Pubblicato da: lastejan | 28/06/2017

Pupi su di giri ed influenze esterne

Sono agitati, si nota. Il grande perché sta per arrivare la pagella e mancano solo 10 giorni alla fine della scuola, il medio perché sente l’agitazione nell’aria peggio dei cani che sentono i terremoti. Il piccolo non è agitato, perché nulla lo tange, se non pappa, nanna, coccole e pannolino, ed è giusto così. Mamma mia, quanto è tenero.

Quindi questi due esagitati, perché “agitati” è un eufemismo, non solo corrono avanti e indietro in casa come dei pazzi (e non mi dite di portarli a pascolare, perché ce li porto, e se non ce li porto è perché non posso), urlando come se fossero ricoperti di formiche rosse, ma sono proprio pessimi: maleducati, volgari, dicono parolacce, si picchiano, si accusano a vicenda, rispondono malissimo. Il primo che dice “Ma tutti i bambini sono così!” vince il premio “Genitore dell’anno”.

Non tutti i bambini sono così.

Così per esempio mi pare assurdo che il Pupo per due giorni di fila arrivi a casa con quasi mezz’ora di ritardo da scuola, la prima volta perché si è fermato a giocare alla fontanella, e passi, e oggi perché due suoi compagni lo hanno convinto ad andare con loro al supermercato e gli hanno comprato la Coca Cola.

Chi dà a un bambino di prima elementare, che abita a 300 metri dalla scuola, così tanti soldi che non solo si compra da bere, ma offre pure agli amici? Chi permette al proprio figlio di prima elementare di andare a farsi le vasche dopo scuola, invece di andare a casa a fare pranzo?

Non lo so, probabilmente dei casi umani che ancora non ho avuto la fortuna di incontrare, ma che di sicuro dovrò conoscere nei prossimi tre anni. Il punto centrale è che IO NO. Mio figlio ha il permesso di tornare da solo da scuola perché so che viene subito a casa. Si può fermare a chiacchierare e giocare un pochino, non ho niente in contrario, ma visto che il tragitto casa-scuola dura circa tre minuti scale comprese, dopo un quarto d’ora mi sento diritto di preoccuparmi e/o scocciarmi. Non gli faccio scenate se arriva un po’ dopo, gli dico che preferisco che non stia via tanto da solo (ha sette anni, santo cielo!) e finito lì. Che però invece di venire a casa vada al supermercato a comprare bevande fetenti con altri bambini di prima elementare, proprio no. Questo mi fa davvero infuriare. Per fortuna ci ha pensato il karma a punirlo, perché ogni volta che beve coca gli viene il mal di pancia, e puntualmente è arrivato anche questa volta.

Dopo una settimana di comportamenti che definire insubordinati è fin poco – memorabile il momento in cui mio figlio mi ha puntato contro un fucile fatto di Lego, ha detto “Ratatatatatà!” e poi se n’è andato mormorando “Ecco, adesso ha un braccio in meno” – sono scattate le sanzioni in stile Unione Europea vs. Russia: niente dolci, niente tv, niente amici, cioè non vanno da nessuno e nessuno viene qui. Dopo un giorno ancora non è cambiato niente, ma cederanno. Oh, se cederanno.

Piuttosto che portare questi due mostri in vacanza in Italia, dove vengono viziati come se non ci fosse un domani, li iscrivo all’accademia militare per i pochi giorni che restano prima di partire.

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Pubblicato da: lastejan | 19/06/2017

Di clarinetto e impalcature, di nuovo

Finisce l’anno scolastico, il primo del Pupo – che si agita per la pagella come quei secchioni (non farò nomi) che dicono “Oddio, la verifica è andata MALISSIMO” e poi quando hanno il voto commentano “Oh, 8. Pensavo peggio, dai” – e il quarto per me alla scuola musica. Quest’anno mi hanno ancora permesso di fare lezione individuale, oltre al trio, ma l’anno prossimo no. Il direttore ha gentilmente detto alla mia insegnante che devo lasciare il posto ai bambini, per cui la scuola è originariamente pensata. Ha ragione.

Quindi? Il trio, che una volta era un quartetto, è diventato un mezzo flop, perché una delle mie compagne ha troppo da lavorare e non riesce a studiare, e l’altra non nasconde neanche che non ha tempo né voglia di studiare e, senza esagerazioni, quest’anno ha fatto schifo. Cavoli, piuttosto lascia e diventiamo un duo, ma un trio che non può suonare da nessuna parte perché un componente si rifiuta di studiare è ridicolo.

Il prossimo anno potremmo continuare col trio e a volte infilare una lezione individuale di straforo, ma per me è troppo poco.

