Pubblicato da: lastejan | 25/04/2017

Bambini che ti seguono

Ieri sono arrivata come al solito a pelo prima che il Pupo uscisse da scuola e ho deciso di aspettarlo all’uscita, anche se lui non vuole perché è “grande”. E’ arrivata anche la mia amica, che si è ricordata che sua figlia sarebbe uscita dopo perché fa religione, ma è rimasta lì a chiacchierare, io con un bebè nel passeggino, lei con due nani nel biplano su ruote. Quando è arrivato il Pupo, invece di andare abbiamo continuato a chiacchierare e lui con noi, e noi chiacchieriamo in italiano. A un certo punto mi sono accorta che vicinissima a noi c’era una bambina sui 9-10 anni, che addirittura un po’ ci girava attorno, come uno squaletto biondo in grigio e rosa. Un po’ guardava i bambini (checché ne dicano i sostenitori dell’uguaglianza – parità, furbi, non uguaglianza! la parità, ci vuole!  fra sessi, il 99% delle bambine è attratto dai bebè, mentre il 99% dei maschi non lo è), un po’ noi. Dopo un po’ abbiamo commentato ridendo che doveva essere un po’ spiazzata a sentir parlare una lingua straniera da così tante persone, e infine ci siamo salutati. Noi verso il supermercato, loro verso casa. E’ un po’ che prendo in giro la mia amica, che mi racconta di venire spesso seguita fino a casa da bambini che non conosce: siccome ha molti figli, forse i bambini altrui credono di doversi unire tipo classe dell’asilo. Le ho consigliato di non offrire loro da mangiare, se no non se ne vanno più.

Dopo un paio di metri mi sono resa conto che invece questa volta ero io a venire seguita: la bambina-squalo. Anzi, mi camminava proprio a fianco. “Pupo, ma che la conosci?” “Mmmh, no.” Ha un’aria sconsolata, anche se non triste. Un po’ vacua. Ci guarda e non parla.

“Come ti chiami?”

“Angelina.” (mi dispiace)

“Hai bisogno di aiuto?”

“No.”

“Aspetti qualcuno?”

“No.”

“Vai al doposcuola?”

“No.”

“Vai a casa?”

“Sì.”

“E non ti piace andare da sola, vero?”

“No”, dice pianissimo.

Non le chiedo più niente, continua a camminare in silenzio vicino a noi.

Alle strisce noi attraversiamo, lei va dritta. “Allora ciao!”, le dico. “Ciao”, mormora. Si gira un’ultima volta a guardarci e va via.

Mi ha fatto un po’ pena.

Pubblicato da: lastejan | 25/04/2017

La domanda

Sette e mezza del mattino. Lascio il Pupo davanti a scuola, proseguo col Pupino verso l’asilo. Ci vengono incontro le compagne del Pupo, che prima dell’apertura della scuola sono ospiti dell’asilo che fa anche doposcuola.

Ci sono quasi tutte: L-M la bulla, quella che sputa. J., la figlia dei farmacisti e cocca della maestra. L., figlia della Mamma Lamentosa. E., la tabbozza. A-L, che ha un nome che potrebbe benissimo essere quello di una pornodiva. V., la figlia della crocerossina (non è un aggettivo, è proprio il mestiere della madre).

Mentre ci oltrepassano in una riga compatta, bullandosi con le loro cartelle rosa piene di fatine e i vestiti sbrilluccicanti, A-L ed E. si staccano dal gruppo e mi si parano davanti, e A-L dal nulla mi chiede “L’herpes è contagioso?”

Ditemi che ho capito male. “Come, scusa?”

“L’herpes è contagioso?”

“Beh, ecco, dipende, insomma…” imbarazzo cosmico. “Se è sulle labbra e lo tocchi, sì, certo, è contagioso.”

Lei e la tabbozza fanno una faccia preoccupatissima e ripartono senza dire nulla.

Ora vorrei sapere chi di loro ha l’herpes.

Pubblicato da: lastejan | 23/04/2017

La cosa del balcone

Sono anni che spero che rifacciano la facciata del mio palazzo. Da quando è spuntata quella macchia di muffa, e poi è spuntata in un’altra stanza e abbiamo capito che il problema era il muro nord della casa. Da quando, soprattutto, dei vicini che abitano sopra di noi ci hanno detto che tutti, al lato nord, hanno quella muffa, che quindi è sicuramente la facciata.

Rifanno anche i balconi, che non sono pericolosi o pericolanti, ma solo brutti e sciupati, e va benissimo così.

Queste sono le cose positive.

Quelle negative: un paio di settimane di smartellamenti per montare le impalcature, per cominciare. L’anno scorso hanno dovuto rifare due facciate per via della grandinata di due anni fa ed è stata una cosa infinita, tutta un’estate di smartellamenti, e non era interessato nessun lato del nostro appartamento. Un rumore incessante e snervante. Quest’anno ce l’avrò da tutti i lati: camere, cucina, salotto.

