Pubblicato da: lastejan | 08/10/2017

I sudamericani in Austria

Ieri sera è apparsa su Facebook una cosa che quasi mi avrebbe fatto sputacchiare la cena sul portatile.

Sì, io e mio marito, messi a letto i bambini, abbiamo cenato davanti al portatile, sul divano, romanticamente. Facciamo un po’ schifo, ma chissene.

Insomma, è apparsa questa cosa: workshop e concerto di un’ensemble facente parte di una famosissima orchestra sudamericana, con musicisti giovanissimi, in genere provenienti da famiglie poverissime. Conoscete “El sistema”? Se non lo conoscete googolatelo, è una cosa bellissima e sforna musicisti sensazionali.

Vengono qui, in questa città di 60mila anime, fanno una workshop in una scuola media a cinque minuti di macchina da casa mia, e la sera fanno anche un concerto. Mi sono iscritta subito, e con me porterò il Pupo, fresco di iscrizione al corso di tromba della scuola musica. Non so se lui possa suonare anche, ma di sicuro ne può trarre profitto e incoraggiamento.

Sono emozionatissima!

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Pubblicato da: lastejan | 04/10/2017

Alpha Woman, ma senza esagerare

Una nocca sbucciata, un avambraccio escoriato, un pollice schiacciato col martello e lo spigolo di una portiera conficcato nel polpaccio.

E’ questo il bilancio definitivo della visita di mio padre questo fine settimana, ma andiamo con ordine.

“Quando viene il nonno? Eh? Quando viene? Eh? Perché non viene? Glielo dici che deve venire?”, e io che non volevo neanche chiederglielo, perché sono offesa a morte che venga giusto due volte l’anno a trovarci nonostante sia in pensione e libero come l’aria, ho dovuto chiederglielo.

Sorprendentemente, Sua Maestà il Papà della Ste aveva già messo in conto di venire a trovarci, quindi è partito dopo una feroce contrattazione sulla durata della visita – “Arrivo venerdì mattina e riparto domenica a pranzo” “Allora te ne puoi anche stare a casa.” “Vaaa bene, allora arrivo sabato mattina e riparto lunedì” “Mi prendi per il culo?! Non c’hai niente da fare, hai tre nipoti, vieni qua e ci stai UN BEL PO’!” “Uff. Arrivo sabato mattina e riparto martedì sera.”

Andata. Che poi magari gli potevo scroccare ancora un giorno, ma poi me ne sarei pentita perché ogni volta mi viene un esaurimento.

Però quest’ennesima visita brevissima non mi andava giù, soprattutto perché io ho un sacco di cose da sistemare in casa e che non posso fare perché ci vorrebbero due adulti a farle e uno a badare ai bambini. Quindi ho pensato di caricarlo in macchina appena arrivato, trascinarlo nel capoluogo della regione all’Ikea, comprare l’armadio per camera mia, che è rotto da circa 5-6 anni, e sistemare la faccenda dell’armadio una volta per tutte.

L’ho fatto davvero: “Ciao papà. Vuoi un caffè? Vuoi sederti? Sei stanco? No? Bene, allora molla giù tutto e vieni con me, si va all’Ikea.” “Cosa? Mh, boh. Adesso? Ok.”

Solo quando si è trovato a 40 km da casa mia, nel reparto armadi guardaroba, ha capito cosa stava succedendo. “Ma… oggi lo vuoi comprare?” “Certo.” “E chi lo monta?” “Che domande: io e te.” “Ma scusa… io vengo fino qui e tu mi fai montare armadi??” “Sono sei anni che ti dico che ho bisogno di aiuto, resti sempre 48 ore scarse… ora io ti faccio montare armadi. E smontare, pure, e portare alla discarica quello vecchio.”

E niente, puoi agitare i pugni, pestare i piedi, strillare “No vojo”, ma come diceva la Bisnonna, “Ora si fa quello che dico io!” (Jetzt g’schiet amol, wos i sog)

L’abbiamo caricato sul minivan della mia amica con quattro figli, che per avermelo prestato verrà proposta per la beatificazione in vita, e portarlo a casa è stato facile, così come spargere i dieci pacchi che lo componevano in ingresso.