D’altra parte l’alternativa è troppo: andare la Konservatorium nel capoluogo di regione. Ci sono diverse possibilità di frequentarlo, ma comunque sono più di 35 km di macchina – il treno costa moltissimo e la stazione è lontana sia da casa mia che dalla scuola. La mia insegnante dice che sarebbe l’ideale per me, ma che teme che coi bambini non riuscirei a studiare abbastanza a casa. Io non sono preoccupata per quello, ma per l’investimento enorme di tempo per andare lì, e soprattutto non credo che l’insegnante tollelerebbe un bambino di un anno che mi accompagna ovunque.

In ogni caso gli ho scritto chiedendogli consiglio e senza nominare Ranocchietta, tanto è solo una domanda generica.

Sono piena di dubbi.

Ma veniamo al rognoso tema delle impalcature: le mettono? Non le mettono?

Hanno deciso di trovare un compromesso: ne hanno messo su un terzo, a dir tanto.

Sono stati qui per qualche giorno nell’arco di due settimane, hanno cagato una decina di bottiglie nelle aiuole e per terra e poi sono spariti.

Visti però i continui ordini perentori di sgomberare i balconi SENNO’, ho chiamato l’amministrazione per avere delucidazioni, e loro mi hanno detto che arrivano, presto monteranno l’impalcatura dal lato dei balconi e in men che non si dica arriveranno al mio balcone. Subito, signora, in questi giorni. Non si preoccupi, se Lei quel giorno non c’è può farli venire un’altra volta, tanto – attenzione – restaurano contemporaneamente anche il palazzo di fronte, quindi non c’è fretta.

Questo è stato lunedì scorso. Ovviamente da allora la situazione non è cambiata di una virgola, ma adesso ho le idee più chiare: un’impresa di costruzioni, o molto piccola o molto disorganizzata, ha inviato qui 4 (QUATTRO) operai per montare dieci piani di impalcature su due facciate di due palazzi diversi, e ora i quattro dell’oca selvaggia (ma in genere se ne vedono solo due) stanno riverniciando con calma olimpionica il terzo piano dall’alto del palazzo di fronte al mio.

Questi quattro manzi abbronzati e tatuati pensano nell’arco di tre mesi di: mettere su due impalcature (chissà se hanno il materiale per due palazzi!), smontare le ringhiere di 40 balconi, isolare termicamente e riverniciare in totale 20 piani (10 da noi, 10 di fronte), montare le ringhiere nuove di 40 balconi.

Direi che per l’anno nuovo dovrebbero farcela, no?

Pubblicato da: lastejan | 11/06/2017

Vittoria personale

Non parlerò di bambini, nonostante occupino il 110% delle mie giornate.

Oggi parlo di me e di quello che sono riuscita a fare, o che sono a un pelo dal riuscire a fare.

Ho proposto l’anno scorso dei corsi di tedesco per italiani. Sono riuscita a parlarne con il sindaco, a cui non è fregato niente, alle assistenti della vicesindaco – che ne sono entusiaste e promettono pubblicità e sovvenzioni, a svariate persone interessate. Ho trovato due insegnanti, ho proposto due modelli di corsi, che si faranno dall’autunno, e un corso di prova in estate. Ho trovato un posto dove fare lezione.

Se tutto va bene, a metà luglio ci sarà il corso di prova. Ne sono molto fiera perché ho fatto tutto io, dall’idea alla realizzazione, il 99% delle mie scelte è stato approvato e già si parla di questi corsi ancora prima che li pubblicizziamo.

Cavoli, è la mia creatura. Fate il tifo per me perché vada tutto bene.

Pubblicato da: lastejan | 05/06/2017

Abracadabra

“Abracadabra! Tu adesso sei un passero!”

“Rabacadabra! Allora tu sei una lumaca!”

“Non puoi far magie, sei un passero.”

“Tu sei una lumaca! Io ti manzo! GNAM!”

“Io striscio dentro a un albero, tiè. Abracadabra, tu sei un colibrì!”

“Io sono un brie!”

“Non un brie, un COLIBRI’!”

“Brie!”

“Vabeh.”

“Rabacadabra! Tu sei dal culetto una lumaca!”

“Di nuovo? Ok. Uuuh, sono una lumaca e striscio… abracadabra, tu sei un BRIE!”

“Rabaca…”

“Non puoi fare magie, sei BRIE! Sei un pezzo di formaggio!”

“Rabacadabra!”

“Noo, devi stare fermo, sei un formaggio, sei brie!”

“Rabacadabra!”

