella, bene!” e non “Chi?” né “Oddio, no”.

Per l’ultima opzione potrebbe essere responsabile quella pazza ormai incontrollabile della Presidente Piangente, che viene con me perché è la presidente e perché ha un “prof.” nel nome che fa tanto figo.

Ho paura che tiri il pacco senza avvertire, facendomi fare una figuraccia. Ho paura che NON tiri il pacco, ma che si metta a balbettare e le vengano le lacrime agli occhi perché non sa cosa dire. Ho paura che invece si metta a parlare a macchinetta e spari un sacco di banalità sprecando i 30 minuti a disposizione. Ho paura anche che abbia un sussulto di orgoglio ferito e sbotti dicendo che tanto lei non c’entra niente col progetto perché ad agosto se ne va, facendomi fare la figura della cioccolataia (che espressione curiosa, chissà da dove viene?).

Ho paura, insomma, della variabile PP, imprevedibile e incalcolabile perché nemmeno lei stessa sa cosa farà nei prossimi cinque minuti. Forse piangerà, forse riderà. Forse si chiuderà in un silenzio stupito e stupido e farà flap flap con gli occhi ingranditi dalle lenti spesse. Forse invece si comporterà in maniera esemplare, come faceva agli inizi, e ci farà fare una splendida impressione.

Però, a parte lei, sono positivamente emozionata e impaziente per questo incontro con quest’uomo, che non dovrebbe tirarsela tanto visto che regna su appena sessantamila anime di vaccari e piccoli imprenditori, ma che può essere di grande importanza per una come me, tra questi sessantamila vaccari e piccoli imprenditori.

Pubblicato da: lastejan | 04/02/2017

Di frutta e verdura fuori stagione

E’ una cosa simpatica poter fare una peperonata o un risotto con gli zucchini in pieno inverno, ma non è una cosa scontata. La verdura ha le sue stagioni, e così come non pretendo dei mughetti dal fioraio a dicembre, non posso indignarmi se gli zucchini adesso vengono 4 euro al chilo e sono brutti e senza sapore.

(Piccola parentesi sugli zucchini e mia suocera: “Ah, una volta qui gli zucchini crescevano così bene! Ci uscivano dei bestioni da mezzo chilo l’uno!” “Però li dovresti raccogliere prima, quando sono piccoli e gustosi!” “Ma no, li lascio crescere il più possibile, così ne ho di più.” “Più crescono, più perdono sapore, ma scherzi? Invece di mangiare zucchini, mangi un vegetale qualunque che sa di acqua!” “Beh, ma così NE HO DI PIU’.” Come non detto, la sua ignoranza alimentare è senza ritorno. Il bello è che se io faccio una pastasciutta con panna e zucchini VERI, lei è la prima a lanciarsi in lodi sperticate, perché in via eccezionale sente il sapore degli zucchini, ma poi torna senza problemi alle sue verdure da discount che “più grande è, meglio è”. No, suocera, le dimensioni non contano, come si suol dire…)

La frutta e la verdura sono piante e crescono bene solo in determinate stagioni e regioni. Al di fuori di esse, o ci rinunci, o le paghi tanto, e inoltre sono di serra, quindi hanno meno sapore, oppure vengono dall’altra parte del mondo.

Negli ultimi anni sono diventata più sensibile al tema del trasporto dei vegetali, all’inquinamento che esso causa, e in generale evito quelli che vengono da troppo lontano. Faccio un’eccezione ogni tanto, magari per il compleanno del Pupo a marzo compro un cestino di fragole di serra spagnole per fargli la torta che desidera. Poi le banane, vabeh, ormai sembra di non poter vivere senza le banane, i miei figli ne vanno pazzi e ovviamente non le coltivano in Tirolo. Però lascio stare i pomodori marocchini, prendiamo l’ananas una o due volte all’anno, rifiuto quasi in toto l’onnipresente verdura spagnola, soprattutto perché va a male nel giro di 24 ore, a volte meno, e mai, mai più mi piegherò a comprare i pomodori di serra olandesi. Li compravo a Berlino, quando la nostalgia dell’insalata di pomodori mi uccideva, e poi mi ritrovavo con sta roba insapore e deprimente e avevo ancora più nostalgia. Ricordo una fiera alimentare in cui avevo assaggiato delle fragole vere, calabresi, di stagione, e quasi mi veniva da piangere per l’ondata di ricordi sensoriali che mi aveva investita. Da allora non compro più le fragole a meno che non siano di stagione e anche relativamente vicine (Austria, Italia, ma non più in là).