Poi abbiamo cominciato a smontare quello vecchio, e mio padre si è addormentato sul divano. Si è risvegliato solo quando un pannello di diversi chili si è staccato di colpo cadendo a pochi centimetri dalla mia testa e schiantandosi a terra. A quel punto è tornato nel mondo dei vivi e ha portato l’armadio vecchio al piano terra.

Cominciamo a montare quello nuovo: “Guarda, papà, infila tre di queste viti ognuna nel terzo buco a partire dal basso, una per ogni fila di buchi.” “Ahm… uhm… ehm…” “Guarda, così.” E niente, l’ho fatto io. “Vabè, dai, ora infila questi pioli nei buchi laterali del listello. In quelli piccoli, mi raccomando.” “Listello…” “Papà, ma capisci quello che dico?” “E’ che io coi mobili Ikea… boh…” “Ho capito. Lasciamo stare, gioca coi pupi e con l’Uomo.”

E lui va a giocare col cellulare.

Dopo due ore io ho quasi finito i gusci degli armadi, l’Uomo è in camera coi bambini e ha i capelli dritti in testa (“Il Vietnam. Lì dentro è il Vietnam.”, dirà poi in un soffio, con lo sguardo perso nel vuoto) e mio padre ha visto un sacco di video buffi su internet.

Io sto finendo di inchiodare il retro quando mi schiaccio un dico col martello e offendo diverse divinità e donne di malaffare, ululando di dolore. A quel punto papà torna nuovamente nel mondo dei vivi per vedere cosa è successo: una bolla di sangue sottopelle. Dai, poteva andar peggio. Decide di aiutarmi stendendo. Quando scopro che appallottola la biancheria sullo stendino, voglio uscire sul balcone per “aiutarlo”, ma grazie al nuovo merdaviglioso pavimento che hanno fatto scivolo, mi grattugio un braccio sull’intonaco e mio padre mi afferra per un braccio prima che cada e rischi veramente di morire male. Ben, dai, ottimi riflessi.

La domenica dopo un pesantissimo pranzo fuori coi Suoceri, che finalmente sono ripartiti, continuo il montaggio, mentre mio padre decide che farà una passeggiatina. Tornerà due ore dopo, col buio, mentre io finisco di stringere le ultime viti dell’armadio nuovo e i miei figli e mio marito sono isterici, perché stanno da due ore chiusi in camera per evitare che qualcuno (non facciamo nomi) si tagli coi cartoni, rimanga schiacciato da un’anta o ingoi una vite. Sono fiera di me. Tanto, tanto fiera. Ammiro questo catafalco di 145 kg e spicci, impensabile che ieri fosse ancora imballato e a pezzi. Ho fatto un lavoro monumentale, l’ho fatto molto bene e penso anche velocemente. Se mio marito non distingue un cacciavite da una pinza e mio padre andando in pensione ha chiuso in cantina qualunque abilità manuale padroneggiasse, almeno io ci sono.

Insomma, mio padre torna col buio torna e porta via con l’Uomo i cartoni finalmente vuoti. Dove siamo io e i bambini nel frattempo? Non lo so, ormai ero in una nebbia di delirio e stanchezza. L’Uomo prepara la cena, ma si sbaglia e cucina per tre anziché per cinque, così io e mio padre mangiamo più tardi quello che ci capita. Tipo io un krapfen e un avanzo di pasta del giorno prima. Yeah.

Lunedì mattina lascio mio padre, che non parla tedesco né inglese e non conosce abbastanza le strade, a casa con Ranocchietta, che lo adora, mentre io torno dalla mia amica, mi faccio riprestare il minivan e ci carico il mobile vecchio. Mentre lo faccio, nella zona di carico/scarico c’è il tecnico del riscaldamento, e già che ci siamo arriva anche il camion della carta, quindi io sposto l’auto un paio di volte, e una di queste volte calcolo male i tempi e mi chiudo una portiera sulla gamba. Un male atroce, meno male che avevo i jeans, così mi hanno evitato squarci e me la sono cavata con un graffio e un enorme livido gonfio. Cavoli, che male. Fa ancora male, eh!