Pubblicato da: lastejan | 02/06/2017

Impalcature

Con un giorno di anticipo rispetto a quello annunciato e con un mese di ritardo rispetto a quando ci hanno costretti a svuotare i balconi, il 31 maggio hanno iniziato a costruire l’impalcatura. Lato cucina-camera mia, in una mattina avevano tirato su due piani di roba.

Due giorni dopo, sono ancora lì. Ogni tanto vengono, vanno in giro a petto nudo – in alcuni casi per la gioia della sottoscritta – coi nomi tabbozzi dei figli tatuati alla Robbie Williams e bevono. Bevono acqua e tè freddo, e questo noi lo sappiamo perché sono tanto maiali da lasciare le loro bottiglie dappertutto, per terra, sul muretto, nell’aiuola, un tappeto di bottiglie di plastica piene e vuote. Non ho però capito cosa vengano a fare, perché l’impalcatura è sempre alta uguale e stanno per periodi sempre più brevi. A questo ritmo, chissà quando arriveranno al mio balcone e chissà per quanti mesi dovremo sentire trapanare la facciata. Li odio già.

Il Pupo sogna di arrampicarsi sull’impalcatura, il Pupino probabilmente zitto zitto lo farà. Ranocchietta non lo sa, ma è un problema anche per lui, perché io col passeggino quasi non riesco a passare e se va male devo passare dal garage, se va malissimo portarmelo in collo, quando ormai pesa di sicuro più di dieci chili.

Ma non parliamo di queste cose sgradevoli. Diciamo di cose belle.

A Ranocchietta è spuntato un dente. Ieri mattina, dopo che ormai mi ero rassegnata a frullargli il mangiare fino alla maggiore età. Sono molto contenta.

E’ un bambino così delizioso che non so cosa dire: dorme bene, mangia tutto quello che gli propino, le sue cacche non fanno più esplodere il pannolino. E’ sempre di buon umore. Se proprio vogliamo trovargli un difetto, cerca di mangiare la mia collezione di libri da cucina, e questo un po’ fastidio mi dà, ma immagino che si tratti di resistere per un annetto, poi si metterà a mangiare altre cose.

Il Pupino è anche lui un bambino delizioso, coccoloso, ciccioso. Piagnone, anche, e piuttosto codardo, e anche un po’ bugiardo, ma poi sorride e gli vengono gli occhi come due spicchi di mandarino, ti biascica un “Mamma ti vojo bene” e gli si perdona anche l’ennesimo capriccio. Non è più molto geloso del fratellino piccolo, a volte addirittura ci gioca senza usarlo come se fosse un pupazzo di gomma, ma solo a volte.

Il Pupo invece ci sa giocare eccome, con Ranocchietta, ma solo se vuole lui, spesso quando io non voglio. Ah, ma un giorno gli vomiterà addosso, e allora capirà perché non lo deve far saltellare dopo mangiato!

Ora non c’è neanche, il Pupo: è andato di corsa, come ho visto dal balcone, dal suo amico M., che questa settimana ha passato due pomeriggi da noi. Il terzo l’ho preso in contropiede e sono uscita con tutti i bambini. Alle cinque mi ha chiamata col cellulare del padre: “Dove siete??”, un po’ imperioso. “Fuori.” “Ma come? Dove siete fuori?” A’ coso, guarda che non ti abbiamo adottato, eh? “E quando tornate?” “Caro M., scusa, ma cosa ti importa?” “Eh, quando tornate può venire il Pupo da me, più tardi?” “Guarda che è tardi, non c’è mica più tempo per venire da te.” “Allora vengo io!” “No, guarda, sei tanto caro, ma oggi no.”

E quindi oggi il Pupo è da lui. E immagino che la prossima settimana toccherà di nuovo a noi ospitarlo. E’ un bambino che non ama stare a casa propria e i cui genitori sbolognano volentieri, quindi ha delle fasi in cui è ogni giorno a casa dello stesso compagno di classe. Prima dal bullo, finché non ha capito che non avrebbe smesso di pestarlo e quindi non era suo amico, poi dalla figlia della mia amica, e ora viene da noi. Per lo meno è beneducato e simpatico, e poi un po’ mi piace far finta di essere una persona socievole.

L’Uomo dice che è la nemesi storica, perché lui da piccolo andava ogni giorno a casa del suo migliore amico, perché da lui non c’era nessuno e doveva riscaldarsi e mangiarsi il pranzo da solo. Dopo due mesi di visite quotidiane, la mamma del suo amico gli ha chiesto cortesemente di venire un po’ meno. Io gliel’ho detto già il secondo giorno.