Inoltre per rifare il balcone bisogna svuotarlo completamente di qualunque cosa ci sia sopra. Entro il primo maggio e probabilmente fino a fine agosto. Ho detto addio alle viole del pensiero e alle primule, che qui durano ancora un po’, trapiantandole sulla tomba della bisnonna, stamattina. Che strano, io che non vado neanche sulle tombe della mia famiglia, perché mi fanno star male, sono stata mezz’ora a rimestare nella terra dove è sepolta la nonna di mio marito, e suo nonno che non ho mai conosciuto e altri parenti mai visti né sentiti nominare. Sarà una sorta di ammenda appena sotto il pelo della coscienza per non essermi mai voluta occupare delle tombe che per me significano qualcosa. Il fatto è che per me le tombe non significano niente, se non il ricordo più spiacevole legato a quella persona, la morte. Fosse per me, farei compostare tutti. Invece ero lì, stamattina, a cercare di abbellire quel ricordo dei nonni di mio marito, dove lui va spesso ma non fa giardinaggio, e dove mia suocera va solo un paio di volte l’anno con infinito scazzo per mettere un lumino e lamentarsi di quanta fatica le costa. E’ una tomba triste, senza fiori, con un sempreverde che non riesce neanche ad allargarsi, lasciando la metà brulla e grigia. Beh, ora è colorata. Alla bisnonna sarebbe piaciuto così.

Così, dicevo, ho tirato giù tutti i vasi appesi. La lavanda la parcheggerò alla casa al lago, non so ancora se piantarla lì e separarmene o se riprenderla a fine lavori. Ho una rosa, che poco fa ho scoperto essere piena di afidi, porca pupazza, che lascerò dalla mia amica che ha un giardino immenso. La salvia… boh. La metto sul davanzale? Non so. Il rosmarino sembra morto. L’alloro è morto di certo. L’alloro qui non cresce, mi devo rassegnare. Devo trovare una sistemazione per tutti i vasi, uno scaffale di vetro che avevamo trovato in casa e viene bene come portavasi, il tavolino e le sedie pieghevoli, le scale. In pratica sono spacciata.

Avere il balcone vuoto mi fa una tristezza infinita. Mi dà proprio tanto, ma tanto fastidio. Non so perché, ma mi rende triste. Eppure a fine estate potrò usarlo di nuovo, potrei mettere dei fiori autunnali… no, niente, sono triste ugualmente.

E poi c’è la parte forse peggiore in termini pratici: come minimo durante il rifacimento del mio piano, al massimo però per sei settimane e oltre, le mie finestre saranno coperte dalle impalcature e penso ricoperte da una protezione quando ridipingeranno. La vicina col marito vecchietto che si fa le canne ha detto che ci saranno montagne di polvere e non si potrà quasi mai aprire la finestra, lei c’è passata l’anno scorso con un lato (cucina e camera) e quest’anno tocca all’altro (salotto e altra camera). Quindi sporco, buio, puzza di chiuso, puzza di vernice, rumore, operai che ti passano davanti alle finestre.

C’ho una “Weltuntergangsstimmung” che non vi dico. Un “umore da fine del mondo”, per descrivere quando ti senti tetro e privo di speranze. Dio che scazzo. Tutta l’estate con rumore e finestre chiuse. E i sonnellini di Ranocchietta? Come farà a dormire con martelli pneumatici e trapani al lavoro?

Potrei anche trasferirmi nella casetta della bisnonna al lago, ma prima ci sono da fare pulizie più che radicali prima che mi sogni di passare lì dentro più di mezz’ora al giorno. Vi dico solo che la cosa meno schifosa sono le cacche di ghiro. E io ce n’ho per le palle di ripulire aggratis un decennio di sporco accumulato in una casa non mia, mentre ho almeno tre cose – tre esseri viventi – molto più importanti, e molto più miei, di cui occuparmi.

Uff.

Pubblicato da: lastejan | 23/04/2017

Ansia da compleanno

Oggi si festeggia il compleanno del Bullo in un parco giochi indoor – per me la più fedele rappresentazione dell’inferno in Terra. Il fatto che poi il festeggiato sia il Bullo rende l’avvenimento la più fedele rappresentazione dell’inferno in Terra completo di Satana.

Perché il Bullo, che ha passato i primi mesi a picchiare mio figlio e altri compagni di classe, abbia invitato il Pupo alla sua festa, non mi è stato chiaro finché non ho scoperto che ha smesso di picchiarlo (non so se si possa dire altrettanto delle altre vittime) ed è diventato suo amico. Sono troppo sollevata all’idea che mio figlio non sia più vittima di bullismo per preoccuparmi per questa amicizia. E’ comunque, a mio parere, superficiale e limitata alle elementari, visto che questo somaro andrà probabilmente all’avviamento professionale. Che previsione stronza, vero? Eppure è così.