Insomma, carico un 100-150 kg di mobile sul minivan, mentre tutti gli uomini che passano mi guardano come se fossi una donna non particolarmente muscolosa che trasporta carichi esagerati, e vado alla discarica.

Apro il portellone e mi cadono addosso le ante. Panico. Cerco di tenerle, ma sono tutte insieme, mi scivolano ed è veramente troppo peso. In quel momento una rude voce maschile mi fa, in dialetto, “Spetta, che ti dò una mano e finisci prima.”, sbuca dietro di me un bell’uomo barbuto con dei guanti da lavoro e prende tutte e tre le ante. Insieme. “Attento, sono tre!” “Fa gnente.” “Io non riesco a tenerle, eh”, e allora lui con una frase distrugge tutto l’alpha womanismo degli ultimi tre giorni: “Ma io sono un uomo.” e cazzo, ha ragione. Glielo dico anche. “Hai ragione. E’ proprio una differenza. Grazie.” Perché va bene gli uomini che non sanno montare i mobili Ikea, va bene chi è così lento che preferisco che si levi dai piedi e lasci fare a me, ma adesso basta: c’è un barbuto muscoloso disposto ad aiutarmi? Che mi aiuti, finalmente! Non ne posso più di fare ‘sto lavoro del cavolo. Già mi spacco la schiena tutti i giorni con tre figli e una casa e i corsi e l’associazione culturale, per quanto sia divertente montare un mobile mi sono rotta le scatole. Per cosa hanno a che fare un corpo più robusto? Per portare i dannati mobili!

Sono stanca, devastata, piena di crampi, graffi, lividi, che lavoro del cazzo.

Non so quando mi sono sbucciata la nocca, so che a un certo punto bruciava, ed era già successo.

Ora però ho un bellissimo armadio intero e capiente in camera mia e la vita mi sorride. A parte l’enorme mucchio di vestiti da mettere nell’armadio. Quello non mi sorride, vabbè.

Pubblicato da: lastejan | 14/09/2017

… e lui non torna.

“Mamma, posso andare a giocare da M.?”

M. mi piace. E’ quello che mi capita tra capo e collo anche senza invitarlo, ma è beneducato e intelligente.

“Mh. Ti ricordo che sei in mezza punizione per il delirio dell’altroieri.”

“Lo so, ma me l’ha chiesto.”

“Vediamo, dai.”, e penso che gli dirò di sì.

Poi mi chiama la tedesca, quella che dà il cloro in gocce ai tre figli maschi, tutti e tre stronzi, ma mai stronzi quanto il padre. “Il Pupo può scendere a giocare? Lo aspettano! Puoi mandare anche il Pupino!”

ANCHE NO. I suoi figli si sono rotti piedi, gambe, dita, crani, ustionati, tagliati profondamente e girano con un coltello a serramanico in tasca. Al massimo il Pupo, e giusto perché sei appena tornata dalla clinica per la depressione e non me la sento di dire che stai crescendo tre delinquenti.

“Ehm, magari lasciamo a casa il Pupino, non lo faccio uscire senza adulti.”

“Ma stanno qua sotto!”

“Graaazie, ma anche no.”

Suonano alla porta. Dallo spioncino non si vede nessuno. “Chi è?” “Ehm… uhm…”, un bambino. Punto tutto su M., che si presenta sempre così, e invece è L., il maggiore dei tre delinquenti. “Viene il Pupo? Eh? Eh? Eh?”

E come fai a dirgli di no? “No, sei un delinquente in erba, fra tre anni fumerai già e fra quattro beccherai le prime denunce per rissa.” Eh no, non posso. “Vaaabbene.”

Va, e dopo mezz’ora torna incazzato nero: “Non ci vado più da loro!” (evvai!!) “Mi hanno buttato la sabbia in faccia, mi hanno distrutto quello che costruivo, mi hanno riso in faccia!” “Lo sai che sono così, che ci vai a fare ogni volta? Finisce sempre così! Hai detto che te ne andavi?” “No. Lo capiranno bene, quando non mi vedranno più.”