Sicuramente ci sono altre mille cose da raccontare, per esempio dell’ennesimo bernoccolo del Pupino, dei miei progetti lavorativi che vanno benissimo, ma anche stanotte ho dormito molto poco e non connetto abbastanza da scrivere altro. Sarà già un miracolo se non troverete errori di battitura.

Pubblicato da: lastejan | 23/05/2017

L’esilio

“Dal 22 al 25 verrà rifatta la pavimentazione dei pianerottoli del terzo, quarto e quinto piano. Quando questo avverrà, sarà vietato camminare sul pavimento fino alle ore 17.”

Con questo oscuro messaggio, l’amministrazione ci ha annunciato una delle scomodità più grandi di quest’anno. Non abbiamo capito cosa intendessero dire finché non abbiamo visto cosa è successo agli abitanti di piano terra, primo e secondo piano: due operai piuttosto stupidotti hanno sigillato porte di casa e scale con il nastro adesivo.

Così, senza eccezioni: una volta strappata la vecchia moquette e spalmato il cemento fresco, nessuno poteva più entrare né uscire di casa.

Dei coglioni, in pratica. Come se in un palazzo con 58 appartamenti si potesse impedire per 6 ore al giorno alla gente di entrare e uscire. E infatti la gente è entrata ed è uscita ugualmente, lasciando impronte (di scarpe e di zampe, ché voglio vedere come spieghi al cane che oggi la deve fare nella sabbietta del gatto) che poi hanno irrimediabilmente macchiato il pavimento dell’ascensore, delle scale e penso anche delle loro case.

Noi del 3°, 4° e 5° non credo che abbiamo lasciato impronte, ma ieri è stata proprio una giornata del cavolo: dalle 8 in poi rumori spaventosi, alle nove uscendo mi sono dovuta sorbire la predica che poi non sarei più potuta ripassare – “Oh, mi scusi, signor operaio, allora lascio perdere tutto: appuntamenti, lavoro, figli. Che restino fuori fino alle cinque, sopravviveranno, gli butterò un panino dal balcone.” Non gliel’ho detto, tanto non avrebbe capito. Il piano era prendere le scale e poi dall’ultimo scalino entrare direttamente dalla porta, visto che per fortuna abitiamo a fianco delle scale.

Sono andata bel bella a lezione di musica, e mentre tornavo l’Uomo mi ha chiamato, annunciandomi feralmente che col cavolo che saremmo potuti tornare a casa, perché sarebbe stato impossibile far passare i bambini da una scala all’altra evitando il cemento. Quindi? Quindi suoceri.

Siamo andati a pranzo con loro e dopo siamo andati al lago, dove tutto sommato abbiamo trascorso un piacevole pomeriggio: il Pupino si è fatto graffiare da una gatta, il Pupo ha mostrato fiero i suoi quaderni di scuola, Ranocchietta è stato ingozzato da suo nonno con cookies e ciambella, cosa che mi fa incacchiare, ma certo meno dell’insalata al rum. Io però ero molto nervosa, perché alle sei e mezza avevo lezione di italiano e non avevo con me i miei libri, non potevo prepararmi e sapevo che appena tornata a casa avrei dovuto preparare la lezione, sistemare i pupi e magari anche lavarmi, visto il caldo torrido. Però non potevo farci nulla, ho cercato almeno di rilassarmi e godermi il bel tempo, e alle cinque e mezza, chissà perché così tardi, siamo ripartiti. E tornando cosa è successo?

E’ successo che l’Uomo mi ha chiamata in panico, e che io per fortuna ho deciso di rispondere col vivavoce, anche se normalmente mentre guido ignoro il telefono, e mi ha avvertita che stava arrivando una tempesta di grandine, e che ci stavo proprio entrando dentro, perché era sopra la città e stava andando verso il nostro quartiere.

Merda.

Ho ingranato la quarta e sono corsa come una pazza nell’unico posto che avrei fatto in tempo a raggiungere, forse!, prima che si scatenasse il finimondo, il garage del mio palazzo. Per fortuna l’ho trovato aperto e mi sono fiondata dentro, mentre fuori si sentiva già rumore di pietre, che però non erano pietre ma grandine.

Salvata la macchina, ho avuto anche la fortuna di incontrare la vicina, che mi ha tenuto Ranocchietta mentre io parcheggiavo in modo meno maleducato possibile e lasciavo un biglietto di scuse con numero di telefono e di citofono.

L’Uomo è dovuto rimanere in ufficio un’ora in più prima di poter tornare a casa, e poi, passata la tempesta, ha portato la macchina nel garage dell’ufficio, dove sa che non è occupato.