Insomma, oggi c’è il compleanno e io mi sono accorta che ho dimenticato di confermare. I bambini ricevono inviti cartacei per i compleanni, sempre corredati di numero di cellulare di un genitori. Di tacito accordo, i genitori degli invitati mandano sempre un sms di conferma ai genitori del festeggiato. Siccome però il Bullo ha consegnato gli inviti oltre un mese fa, quando ancora il Pupo lo odiava, non avevo confermato allora (e sti cazzi!) e mi sono dimenticata del tutto di farlo.

Poco fa mi sono ritrovata a scrivere febbrilmente un messaggio di scuse e conferma alla madre, ma poi ho lasciato perdere perché manca un’ora al compleanno – dalle 10 alle 13, ma che orario è?!

Il fatto è che io ho paura pure della madre. Il figlio è un colosso biondo e maleducato vestito come uno skater. La madre è bassa e tozza, ricoperta dalla testa ai piedi di tatuaggi del cazzo tipo “Non toccate la mia famiglia”. Non ho letto esattamente questa frase, ma ho letto parole come “famiglia”, “amore”, “per sempre”, sparse qua e là e contornate da rose spinate, caratteri gotici e motivi mezzi sciolti nel tempo che la rendono un misto tra una pubblicità di Ed Hardy e un quadro di Dalì vivente. Più brutta, però. Un mastino umano, come suo figlio.

Ora, forse il fatto di non aver disdetto implica che il Pupo vada alla festa, d’altra parte ho il timore che il non aver confermato implichi una disdetta. E se arrivo lì e mi abbaia contro che non ho confermato e quindi non è stata pagata la quota per il Pupo e quindi non può andarci? E io che ieri ho speso dieci euro (spero che il Pupo mangi e giochi per quindici, come minimo) per una maglietta tabbozza, perché che cavolo regali a un Bullo? Il Pupo diceva che il piace il “Nerf” che è un costosissimo fucile di plastica che spara o acqua, nelle modeste versioni da 30 euro, o proiettili di polistirolo e gomma, in quella lussuosa da 70 euro. Col cazzo e col pensiero.

Sti compleanni mi rovinano: oltre al materiale scolastico, alla quota per le fotocopie, a quella per la Croce Rossa Giovanile, l’Associazione Genitori e altre robe, si aggiungono questi malnati compleanni di bambini sconosciuti per cui ogni volta devi sborsare minimo una decina di euro, ma so che c’è chi ne spende molti di più, e mi chiedo se non pesino questi 50-100 euro extra per ogni anno scolastico agli altri genitori. Poi qui hanno pure la faccia di dirti cosa desiderano. Fanno la “lista compleanno” all’ipermercato di giocattoli, i genitori inseguono figli e altri genitori chiedendo cosa vogliano i pargoli per il compleanno. Ma ‘sti cazzi, io regalo libri. E una maglietta al Bullo, per forza, che se no col libro ci faceva i filtri per le canne fra sei anni. “Pupo, il Bullo non è uno che legge, vero?” “Mh, no, proprio no.”

Ancora un quarto d’ora e devo prepararmi in fretta e uscire. Ansia. Cazzo, non ho fasciato la maglietta. Salvatemi. Per favore, un’invasione aliena mi salvi. NON VOGLIO.

Pubblicato da: lastejan | 22/04/2017

Vacanza senza speranza

Ormai dovrei averlo capito, che andare in vacanza NON è andare in vacanza. Non vuol dire riposarsi, rilassarsi, staccare. Invece sono scema e ogni volta mi immagino momenti idilliaci tipo i miei fratelli e mia cognata ognuno con un bambino per mano che salutano me e l’Uomo e dicono “Divertitevi, ci pensiamo noi!”, cosa che ovviamente non può succedere: tutti e tre lavorano a tempo pieno e al massimo posso supplicare mio padre, perché mia zia si sente – ormai è – troppo vecchia per occuparsi di così tanti bambini e così piccoli.

Quindi io, ingenua, sono partita con la solita idilliaca aspettativa, e come ogni volta, mazzate sui denti.

I bambini erano raffreddati, tutti e tre.

La mattina di Pasqua l’Uomo si è svegliato che si sentiva maluccio, a mezzogiorno stava di merda e alle quattro è svenuto a letto, mentre tutti ancora festeggiavano, e a parte una pausa di qualche minuto per mangiare un brodo e un po’ di pane, ha dormito fino al giorno dopo alle nove. Diciassette ore di sonno in cui ha avuto i brividi, poi ha sudato, e io ogni tanto gli tastavo la testa e sentivo come scottava, mentre pensavo “La prossima sono io”.