Quindi io ho dovuto chiamare la guaritadalladepressione, che non mi sembra affatto guarita, e ho detto che il Pupo aveva litigato coi suoi figli e se n’era andato. Lei l’ha trovato perfettamente normale perché “sono maschi”. Babbè.

Per consolarsi, mi ha chiesto di andare da M., e io ce l’ho mandato, perché no?

“Ma torna entro le 5 e 20, perché siamo a cena dai nonni e dobbiamo passare a prendere papà.”

Cinque e venti. Venticinque. Trenta. M. non risponde al cellulare. Il padre sì, ma non capisce niente di quello che dico perché è serbo e io capisco solo che non ha capito, che sono al parco giochi e che a lui non gliene può fregare di meno.

Alle cinque e quaranta torna l’Uomo e decide di portarsi solo il Pupino dai nonni, così non tiriamo il pacco e il Pupino è felicissimo.

Alle cinque e cinquanta sto schiumando.

Alle sei meno cinque mi chiama la vicina tedesca: “E’ da me, non ti funziona il citofono. Può stare a giocare a calcio?”

“NO. Per favore, mandalo a casa.”

“Dai, lascialo! Poverino!”

Ma poverino che?? Fatti gli affari tuoi! “Un quarto d’ora.”

Dopo un quarto d’ora torna con la coda fra le gambe, giura che mi preparerà la cena (beh, almeno sarà un buon marito da grande), che si farà perdonare, che il citofono non funzionava, che nessuno gli ha detto l’ora, e… e… e…

E porca miseria, io gli compro un orologio!

(Comunque mi sono risparmiata i suoceri, quindi nonostante la preoccupazione e la scenata per il ritardo, alla fine non mi è dispiaciuto mica.)

Pubblicato da: lastejan | 09/09/2017

La figurina n° 35

Sono uscite delle nuove figurine al supermercato, le milionesime. Stavolta l’album è sulla fattoria. Il Pupo (che ormai mi arriva alle spalle, mamma mia, non lo si può proprio più definire Pupo!) ha ricevuto alla cassa non solo due figurine e gli annessi minioggettini, ma anche la preziosa informazione che l’album costa SOLO due euro. Wow, SOLO DUE EURO, ragazzi, che gioia! Mamma, lo compriamo? Mh… anche no.

Non è un supermercato dove facciamo abitualmente la spesa, quindi non ha senso. Così oggi abbiamo parlato degli album di figurine e dell’eterna delusione che portano con sè: non li finisci MAI.

“E perché non li finisci mai, mamma?”
“Perché stampano troppi esemplari di certe figurine, così le trovi sempre doppie, e troppo pochi di altre, così compri un sacco di figurine nella speranza di trovarle.”
“In che senso?”
“Mettiamo che tu cerchi la figurina n°35. Non la trovi mai, perché ne hanno stampato solo cento esemplari, anziché i mille che servivano. In compenso continui a trovare la n° 48, perché di questa ne hanno stampate tremila invece di mille.”
“E quindi devo trovare 30 volte la 48 prima di trovare la 35.”

La scuola non è ancora iniziata e lui già fa Rain Man.

Pubblicato da: lastejan | 13/08/2017

Mamma e madre

In auto.

“Pruc.”

Uomo: “Ehi, chi è stato?”

Pupino, compiaciuto: “Io.”

Uomo: “Vabeh, dai, ti ammiro: sei sincero.”

Pupino: “Ho fatto una puzzetta a papà perché mi vieta i dolci.” (punizione per un paio di giorni perché continua a chiamare suo fratello “maledetto idiota”, il quale a sua volta lo pesta brutalmente e quindi è in punizione anche lui. Quanno ce vo’, ce vo’.)

Pupo: “Bravo Pupino! Io invece faccio un rutto!”

Uomo: “EHI!”

Pupino: “Nooo… non puoi fare un rutto. Solo a papà puoi fare un rutto. Alla mamma no, perché lei è nostra madre.”

Oggi mi sento privilegiata.