L’allerta meteo è finita alle sei di stamattina, mentre ieri sera e nella notte si sono sentite le sirene dei pompieri passare in continuazione. La mia lezione è stata annullata, ma un allievo per arrivare puntuale ha pensato bene di non guardare il cellulare ed è passato proprio in mezzo all’Apocalisse.

Stamattina abbiamo trovato tombini tappati, qualche mezzo allagamento, alberi sbattutini e molte foglie, mucchietti di ciottoli e grandine qua e là, intonaci sbriciolati, ma tutto sommato non è stato niente in confronto a due anni fa, e stiamo tutti bene. Fiuu.

Oggi non ho grandi obiettivi, mi basta che sia un po’ più tranquillo di ieri.

Pubblicato da: lastejan | 20/05/2017

Di feste, psicologi e un po’ di lavoro

Sono stritolata dagli impegni, faccio tantissime cose, alcune anche importanti, però non ho neanche il tempo di pensare a scrivere. Vediamo se riesco a rendere l’idea.

Mercoledì pomeriggio il Pupino ha fatto la sua prima Festa dei Genitori all’asilo, con canti e poesie e balli. Come suo fratello maggiore, mentre tutti cantano lui mantiene un’aria scazzata e poco convinta, minimizza i gesti che altri bambini esagerano comicamente e a malapena apre la bocca. Però non è scoppiato a piangere come alla festa di Natale, è già un passo avanti. Io ci sono andata con la morte nel cuore, immaginandomi il solito pomeriggio di solitudine in mezzo a genitori che non mi cagano, ma ho avuto fortuna e la mamma dell’ex migliore amico del Pupo, una che mi aveva moltissimo aiutato quando l’Uomo stava a Vienna e mi aveva tenuto il Pupino mentre io facevo visite mediche, mi ha onorato della sua compagnia. Ha tenuto in braccio Ranocchietta, le ho raccontato del litigio del Pupo e di suo figlio – di cui non sapeva niente – e mentre glielo raccontavo loro hanno fatto pace, dopo 4 mesi in cui non si sono parlati. Ranocchietta ha dato spettacolo, è stato in piedi a svuotare scatole di Lego giganti, dopo poco aveva una corona adorante di fan grandi e piccoli, i secondi che non riuscivano a trattenersi dall’accarezzarlo e perfino baciarlo, se riuscivano.

Il Pupino e il Pupo non li ho visti per un’ora buona, sono spariti a giocare e basta. Ogni tanto tornavano per dirmi quanto avevano mangiato, ma sono fiera di annunciare che nessuno di loro due è riuscito a ingurgitare più di me, che mi sono fiondata sul buffet per rimediare alla mia iniziale solitudine. Il buffet, l’unico lato positivo di queste pallosissime feste.

Giovedì pomeriggio siamo stati da uno psicologo per il Pupo. Dopo innumerevoli crisi di rabbia (almeno una al giorno, spesso anche due o tre) e l’ennesimo muro della maestra, ho chiesto consiglio alla pediatra, che ha detto che o è molto curioso, o è molto intelligente, ma che in entrambi i casi abbiamo bisogno di qualcuno che ci consigli, quindi ci ha spedito da questo dottore. Molto simpatico, il Pupo si è trovato subito bene e gli ha fatto un test di intelligenza. Fra due lunedì ne sapremo di più.

Giovedì mattina invece io ho incontrato le signore della DA e abbiamo discusso il programma dell’anno prossimo, che sarà molto interessante, e io ho esposto i miei numerosi progetti, molti dei quali sono stati accolti, anche se comunque significano solo più lavoro per me e non più soldi, ma chissene, sono cose belle, poi fra due anni e mezzo la segretaria va in pensione e io vorrei prendere il suo posto.

Abbiamo invitato da noi lo Sguardo di Satana, la migliore amica del Pupo, ma non può venire perché ha la bisnonna moribonda e sua madre stessa dice che in questo periodo è “un po’ difficile”, tipo che è Satana in persona, non solo lo sguardo. Abbiamo invitato anche un altro suo compagno, ma lui non l’ha riferito a sua madre e quindi evidentemente non gli interessa, e ciao. Ho il terrore che diventi un bambino asociale, da cui nessuno vuole andare, ma secondo l’Uomo è normale così, a quest’età. Io però mi ricordo che andavo a casa di questo e di quello già alle elementari. Chissà.

Finalmente sono andata dall’oculista, è venuto fuori che mi si è incurvata la cornea. E io pensa e ripensa ho capito che sarei diventata cieca a breve. Poi ho guardato sull’onnipotente google (ma quanto ha cambiato il mondo Google?!) e ho scoperto che questa parola orribile che mi hanno detto altro non è che l’astigmatismo. Sono astigmatica. Miope e astigmatica. Eccheccazzo, adesso capisco perché non riuscivo a leggere gli spartiti!