Negli ultimi giorni ho letto titoloni su giornali italiani e tedeschi e austriaci che annunciano tempi di carestia vegetale, e come se non bastasse mia zia al telefono mi ha confermato la penuria di zucchini. “Sei euro al chilo! Ma ti rendi conto?!” “Beh, sì, infatti non dovrebbero esserci proprio!”

Non possiamo fare a meno degli zucchini a gennaio, davvero? Non c’è nient’altro da mangiare? “In Inghilterra razionate le verdure, solo 2 broccoli a testa” “In Austria l’inverno rigido fa esplodere i prezzi di frutta e verdura” e una foto di uno scaffale traboccante peperoni, melanzane, insalata, zucchini…

In realtà anche io adesso ho due peperoni (piccoli, stitici) e un’insalata in frigo, però non mi lamento se costano tanto. E’ tutta roba austriaca o italiana, ma viene dalle serre, è ovvio che gli agricoltori hanno più spese. Avrei anche potuto prendere l’uva israeliana o i pomodori egiziani, non costavano praticamente niente, ma no, non voglio. Il Pupo dice “Giusto, non la vogliamo la verdura egiziana, puh!”

No, gli ho spiegato, non è perché non è buona: in Egitto e in Marocco, in Israele e in Argentina hanno della verdura molto buona, ma viene da in culo al mondo e spesso da paesi che non hanno neanche lontanamente gli standard europei per quanto riguarda fertilizzanti, pesticidi e inquinamento atmosferico. Viviamo in una zona con un clima piuttosto buono e confiniamo con l’Italia, dove crescono pure i vostri adorati kiwi, quindi preferisco quello che viene da vicino e che sostiene i contadini che vivono vicino a noi.

La mia coinquilina iraniana aveva raccontato che loro mangiano tantissimo pollo, e che sanno che è imbottito di ormoni al punto di modificare la crescita dei peli femminili (lei aveva i baffi), ma è l’unico pollo che possono comprare. Brrr.

Con ciò cosa voglio dire? E’ bello poter avere tutto ovunque e sempre, ma ha il suo prezzo, non solo per le nostre finanze individuali. Dopo questi articoli che trasudano Problemi da Primo Mondo da tutti i pori, ho deciso che riprenderò ad andare al mercato contadino il mercoledì mattina a comprare la verdura fresca di stagione. Sarà un inverno di cavoli, radicchio e spinaci, sarà un inverno sano. Con ancora più gusto cambieremo menù in primavera.

(Però ho anche il tris findus di mais, carote, piselli in congelatore, che non sono certo una maestra di coerenza.)

Pubblicato da: lastejan | 01/02/2017

Le cose che sto facendo

Sono presa in un vortice di attività, per la maggior parte piacevoli, per cui non riesco a scrivere qui, anche se da raccontare ce ne sarebbe…

Ranocchietta, che assomiglia sempre di più a un cucciolo di ippopotamo, sta benone ed è “alto” 69 cm. 8,7 kg di simpatia, che continuo a portare nella fascia quando posso, perché il passeggino soprattutto in inverno è una rottura di scatore. E la neve, e il bagnato, e le mani fredde… invece nella fascia ce lo infili dentro, lui si addormenta e ciao, se voglio posso anche andare a lezione di zumba. Se voglio, però sappiamo bene che piuttosto che fare una qualunque forma di movimento mi prenderei a martellate sui piedi.