Pubblicato da: lastejan | 06/08/2017

Ore dopo

Ore dopo aver voluto scrivere un post, per una fortunata coincidenza astrale Ranocchietta dorme e l’Uomo, il Pupo e il Pupino sono andati al lago dai nonni. Uh, pazzo divertimento, chissà come mai li ho paccati.

Le nostre vacanze sono state in gran parte molto belle, la Corsica è il paradiso in terra, ma si sono concluse bruscamente causa influenza della zia e sfratto telefonico da parte dell’altra zia. In pratica se lei si ammala, è di sicuro colpa nostra, e dobbiamo andarcene subito perché se no la uccidiamo. Quindi niente, ce ne siamo andati, io e i bambini abbiamo pianto mezza giornata, il Pupino anche di più, ma è passata, bon, che ci vuoi fare.

Così siamo tornati con quasi una settimana di anticipo e ci siamo goduti trapani, uomini non attraenti e comunque mezzi nudi, puzza di colla e di metallo segato. Ah, che bella l’estate coi lavori in corso.

Poi è venuta l’ondata di caldo, non così fetente come in Italia, ma comunque fetente, e siamo rimasti tappati in casa a godere altra puzza di colla industriale e smartellamenti vari.

Due settimane fa hanno detto “Finiamo la settimana prossima”, quindi seguendo la regola “quello che dicono i muratori+una settimana”, la settimana che viene dovrebbero finire veramente.

Ora sono alle prese con la domanda d’esame per il conservatorio regionale, con la richiesta di sovvenzione per i corsi della DA e con un mezzo esaurimento da “ma porca troia, perché non posso avere un fine settimana come tutti i comuni mortali, invece che svegliarmi alle 6 e 45?” – passerà pure quello, al più tardi quando ricominciano scuola e asilo.

E niente, non mi sento brillante, spiritosa e ottimista, ma piuttosto col belino inverso, quindi “non ho altro da dire, su questa faccenda”.

Pubblicato da: lastejan | 06/08/2017

Volevo

Volevo scrivere un post, e invece no.

Pubblicato da: lastejan | 05/07/2017

Vita dietro le sbarre

Dopo innumerevoli sicure previsioni i muratori hanno tirato su l’impalcatura. C’hanno messo un secolo, non so quante volte hanno iniziato e poi smesso senza motivo apparente.

Tant’è che ora siamo circondati dai tubi Innocenti e da un lato sentiamo gli imbianchini dell’ex-Jugoslavia che chiacchierano di chissà cosa, dall’altro i muratori austriaci, scuri peggio di mia sorella in estate, ci allietano passando a dorso nudo davanti alle finestre del salotto (purtroppo hanno tutti le tettine e la panza) gridandosi ordini con un dialetto da scaricatori di porto. Di porto di lago, perché sono di qui.

E’ brutto come me l’ero immaginato: tengo le finestre chiuse per la puzza, il rumore, la polvere, tengo gli avvolgibili abbassati perché detesto l’idea che mi guardino in casa e così pare di stare in una cripta. Non avevo calcolato l’effetto sul mio umore: prenderei tutti a calci. Tra poco andiamo in vacanza e mentre l’Uomo tornerà presto, noi resteremo via più a lungo – a seconda di quanto riusciamo a sopportarci con mia zia – perché così non si vive proprio. Passerei tutte le giornate fuori, ma si sa che con 5 esseri umani le lavatriciate e la preparazione dei pasti occupano svariate ore al giorno. Odio.

Oggi ho fatto una cosa molto bella, per cui ero molto agitata, che è andata benissimo, per cui ora sono ancora più agitata: sono andata nel capoluogo di regione alla scuola superiore di musica, quella dove ci si laurea in musica, e ho suonato davanti al professore di clarinetto. Non era un esame né un’audizione, gli ho chiesto consiglio su come continuare, visto che (giustamente!) mi sfrattano dalla scuola musica per far posto ai bambini e ai ragazzi.