Comunque era ora di cambiare gli occhiali, dopo sei anni con gli stessi, così ieri sono stata dall’ottico e ho scoperto questa cosa della cornea spiegazzata e che da adesso le mie lenti costeranno di più, e ho anche scelto una nuova montatura, che per puro caso è della stessa marca della precedente, ma un altro colore e una forma diversa, a cui mi abituerò come sempre con immensa difficoltà. Il fatto di essere andata da sola a fare queste cose ha facilitato enormemente sia la visita della specialista per le lenti a contatto – una ragazza fottutamente entusiasta del suo lavoro – che la scelta della montatura, sostenuta da una commessa anche lei fottutamente entusiasta. Adoro questa catena di ottici, non solo sono bravi, ma si vede che fanno il loro lavoro con passione.

Oggi ci tocca il pranzo coi suoceri, sigh. Però ieri sono andata da loro un’oretta, si sono DAVVERO occupati di Ranocchietta (oddio, è un bambolotto più che un bambino, basta tenerlo in braccio e lui è felice), mentre io davo una ripulita a un angolo di giardino. Sembra sfruttamento, in effetti lo è, però a me piace lavorare in giardino e ora non ho neanche più il balcone.

Infine (ci sono altre cose, ma vedo di tagliare), l’amministrazione ha deciso, prima di rifare la facciata, di sostituire la pavimentazione di tutti i pianerottoli del palazzo, il che significa: puzza, sporco, rumore e un giorno intero minimo in cui noi non abbiamo il permesso di mettere i piedi sul pianerottolo. Ma che cazzo di divieto è? Come si fa? Stiamo tappati in casa, rinunciamo a lavoro, scuola, spesa, portare a pisciare l’eventuale cane? Io per fortuna ho l’appartamento più vicino alle scale, quindi potrò, con un saltello, evitare la colata di simil-cemento e scendere al piano di sotto, anche quello contemporaneamente off limits, e lì facendo un equilibrismo passare alla rampa successiva, il tutto con un bebè nella fascia perché ovviamente ciao passeggino. Questo ovviamente succederà il lunedì, in cui devo andare a scuola musica e la sera fare l’ultima lezione di italiano di uno dei due corsi, senza contare i bambini da portare e riprendere da scuola e asilo. Un applauso alla ditta che ha avuto l’incarico per l’organizzazione.

Basta, vi lascio e collasso sul divano mentre Ranocchietta dorme, l’Uomo cazzeggia e i bambini guardano un cartone di una stupidità abbacinante vicino a me.

Pubblicato da: lastejan | 15/05/2017

Giuro che non lo faccio più

“Non si giura, si promette.” Me l’ha detto tante volte mia mamma, perché non puoi mai essere sicuro di quello che succede. Una promessa non mantenuta è meno peggio di un giuramento rotto. Prendete Harry Potter: cosa succede se rompi un voto infrangibile? Ecco. Quindi non bisogna giurare.

Io però l’ho fatto ugualmente perché ho fatto una cosa che in Austria è punibile con la crocifissione in sala mensa: ho preso degli antibiotici senza ricetta. Neanche su consiglio del farmacista, ma così, di mia spontanea volontà.

E’ successo così: un mese fa era Pasqua ed eravamo dalla mia famiglia, l’Uomo si è ammalato e così anche molti altri intorno a noi. Io stavo così così, ma non potevo definirmi “malata”, non in confronto agli altri.

Tant’è, però, che mi sono trascinata questo leggero malessere fino a oggi: un po’ di tosse, un po’ di mal di gola, un po’ di raffreddore. Un giorno questo, un giorno quello, e ogni giorno pensavo “Dai, sta passando.”

Invece è passato tutto tranne il mal di gola, che si è sviluppato in un crescendo di dolore, fino a farmi passare una notte in bianco. Mi sembrava di avere una nocciola incastrata in gola, e di dover cercare di ingoiarla, invece era sempre lì, a tratti mi sembrava addirittura una noce, con tanto di estremità appuntite. Ho anche temuto che la noce si sarebbe gonfiata fino a soffocarmi, prima di rendermi conto che non si muore di mal di gola. Il giorno dopo la notte in bianco era ieri, la meravigliosa festa della mamma (che non mi piace, sapete), in cui per rendermi gloria i miei figli mi hanno svegliata alle sei del mattino. Oh, grazie.