Invece no: era mia zia. Forse peggio, perché per lei è ovviamente più pesante e perché così mi sono dovuta occupare anche di lei, oltre che dell’Uomo convalescente e dei tre bambini mocciosi (che comunque non stavano male, eh: vivacissimi! Io dovevo solo pulire i loro nasi colanti ogni pochi minuti). Cucina per 6, pulisci per 6, asciugati il moccio, ma non farlo pesare agli altri perché loro stanno davvero male, invece a te t’ha preso solo di striscio, ammannisci paracetamolo e fazzoletti, costringi a bere acqua e brodini. E naturalmente porta fuori i bambini, poverini, tutto il giorno in casa, come fanno?, hanno bisogno di sfogarsi, e tu ti chiedi che cazzo intenda dire, visto che sfrecciano su e giù per casa e giardino per ore e ore.

Beh, dai, almeno lunedì sera sono stata invitata a un addio al nubilato “soft”, mi distraggo.

No, perché sono tutti malati e chi bada ai bambini? Cena annullata.

Dai, almeno magari riesco a vedere le mie amiche.

No, anche loro lavorano a tempo pienissimo e io sono bloccata dall’altra parte della città con tre figli e due malati.

Ho fatto un giro in centro, questo è stato bello. Un bambino in fascia, uno per mano, il grande a casa con la zia a tossire e guardare i cartoni. L’Uomo era ancora mezzo scassato, ma si è trascinato fuori per salvare un pezzetto di vacanza.

Poi a Pasquetta siamo stati in campagna da mio padre. Abbiamo fatto una bellissima passeggiata con mio fratello, mio padre, mia cognata. L’Uomo è stato in casa a guardare il muro e a convalescere. Bello bello. Il Pupino ha celebrato il Lunedì dell’Angelo planando a volo d’angelo sullo sterrato davanti al portone di casa mia, rinfrescando il suo vecchio bernoccolo con una nuova crosta sanguinolenta. Una roba spaventosa, ma lui non se n’era reso conto e mentre noi controllavamo le pupille e la coordinazione dei movimenti, lui mostrava disperato una minuscola goccia di sangue già asciutto sul palmo di una mano. “Maaaale maaaanooo maaammaaaa maaaaleeee”. Fijo mio, se ti vedessi la fronte…

A Pasqua abbiamo mangiato benissio e troppo, come si conviene, e nonostante lo stato comatoso di mio marito è stata una bella giornata anche quella.

E bon, ora non mi viene in mente nient’altro, a parte la stanchezza, il raffreddore e il raspare in gola che mi hanno perseguitata tutta la settimana, ma se mi torna in mente lo aggiungo.

Ah giusto: ho comprato 3 libri. “A volte ritorno” di John Niven, classificato da mia zia come “che idea stupida!” quando le ho raccontato la trama blasfemissima, quindi ho attese molto alte a riguardo. “Educazione transiberiana” di Lilin. Boh, dovevo prenderne due per pagarli solo 15 euro, mi son buttata. Se c’è Russia c’è speranza. “…” non mi viene il titolo, di Roald Dahl, il mio scrittore preferito per ragazzi, ma questo è un suo libro per adulti. Vi saprò dire. Ho iniziato il primo dei tre e per ora ci sono molte parolacce, sconcezze e appunto idee blasfeme, quindi non mi spiace.

Pubblicato da: lastejan | 09/04/2017

Posso fare merenda?

Questa domanda, in tutte le sue varianti, mi perseguita. Forse è la cosa che mi disturba di più in questo periodo, perfino più delle faccende di casa.

Vengo svegliata tra le 6 e le 6 e mezza tutte le mattine (tutte, proprio tutte) da un bambino a caso che vuole mangiare. I grandi entrano in camera e mi chiedono proprio “Possiamo fare colazione?”, mentre Ranocchietta si mette a fare i suoi rumorini caratteristici – dalla puzzetta alla risata, dal gridolino al rutto epico – per farmi capire che è l’ora del latte.

Quindi faccio pane, burro e marmellata per i grandi, latte per il piccolo. Se è un giorno feriale, finché non usciamo di casa mi chiedono cosa ho messo loro nello zaino per merenda. “Una banana.” “Ma io volevo un panino.” “Un panino.” “Ma io volevo una mela.” E sti cazzi?

Se è festivo, fanno colazione e poi mi chiedono “Cosa posso mangiare ancora?” “Hai mangiato tre fette di pane imburrate, una mela e hai bevuto un bicchiere di latte. Anche basta, figliolo!” “Ma io ho ancora un po’ di fame…” “No, dai, basta.”

Un’ora dopo “Possiamo fare merenda?” “Ma come?? Avete fatto colazione un’ora fa!” “Possiamo fare merenda?” “Ma dai!! Non potete mangiare ogni ora!” “Ma noi abbiamo fame!”, mi supplicano con voce lamentosa. Cedo e dò loro della frutta.