Ho suonato abbastanza bene, giusto un po’ di labbro tremolante per la tensione a fine brano, e ho ricevuto molti complimenti. Il riassunto è: su di me si può lavorare e tirar fuori qualcosa di buono. Il fatto che l’abbia detto un veterano di orchestre sinfoniche nazionali mi riempie di orgoglio e di gratitudine per la mia insegnante – e di ansia per il futuro. Potrei andare a studiare lì, con quelli bravi. Sarei come al solito più vecchia di 15 anni rispetto alla media, ma potrei. Ho spiegato che ancora non mi sento di lasciare Ranocchietta a qualcuno, quindi non so se posso davvero fare domanda quest’anno… “Ah, ma per me se lo può pure portare, a me mica dà fastidio.” Quindi potrei davvero.

Mi iscriverò all’esame di ammissione a settembre e vediamo come va e se ha posto, perché è tutto da vedere. Guardando molto in là nel futuro, potrebbe aprirmi la strada a uno studio magistrale all’università per poi insegnare musica e italiano, o un’altra materia umanistica, perché potrei farmi convalidare le lauree e gli anni di insegnamento e fare solo quello che mi manca.

Suona tutto talmente ideale e perfetto che mi viene ancora più ansia.

Pubblicato da: lastejan | 28/06/2017

Pupi su di giri ed influenze esterne

Sono agitati, si nota. Il grande perché sta per arrivare la pagella e mancano solo 10 giorni alla fine della scuola, il medio perché sente l’agitazione nell’aria peggio dei cani che sentono i terremoti. Il piccolo non è agitato, perché nulla lo tange, se non pappa, nanna, coccole e pannolino, ed è giusto così. Mamma mia, quanto è tenero.

Quindi questi due esagitati, perché “agitati” è un eufemismo, non solo corrono avanti e indietro in casa come dei pazzi (e non mi dite di portarli a pascolare, perché ce li porto, e se non ce li porto è perché non posso), urlando come se fossero ricoperti di formiche rosse, ma sono proprio pessimi: maleducati, volgari, dicono parolacce, si picchiano, si accusano a vicenda, rispondono malissimo. Il primo che dice “Ma tutti i bambini sono così!” vince il premio “Genitore dell’anno”.

Non tutti i bambini sono così.

Così per esempio mi pare assurdo che il Pupo per due giorni di fila arrivi a casa con quasi mezz’ora di ritardo da scuola, la prima volta perché si è fermato a giocare alla fontanella, e passi, e oggi perché due suoi compagni lo hanno convinto ad andare con loro al supermercato e gli hanno comprato la Coca Cola.

Chi dà a un bambino di prima elementare, che abita a 300 metri dalla scuola, così tanti soldi che non solo si compra da bere, ma offre pure agli amici? Chi permette al proprio figlio di prima elementare di andare a farsi le vasche dopo scuola, invece di andare a casa a fare pranzo?

Non lo so, probabilmente dei casi umani che ancora non ho avuto la fortuna di incontrare, ma che di sicuro dovrò conoscere nei prossimi tre anni. Il punto centrale è che IO NO. Mio figlio ha il permesso di tornare da solo da scuola perché so che viene subito a casa. Si può fermare a chiacchierare e giocare un pochino, non ho niente in contrario, ma visto che il tragitto casa-scuola dura circa tre minuti scale comprese, dopo un quarto d’ora mi sento diritto di preoccuparmi e/o scocciarmi. Non gli faccio scenate se arriva un po’ dopo, gli dico che preferisco che non stia via tanto da solo (ha sette anni, santo cielo!) e finito lì. Che però invece di venire a casa vada al supermercato a comprare bevande fetenti con altri bambini di prima elementare, proprio no. Questo mi fa davvero infuriare. Per fortuna ci ha pensato il karma a punirlo, perché ogni volta che beve coca gli viene il mal di pancia, e puntualmente è arrivato anche questa volta.

Dopo una settimana di comportamenti che definire insubordinati è fin poco – memorabile il momento in cui mio figlio mi ha puntato contro un fucile fatto di Lego, ha detto “Ratatatatatà!” e poi se n’è andato mormorando “Ecco, adesso ha un braccio in meno” – sono scattate le sanzioni in stile Unione Europea vs. Russia: niente dolci, niente tv, niente amici, cioè non vanno da nessuno e nessuno viene qui. Dopo un giorno ancora non è cambiato niente, ma cederanno. Oh, se cederanno.