Ieri sono stata proprio male male male, alla sera finalmente ho capito che dovevo far qualcosa, e cercando fra i medicinali un antinfiammatorio ho trovato un vecchio antibiotico di due anni fa, quando me l’avevano prescritto, ma poi ero peggiorata e mi avevano prescritto la penicillina, quindi la confezione era rimasta quasi intatta.

Lo guardo, lui mi guarda. Quando dico “lui” intendo il medico sorridente che tiene in mano la scritta col nome del farmaco, disegnato in stile anni ’70 sulla confezione. O questo, o andare in ospedale, farmi prescrivere un antibiotico e cercare una farmacia notturna. O il male, e la mattina dopo mettermi davanti alla porta della dottoressa buddhista alle otto meno un quarto con Ranocchietta, con davanti 10-11 vecchi (stima basata su quelli che vedo ogni mattina portando i Pupi a scuola).

No.

Prendo il bugiardino, leggo, e prendo la drastica decisione: ne prenderò mezza compressa due volte al giorno. E’ un antibiotico ad ampia fascia, raccomandato un po’ per tutto, in primis per le infiammazioni alla gola, quindi direi che ci siamo. Insieme ho preso anche l’antinfiammatorio.

Sto meglio. Non mi viene più da piangere quando deglutisco, non ho voglia di rinchiudermi nel gabinetto e lasciarmi morire di fame. Direi che è un passo avanti.

Mi aspetto comunque effetti collaterali disastrosi causati dalla mia hybris, come l’esplosione di un rene o lo scioglimento del mio stomaco, ma più probabilmente non succederà niente. Ieri sera ho avuto un po’ di bruciore di stomaco, toh. Nel peggiore dei casi invece svilupperò una resistenza a quell’antibiotico e morirò alla prossima pandemia. E vabè.

Pubblicato da: lastejan | 12/05/2017

“Non ho voglia di fare un cazzo”

Me lo ripeto ogni mattina, e infatti non faccio proprio un beneamato cazzo.

A parte preparare la colazione, far vestire o vestire bambini, portarli a scuola, visto che è presto faccio un salto al supermercato a comprare due cose, torno a casa, tolgo di mezzo la roba della colazione. Ma poi non faccio altro, eh. Metto solo su una lavatrice, tolgo la roba asciutta dallo stendibiancheria, perché bisogna, se no restiamo senza vestiti. Metto su una pappa per Ranocchietta, ma prima levo un po’ di piatti dalla cucina, quindi prima devo svuotare la lavastoviglie, ma non faccio altro. Porca miseria, il letto di Ranocchietta! Stamattina era tutto pieno di pipì, devo togliere il sacco a pelo, il lenzuolo, il comprimaterasso e… no, anche la fodera del materasso! Puzza da svenire, altra lavatrice. Ora mi siedo un po’.

Per pranzo, visto che per ora non ho fatto niente e mi sento in colpa, voglio fare qualcosa di buono, faccio una pastasciutta con zucchini, panna e speck. Poi il pomeriggio mi svacco, bambini arrangiatevi. Vabeh, Pupo, guardiamoci un po’ questi libri di matematica che ti ho preso in libreria. Sì, Pupino, facciamo un puzzle insieme. Bravo, comincia, io intanto stendo la biancheria e metto su una terza lavatrice. E poi stendo questa un attimo, che tanto è solo un tappeto.

Basta, questi bambini sono insopportabili, ora li “spengo” suonando il clarinetto. Giusto mezz’oretta. E porca miseria, ora hanno sbriciolato per terra coi biscotti, devo prendere l’aspirapolvere. Vabeh, ora che ce l’ho in mano tanto vale passarlo un po’ dappertutto.

E poi torna l’Uomo, ma va a fare la spesa grande (noi viviamo facendo la spesa!), quindi già che ci sono posso cominciare a preparare la cena per i bambini. E gliela dò. E li mando a lavarsi i denti, far pipì, pigiamino, storia, torna l’Uomo dalla spesa, “Dai la buonanotte ai Pupi”, lui dà la buonanotte e intanto mette via la spesa, bacini, luce spenta, via, tre bambini a nanna.

Preparo una seconda cena e finalmente la giornata è finita.

E anche oggi non ho fatto un cazzo.

(Ogni attività tralasciata – bagno a Ranocchietta pieno di pipì, consolazione di Pupini piangenti, docce di bambini, riordino al volo di superfici a caso, rifacimento di letti passandoci davanti, ecc. – è da attribuirsi alla dimenticanza causata dal caos quotidiano, nonostante abbia passato la giornata a non fare un cazzo e non sia quindi giustificabile.)

Pubblicato da: lastejan | 10/05/2017

Palline da golf e cani ciechi

Stamattina ho fatto la cosa che desideravo e temevo da tempo: la visita oculistica.