Dalle 11 in poi “Quando facciamo pranzo? Possiamo fare di nuovo merenda? Possiamo mangiare qualcosa? Cosa c’è oggi per pranzo? Posso avere della frutta secca? Posso avere un succo di frutta? Posso mangiare dei biscotti? Mamma, ho così tanta fame!”

A mezzogiorno o giù di lì si mangia, dopo che ho dato da mangiare a Ranocchietta. Finito il pranzo ricomincia il lamento – in questo caso soprattutto del Pupo: “Posso avere ancora qualcosa? Cos’altro posso mangiare? C’è ancora qualcos’altro?”, e tu oggettivamente sai che una fetta di carne con contorno abbondante di riso e verdure è abbastanza per un bambino di sette anni, ma ti fa venire il dubbio: lo affamo? Ha un balzo di crescita? Era troppo poco? Allora gli dai ancora della frutta e poi, quando lui continua a chiederti dell’altro, ti chiedi se invece non ti stai facendo fregare, quindi passi dalla denutrizione all’obesità in un attimo e ti chiedi se tuo figlio non sia sulla buona strada per diventare una botte (no, non lo è).

Finiamo di mangiare per l’una, massimo l’una e mezza, e dalle due in poi attacca il Pupino: “Posso fare merenda?” “No.” “Posso fare merenda?” “No.” “Per favore, mamma, merenda! Ti prego, ho fame, tanta fame, fame, mamma, ti prego, un panino, una banana, una mela!”, e io lì a ripetere come un mantra “E’ troppo presto, aspetta un paio d’ore”, mentre lui nel peggiore dei casi si scioglie in lacrime e mi fa sentire un aguzzino.

Il tempo passa lentissimo fra una richiesta e l’altra, poi arriva l’ora della merenda e riparte la lagna “Cosa posso mangiare ancora?”, seguita da “Quando facciamo cena?” e “Ma come il latte e poi a nanna? Io voglio mangiare ANCORA!”, intervallate dalla merenda di Ranocchietta. Poi finalmente vanno a dormire, e quindi tocca al piccolissimo fare l’ultimo pasto, e quindi basta, finito, hanno mangiato tutti tutto. Tutto tutti. Ancora 8-9 ore e si ricomincia.

Ma è normale? Si può vivere barcamenandosi da un pasto all’altro? Mi pare di non far altro che dar da mangiare e metter via piatti sporchi. Ogni tanto ho la tentazione di bollire in un pentolone una decina di wuerstel, altrettante uova e poi mettere un truogolo pieno di cibo da cui servirsi, che si arrangino. Poi ho visioni della loro adolescenza, in cui io compro delle latte da 5 chili di gulasch e loro se lo dividono per pranzo, e per cena rovescio sulla tavola un sacco con un contenuto non definito, ma molto simile a quei sacchi-scorta da venti chili di croccantini per cani, su cui loro si buttano come dei selvaggi.

Mangiare di tutto, tutto il tempo, sembra che non pensino ad altro. Li affamo? Li ipernutro? Dò loro il giusto ma loro sono ossessionati dal cibo? Ripeto: ma è normale?!

Mi causano delle reazioni che vanno dal disgusto per il cibo e la tentazione di scappare da McDonald’s e sfondarmi di menù senza di loro.

Pubblicato da: lastejan | 04/04/2017

PPDC

Correva l’anno scolastico ’95/’96, la vostra Ste era in prima superiore e la sua compagna di banco era la Fra (e se sta leggendo ha già capito dove vado a parare).

Avevamo 13 anni e ci sentivamo ancora autorizzate a guardare i cartoni. In genere lei Ken Shiro e io gli Animaniacs, ma uno l’avevamo in comune: PPDC, come lo chiamavamo noi, perché il titolo era troppo lungo… no, perché il titolo era vergognoso. Anche il cartone stesso era vergognoso, ma a 13 anni andava benissimo. Mamma mia, com’era appassionante!

C’era la protagonista, Miki, che prima odiava e poi naturalmente amava Yuri. Ghinta era la copia sputata di Yuri, ma siccome aveva i capelli di un altro colore allora era un altro ragazzo. Questo era innamorato di Meri, ed era un po’ il Pacey della situazione, tanto che a un certo punto credo che sia stato anche con Miki (se non sapete chi sia Pacey e non vedete la chiara somiglianza tra Miki e Joey, vuol dire che non guardavate Dawson’s Creek, e non sapete cosa vi siete persi – forse è meglio, va’). Poi c’era Il Ragazzo Piu’ Grande, che si chiamava Steve ed era l’apoteosi del Figo: capelli neri lucenti e occhi verdi. C’erano anche certi con dei capelli viola, che nei cartoni giapponesi sono tanto comuni che mi aspetterei di incontrare ogni tanto dei giapponesi coi capelli viola, e invece nisba.