Piuttosto che portare questi due mostri in vacanza in Italia, dove vengono viziati come se non ci fosse un domani, li iscrivo all’accademia militare per i pochi giorni che restano prima di partire.

Pubblicato da: lastejan | 19/06/2017

Di clarinetto e impalcature, di nuovo

Finisce l’anno scolastico, il primo del Pupo – che si agita per la pagella come quei secchioni (non farò nomi) che dicono “Oddio, la verifica è andata MALISSIMO” e poi quando hanno il voto commentano “Oh, 8. Pensavo peggio, dai” – e il quarto per me alla scuola musica. Quest’anno mi hanno ancora permesso di fare lezione individuale, oltre al trio, ma l’anno prossimo no. Il direttore ha gentilmente detto alla mia insegnante che devo lasciare il posto ai bambini, per cui la scuola è originariamente pensata. Ha ragione.

Quindi? Il trio, che una volta era un quartetto, è diventato un mezzo flop, perché una delle mie compagne ha troppo da lavorare e non riesce a studiare, e l’altra non nasconde neanche che non ha tempo né voglia di studiare e, senza esagerazioni, quest’anno ha fatto schifo. Cavoli, piuttosto lascia e diventiamo un duo, ma un trio che non può suonare da nessuna parte perché un componente si rifiuta di studiare è ridicolo.

Il prossimo anno potremmo continuare col trio e a volte infilare una lezione individuale di straforo, ma per me è troppo poco.

D’altra parte l’alternativa è troppo: andare la Konservatorium nel capoluogo di regione. Ci sono diverse possibilità di frequentarlo, ma comunque sono più di 35 km di macchina – il treno costa moltissimo e la stazione è lontana sia da casa mia che dalla scuola. La mia insegnante dice che sarebbe l’ideale per me, ma che teme che coi bambini non riuscirei a studiare abbastanza a casa. Io non sono preoccupata per quello, ma per l’investimento enorme di tempo per andare lì, e soprattutto non credo che l’insegnante tollelerebbe un bambino di un anno che mi accompagna ovunque.

In ogni caso gli ho scritto chiedendogli consiglio e senza nominare Ranocchietta, tanto è solo una domanda generica.

Sono piena di dubbi.

Ma veniamo al rognoso tema delle impalcature: le mettono? Non le mettono?

Hanno deciso di trovare un compromesso: ne hanno messo su un terzo, a dir tanto.

Sono stati qui per qualche giorno nell’arco di due settimane, hanno cagato una decina di bottiglie nelle aiuole e per terra e poi sono spariti.

Visti però i continui ordini perentori di sgomberare i balconi SENNO’, ho chiamato l’amministrazione per avere delucidazioni, e loro mi hanno detto che arrivano, presto monteranno l’impalcatura dal lato dei balconi e in men che non si dica arriveranno al mio balcone. Subito, signora, in questi giorni. Non si preoccupi, se Lei quel giorno non c’è può farli venire un’altra volta, tanto – attenzione – restaurano contemporaneamente anche il palazzo di fronte, quindi non c’è fretta.

Questo è stato lunedì scorso. Ovviamente da allora la situazione non è cambiata di una virgola, ma adesso ho le idee più chiare: un’impresa di costruzioni, o molto piccola o molto disorganizzata, ha inviato qui 4 (QUATTRO) operai per montare dieci piani di impalcature su due facciate di due palazzi diversi, e ora i quattro dell’oca selvaggia (ma in genere se ne vedono solo due) stanno riverniciando con calma olimpionica il terzo piano dall’alto del palazzo di fronte al mio.

Questi quattro manzi abbronzati e tatuati pensano nell’arco di tre mesi di: mettere su due impalcature (chissà se hanno il materiale per due palazzi!), smontare le ringhiere di 40 balconi, isolare termicamente e riverniciare in totale 20 piani (10 da noi, 10 di fronte), montare le ringhiere nuove di 40 balconi.

Direi che per l’anno nuovo dovrebbero farcela, no?

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