Da mesi vedevo male, mi hanno dato un appuntamento tipo alla fine del mondo (due mesi e mezzo di attesa), ma finalmente è arrivata, e con essa il controllo della retina che speravo di poter rinviare all’infinito. La vista è peggiorata di mezzo decimo, che non è un dramma, ma l’esame della retina l’avete mai fatto?

Mettono delle gocce negli occhi che ti dilatano la pupilla. Quella si dilata e la luce dà fastidio. Allora loro te le mettono di nuovo, la pupilla si dilata ancora di più e tu preferisci guardare solo il pavimento, ammesso che non sia bianco. Non è abbastanza, però, e te le mettono una terza volta, e a quel punto vedi davvero i draghi e i Pokemon che ti volano davanti agli occhi. In pratica sei sparaflashato, come in Men In Black, e non perdi la memoria, ma sei molto, molto confuso e infastidito. Adesso però la pupilla è bella dilatata, nel senso che ha preso il posto dell’iride e sembri un alieno, e allora ti fanno l’esame: l’oculista disinfetta un monocolo e lo cosparge di gel, poi te lo stampa sul bulbo oculare, facendotelo roteare in tutte le direzioni. A questo punto stai smadonnando da un po’, ma il peggio deve ancora venire: l’esame finisce e ti tolgono il monocolo, e ti dicono “Bene, può andare”, e tu ti ritrovi con la pupilla dilatata da alieno, il gel negli occhi, male al bulbo oculare e ti pare che tanto valeva farsi di droghe pesanti.

Fuori non è mai nuvolo, quando fai l’esame della retina, ma esce un bel sole splendente, quindi immaginatevi come sono tornata a casa: a piedi, spingendo il passeggino a casaccio e alternativamente indossando gli occhiali da sole, ma non da vista, quindi muovendomi in un mondo di ombre, o con gli occhiali da vista, ma senza quelli da sole, soffrendo un male cane e cercando le zone in ombra peggio di un vampiro. Hisssss! Avrei tanto voluto avere un mantello.

Attraversando il centro è sbucata una forma indistinta da un vicoletto e mi ha sbattuto contro le gambe. Era un cucciolo di qualcosa, nero, direi di razza. La proprietaria lo tira verso di sé e dice “La scusi, sa, è cieca.” “Ah, oh. No no, prego. Come, cieca?” “Sì, vede solo un po’ di ombre. Pensi, la volevano sopprimere, ma mi dispiaceva troppo e così l’ho adottata.” “Beh, brava, complimenti!”, e ho aggiunto “Tanto anche io oggi mi sento come lei: mi hanno messo le gocce dall’oculista e vedo a malapena che è un cane e non un gatto.”

Poco dopo l’ho superata di nuovo e ho sentito TONK! “Caìììì!”, la povera bestiola, saltellando qua e là tutta felice, aveva preso in pieno una vetrina. Vabeh, speriamo che impari a orientarsi in altri modi. Dietro di me sentivo la proprietaria che continuava a spiegare alla gente stupita “Sa… è cieca!”, e io pregavo di non andare a sbattere contro qualcosa.

Costeggiando i campi da tennis vicino a casa, ho notato che c’era molto movimento, tutti i campi occupati e dovevano esserci delle gare. “Uh,” ho pensato, “chissà che non ci siano delle palline smarrite!”

ADORO le palline da tennis. Più di loro mi piacciono solo quelle da baseball. Che me ne faccio? Le tengo in mano, le lancio in aria e le riprendo. Non so, mi piacciono, hanno la misura giusta. Ho già 3-4 palline recuperate vicino ai campi, e nonostante sappia che hanno poco valore, perché i tennisti non vanno mai a recuperarle anche se potrebbero, mi sento sempre leggermente in colpa.

Oggi ne ho trovate ben due. Poi pochi metri più avanti ho visto un ragazzo con scritto “Kazachstan” sulla tuta e un allenatore, e mi sono sentita un po’ in colpa, così ho fatto il grande gesto di darle loro. Bah, probabilmente a loro non importa niente, però ha ripulito la mia coscienza sporca e ora mi sento in diritto di incamerare tutte quelle che troverò nei prossimi anni.

E poi basta, sono arrivata a casa, era l’ora di pranzo, sono arrivati gli uomini, è ricominciato il caos primordiale di sempre e ho smaltito l’ultima ora di occhi sparaflashati sdraiata sul divano in semi-coma, mentre i bambini (Ranocchietta dormiva) si sparaflashavano Zig&Sharko e mi sentivo una madre molto così-così.

Ora ci vedo, più o meno.

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