Lo guardavamo perché era tanto appassionante, con tutti questi amori adolescenziali che per noi erano più che irreali: asociali come eravamo io e lei, mai e poi mai ci saremmo sognate di essere coinvolte in storie d’amore così passionali. In storie d’amore. In storie, punto. Eravamo proprio tanto, tanto asociali. Quando le nostre compagne di classe uscivano con questo e quello, noi guardavamo PPDC. Quando loro cominciavano a trombare in giro, noi guardavamo da lontano Quelli Che Ci Piacevano (“A te chi ti piace?”, eterna domanda all’inizio di ogni amicizia tra ragazze). Quando loro si sfondavano di canne, noi eravamo al cinema a vedere Evita. E sono molto contenta di tutto ciò.

Ora le storie d’amore pare che inizino prima. Già all’asilo il Pupo aveva giurato eterno amore a Maria, sentendosi rispondere “Sai cosa? Sposa invece quella là. O quella laggiù. Insomma, un’altra.”, ma era la figlia di quella stronza che m’aveva mollata in mezzo al supermercato, meglio così. Poi s’era innamorato di M., omonima di una famosa attrice tedesca del secolo scorso (“Però voglio sposare anche Maria, eh, non so quale delle due sposerò”), e ora l’ha scordata – in compenso il Pupino va all’asilo con lei e la guarda con occhi adoranti – per far assurgere al rango di Migliore Amica E., quella che E., lo sguardo di Satana.

“E ad E. chi piace?” “Le piaccio io.” “Ma io ho sentito dire che le piace L.” “Nooo, a lei piaccio io.”

Sarà, tant’è che la mia amica sudtirolese ha visto E. mano nella mano con L., cosa che deve aver suscitato le gelosie di molte compagne di classe: a quanto pare Vi., LM., J. e pure un’altra sono tutte innamorate di  L.

L. ha otto anni, a scuola fa schifo, ha i capelli tinti di giallo, blu e verde (tinti in modo permanente, non con lo spray di carnevale) e una sfilza di denti macchiati di grigio e marrone. Marci, insomma.

Una volta la figlia della Mamma Lamentosa ha confessato al Pupo di essere anche lei innamorata di lui, e il Pupo le ha detto “Ma dai, per favore! L. ha i denti GRIGI!” e lei “Bleah, che schifo! Allora forse non mi piace più.” Terrorismo sentimentale.

Sì che la scelta in classe non è molto ampia: una sfilza di femmine e poi il Pupo, L., il bullo R., l’anonimo D., lo stupidino A., lo Straniero M. (che in realtà non è assolutamente l’unico straniero della classe, ma lo sembra un po’ più degli altri – tra cui per metà il Pupo – perché all’inizio parlava male tedesco e i suoi genitori lo parlano poco o niente). Di chi ti puoi innamorare? Secondo me solo del Pupo, ma io sono un po’ di parte. Del bullo non ti puoi innamorare, è troppo antipatico. Gli altri non hanno personalità abbastanza spiccate per far breccia nel cuore delle compagne, così vince su tutti L. coi suoi capelli al neon e i denti in bianco e nero.

Però… però… un pomeriggio il Bullo R. si è infilato nella siepe del giardino di Va., la figlia della mia amica, la bambina zen nell’occhio del ciclone, e la madre, molto ospitale, l’ha invitato a restare. Alla fine del pomeriggio la bambina ha confessato alla madre: “Sai, mamma, mi sa che mi sono un po’ innamorata di Bullo.”

Guardiamo in faccia alla dura realtà: il Pupo vuole sposare E. – lo sguardo di Satana e Va. il Bullo. Io e la mia amica già ci immaginiamo le nozze fra una ventina d’anni: gli invitati, il matrimonio doppio, e io e lei che ci sfondiamo di grappa prima della cerimonia per poter reggere allo shock. Noi PPDC ce l’abbiamo in casa.

Pubblicato da: lastejan | 22/03/2017

Il topo dei denti con le perdite di memoria

In rapida successione il Pupo ha perso due denti da latte. Sa di poter contare sul topo dei denti, che arriva sempre puntuale e sicuro, quindi la sera mette il suo dente sotto il cuscino e va a dormire.

“Mamma, non è venuto il topo!”, mi annuncia stupito il giorno dopo.

O porca miseria, mi sono dimenticata. “Ah, uh, eh… sarà in ritardo.”

Il giorno dopo lo stesso. Quello dopo anche. Il topo si è fumato il dente di mio figlio.

Il problema è che stavo malissimo, ero stanca morta e non riuscivo neanche a ricordarmi le cose più banali, per esempio che il pane non va in frigo, ma nel portapane, e che la porta di casa va chiusa se no si può aprire da fuori.