Il Pupino ha scelto una versione diplomatica della gelosia verso suo fratello minore: ogni volta che mi occupo del piccolo, il Pupino mi si arrampica addosso e lo accarezza e bacia appassionatamente, finché non faccio delle coccole anche a lui. Allora si ritiene considerato e smette di accarezzare ferocemente quel povero cristo. E’ interessante vedere come le carezze e i baci diventino sempre più pericolosi a seconda del tempo che passa prima che io gli faccia delle coccole. Tipo che comincia con le carezze e finisce a badilate.

Il Pupo è sempre in crisi con i compiti “facili”, che si rifiuta di fare perché “colorare si fa all’asilo, scusa ma adesso sono a scuola e io non ce n’ho più voglia di colorare!”

Come dargli torto? Eppure glielo dò, perché devo, e lo convinco a finire di colorare gli omini che pattinano, sciano e fanno slittino sulla fotocopia illuminante “sport invernali”.

A parte questo, mi sembra che si stia prendendo una cotta per V., la figlia della mia amica sudtirolese. A quanto pare si è sentito in dovere di diventare suo amico perché io sono amica della madre (“… e allora ho pensato, scusa, ma… allora anche io devo essere amico suo, no?”), e poi si è accorto, dice, che lei è molto simpatica e anche veramente brava. E insomma, gli occhioni scuri di V. han fatto colpo. Tutto ciò non piacerà però a E., la Migliore Amica del Pupo, perché lui, un classico, la vede come un’amica, mentre lei mi sembra presissima. Il fatto che in tedesco “il mio ragazzo” e “il mio amico” si dicano allo stesso modo di certo non facilita le cose.

Io sto facendo un sacco di cose belle con la musica e a fine febbraio ci sarà un saggio. Io, lanciatissima, farò un movimento di una sonata accompagnata col pianoforte e credo addirittura due brani col trio, roba bella pesa.

Sul fronte lavorativo c’è maretta: le cose che faccio io funzionano benissimo, ma la Presidente Piangente ha mandato una mail lacrimevole dicendo che dà le dimissioni a partire da fine agosto, perché Tutto Il Peso Grava Sulle Sue Spalle (cito testualmente!) e la Struttura Della Sua Personalità Non E’ Adatta A Sopportare Questa Pressione (ha scritto proprio così!).

E io che ti devo dire? Prego, l’uscita è di là!

Solo che ora abbiamo: una Presidente Piangente dimissionaria, una vicepresidente Donna Depri dimissionaria da mezzo anno e mai sostituita (per accidia, perché io era da mesi che facevo proposte), e ora che fanno? Niente, si piangono addosso. Ora dovranno convocare un’assemblea dei soci e chiedere a qualcuno di Farsi Avanti, solo che sanno bene che nessuno ne ha l’intenzione.

Forse mi Farò Avanti io. Appuro di poter mantenere il mio minicontratto, e se è possibile allora mi candido io. Chissà come reagirebbero i 30 soci scarsi che vengono all’assemblea. La Donna Depri probabilmente emanerebbe scetticismo in un raggio di 20 metri. C’è anche il rischio terribile che lei si Faccia Avanti, e allora ciao, tanto varrebbe chiudere baracca e burattini, perché lei non vuole fare niente e non vuole neanche che gli altri facciano qualcosa.

Essere presidente implicherebbe più lavoro (non pagato), ma che io farei in un decimo del tempo della Presidente Piangente. In fondo non si tratta di altro che di organizzare una manifestazione al mese, è lei che ne fa una questione di stato. Poi se riuscissi a fare andare le cose come dico io, magari potrei farmi pagare, pardon, pagarmi di più.

Boh, vediamo cosa succede.

C’è sempre la remota possibilità che la P.P. si ricordi di non avere un cazzo da fare nella vita e ritiri le dimissioni… sarebbe un disastro, visto che veramente la sua personalità (leggi: pessimo carattere) non le permette di portare un simile peso (leggi: fare le cose quando vanno fatte) sulle sue fragili (=isteriche) spalle.

Speriamo che non succeda. Magari le mando una lettera anonima di lamentele per minare ulteriormente la sua autostima 😀

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