In un guizzo sono riuscita a far sparire il dente e lasciare due monetine mentre lui faceva colazione e non aveva ancora controllato. “Mamma, guarda! E’ venuto! Si è ricordato! Chissà cosa gli era successo…”

Il dente successivo, stessa storia. Non ci riuscivo, non mi ricordavo! Il topo c’ha messo due giorni prima di decidersi a portar via il dente. Invece di approfittare dell’occasione per svelare al Pupo che il topo non esiste, mi sono arrampicata sugli specchi per giustificare il suo ritardo, mentre l’Uomo ipotizzava un ritiro dall’attività. “Ha capito che non ci guadagna niente, ha dato via la licenza e ora va al collocamento.” Così il Pupo a ogni delusione imprecava “Uffa, ma va sempre al collocamento!”

Ieri sera sono riuscita a ricordarmi, grazie anche alle flebo di ferro che ho cominciato a fare e che mi pompano energia nelle vene (mi drogo di ferro, ebbene sì). Ci sono ancora solo 5-6 denti e poi finalmente posso andare a dormire tranquilla… finché non tocca al Pupino!

Pubblicato da: lastejan | 19/03/2017

Non si lasciano i bambini da soli in auto

Questi cretini hanno pensato che fosse più pericoloso girare per via Gramsci, a Genova, che stare chiusi in macchina al caldo per ore. Credo che abbiano mentito spudoratamente, intanto perché per quanto via Gramsci sia mal frequentata, non parliamo di una favela in Brasile con le sparatorie tra bande (oddio, ogni tanto ci si accoltellano), e poi perché non sono scesi a fare una cosa e risaliti dopo cinque minuti, ma sono andati tranquillamente a fare spese e commissioni per minimo due ore. Ah, che altruisti: vi sacrificate a uscire nella pericolosissima via Gramsci, ma “salvate” i vostri figlioli chiudendoli in macchina. I bambini hanno rischiato di morire soffocati. Per fortuna la più piccola, di nove mesi (nove mesi! Delinquenti!), non era intontita dal caldo come il fratello grande e urlando e picchiando con la mano sul finestrino ha attirato un passante.

Mi chiedo: che cosa vi passa per la testa? Vi passa qualcosa per la testa? Avete dei pensieri intelligibili? E’ facile lasciarli in macchina, vero? Un attimo, ci metti un attimo. Magari loro stessi ti dicono che non hanno voglia di scendere, e tu ti senti gentile. Poveri, così non si stancano.

Peccato che rischino di restarci.

La pena infinita che mi fanno quei genitori intontiti dalla stanchezza che si dimenticano i figli in auto e li uccidono accidentalmente è pari allo schifo infinito che mi fanno quelli che ce li lasciano di proposito.

Lo fanno ovunque, sicuramente in tutto il mondo. In America hanno fatto apposta uno spot in cui una madre pensa di “sbrigarsi” per comprare due cose e poi incontra una conoscente e si ferma a chiacchierare, con conseguenze drammatiche. Forse bisognerebbe trametterlo ovunque.

Per quella stronza con cui ho litigato anni fa,

per la mamma border-line che mi aveva abbandonata al supermercato, che lasciava sempre la figlia piccola legata in auto insieme al chihuahua per andare a prendere la grande (e no, non sembrava essere di fretta),

per quella di solito così simpatica, che alla mia domanda “D., ho visto tuo figlio grande addormentato in auto sotto il sole, ci sono trenta gradi… sta bene?” aveva risposto “Sììì, era solo molto stanco, non volevo svegliarlo!”, mentre chiacchierava con altre mamme e aspettava che il figlio piccolo finisse di giocare,

per quegli asociali che per fare la spesa con calma avevano lasciato due bambini chiusi in macchina in estate, nel parcheggio accanto al nostro, mentre io avevo mandato l’Uomo ed ero rimasta coi miei, come fanno le persone sane di mente, e non che DUE genitori vanno a farsi gli affari loro e chiudono i bambini in macchina.

Cavoli, a me viene l’ansia quando devo pagare dal benzinaio e li lascio soli per i 45 secondi necessari!

Non lasciate i bambini da soli in auto.

Non siete più veloci degli altri a far le cose, non avete più memoria, non siete più “svegli”, non siete più furbi.

Siete solo più stronzi.

Pubblicato da: lastejan | 16/03/2017

Una conquista

Oggi era una giornata troppo storta per non volerla raddrizzare. Siamo usciti, come promesso, portandoci dietro la bici.

La bici comprata due anni fa su misura di un bambino di 5 anni molto alto, che ora è un bambino di 7 anni molto alto. Comprata con le rotelle a parte, che “Ma è sicuro che ci vadano?” “Eh, come no? Sono universali!”, e sì, le rotelle erano universali, ma la bici no: era di quelle su cui non le puoi montare. Una bici bellissima, che ho montato io, ho gonfiato io le gomme, ho mandato a spigolare un vecchio di merda che passando aveva detto “Eh, come cambiano i tempi, eh? Ora sono LE DONNE a montare le bici, e i papà dove sono?” e io “A letto con la febbre, perché? Gliela vuole montare Lei? Così LA DONNA se ne sta a guardare?”, che tanto non l’avrebbe montata lui comunque, perché non sa montare manco un Billy dell’Ikea – figuriamoci una bici – ma questi sono affari nostri.

Avevo provato a montarci le rotelle, che ora giacciono in cantina non restituibili, perché prima ho perso lo scontrino, poi l’ho ritrovato ma non sapevo dove fossero le rotelle, poi le ho ritrovate ma non sapevo dove fosse lo scontrino, ecc.

Poi avevo rinunciato a montarle e a riportarle indietro, decidendo che il Pupo avrebbe imparato ad andare in bici senza rotelle e basta, col presentimento di una Caporetto pedagogica puntualmente arrivata: non riusciva, non voleva.

Abbiamo provato un po’ di volte, poi volevo far provare l’Uomo, ma lui non c’era, poi c’era ma era in depressione da disoccupazione, poi io ero incinta e insomma, son passati due anni, cavoli.

Due anni con la bici verde sul balcone, a scolorirsi.

Oggi l’abbiamo riportata fuori. Ho gonfiato le gomme, il Pupo ha messo il casco, abbiamo raggiunto una stradina piana e via, a umiliarci davanti ai soliti vecchi di merda che lo guardavano male perché sembra un bambino di 10 anni, ma anche 7 qui sarebbero troppi, che a 3 anni già sfrecciano in discesa in piedi sui pedali. Gli ho detto “Non ci far caso: tu non ci sai ancora andare, loro invece non ce la fanno più.”, e spero che capissero l’italiano.

Ci sono stati svariati tentativi, incoraggiamenti, bava di Ranocchietta dal suo passeggino e il Pupino che saltellava intorno e chiedeva, alternativamente, di poter mangiare, di andare lui in bici e di andare a casa (no, no e no). Il Pupo ha avuto un paio di momenti di euforia, ma per la maggior parte ha brontolato e imprecato. E’ sceso dicendo che smetteva, che in fondo non è importante andare in bici. Ha cercato di slacciarsi il casco più volte, ma forse non ha rinunciato giusto perché non ci riusciva, e faceva brutto tornare a casa col casco in testa e la bici a mano.

Si è arrabbiato con me, col Pupino, con la bici, con la strada.

Non è abituato a perdere. Tutto quello che sa fare gli è piovuto addosso: disegna bene come suo padre, legge e scrive dal nulla come me, ha questo stranissimo talento per i numeri. Non ha mai gattonato, è partito su due piedi a un anno appena compiuto, col pallone ci sa fare e la tromba suona come se avesse proprio azzeccato il suo strumento, quindi ogni cosa richieda sforzo lui la abbandona. Non sa allacciarsi le scarpe, per dire.

Beh, abbiamo insistito. L’ho incoraggiato, lodato, spronato, quasi mandato a cagare, e poi “Mamma, ho fatto quattro giri di pedale!”

Poi non riusciva di nuovo, e giù imprecazioni, minacce, rinunce a vita, incoraggiamenti, mugugni.

Alla fine è rotolato giù per una discesa, ma quei pochi metri prima di schiantarsi i pedali hanno girato insieme ai suoi piedi, e a quel punto è cambiato qualcosa: “Hai visto? Sono andato!”, sprizzava gioia, e così ha anche creduto alla mia bugia che sììì, saprò riparare il catarifrangente staccatosi nella caduta. Abbiamo imboccato una traversa perfettamente piana e nell’ordine ha:

-imparato a frenare coi piedi

-imparato a frenare col freno

-investito la carrozzina con suo fratello dentro

-imparato tenere il manubrio dritto

-investito il Pupino

-imparato a far le curve

A quel punto abbiamo deciso di tornare, ma abbiamo incontrato per caso i nostri amici della scuola – la famiglia di V. alias “calma interiore” – e V. e suo fratello sono corsi a prendere le loro bici, che ovviamente maneggiano divinamente da quando hanno lasciato il passeggino. Sono andati su e giù e per impressionarli il Pupo ha dovuto abbandonare le sue ultimissime remore. Giusto lo slalom non ha fatto. Lui ha ammesso di non saperlo fare, e loro sono stati così gentili da soprassedere.

Siamo tornati a casa ubriachi di orgoglio e stanchezza, il Pupino incazzato nero perché non aveva avuto la merenda (la sua caccarella ringrazia) né era andato in bici, Ranocchietta ignaro dell’evento a cui aveva assistito, il Pupo puzzolente come dopo il Giro d’Italia.

Un’ora di lotta contro la forza di gravità e la vittoria dell’equilibrio sull’asfalto hanno trasformato una giornata orribile in una memorabile.

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