Pubblicato da: lastejan | 10/05/2017

Palline da golf e cani ciechi

Stamattina ho fatto la cosa che desideravo e temevo da tempo: la visita oculistica.

Da mesi vedevo male, mi hanno dato un appuntamento tipo alla fine del mondo (due mesi e mezzo di attesa), ma finalmente è arrivata, e con essa il controllo della retina che speravo di poter rinviare all’infinito. La vista è peggiorata di mezzo decimo, che non è un dramma, ma l’esame della retina l’avete mai fatto?

Mettono delle gocce negli occhi che ti dilatano la pupilla. Quella si dilata e la luce dà fastidio. Allora loro te le mettono di nuovo, la pupilla si dilata ancora di più e tu preferisci guardare solo il pavimento, ammesso che non sia bianco. Non è abbastanza, però, e te le mettono una terza volta, e a quel punto vedi davvero i draghi e i Pokemon che ti volano davanti agli occhi. In pratica sei sparaflashato, come in Men In Black, e non perdi la memoria, ma sei molto, molto confuso e infastidito. Adesso però la pupilla è bella dilatata, nel senso che ha preso il posto dell’iride e sembri un alieno, e allora ti fanno l’esame: l’oculista disinfetta un monocolo e lo cosparge di gel, poi te lo stampa sul bulbo oculare, facendotelo roteare in tutte le direzioni. A questo punto stai smadonnando da un po’, ma il peggio deve ancora venire: l’esame finisce e ti tolgono il monocolo, e ti dicono “Bene, può andare”, e tu ti ritrovi con la pupilla dilatata da alieno, il gel negli occhi, male al bulbo oculare e ti pare che tanto valeva farsi di droghe pesanti.

Fuori non è mai nuvolo, quando fai l’esame della retina, ma esce un bel sole splendente, quindi immaginatevi come sono tornata a casa: a piedi, spingendo il passeggino a casaccio e alternativamente indossando gli occhiali da sole, ma non da vista, quindi muovendomi in un mondo di ombre, o con gli occhiali da vista, ma senza quelli da sole, soffrendo un male cane e cercando le zone in ombra peggio di un vampiro. Hisssss! Avrei tanto voluto avere un mantello.

Attraversando il centro è sbucata una forma indistinta da un vicoletto e mi ha sbattuto contro le gambe. Era un cucciolo di qualcosa, nero, direi di razza. La proprietaria lo tira verso di sé e dice “La scusi, sa, è cieca.” “Ah, oh. No no, prego. Come, cieca?” “Sì, vede solo un po’ di ombre. Pensi, la volevano sopprimere, ma mi dispiaceva troppo e così l’ho adottata.” “Beh, brava, complimenti!”, e ho aggiunto “Tanto anche io oggi mi sento come lei: mi hanno messo le gocce dall’oculista e vedo a malapena che è un cane e non un gatto.”

Poco dopo l’ho superata di nuovo e ho sentito TONK! “Caìììì!”, la povera bestiola, saltellando qua e là tutta felice, aveva preso in pieno una vetrina. Vabeh, speriamo che impari a orientarsi in altri modi. Dietro di me sentivo la proprietaria che continuava a spiegare alla gente stupita “Sa… è cieca!”, e io pregavo di non andare a sbattere contro qualcosa.

Costeggiando i campi da tennis vicino a casa, ho notato che c’era molto movimento, tutti i campi occupati e dovevano esserci delle gare. “Uh,” ho pensato, “chissà che non ci siano delle palline smarrite!”

ADORO le palline da tennis. Più di loro mi piacciono solo quelle da baseball. Che me ne faccio? Le tengo in mano, le lancio in aria e le riprendo. Non so, mi piacciono, hanno la misura giusta. Ho già 3-4 palline recuperate vicino ai campi, e nonostante sappia che hanno poco valore, perché i tennisti non vanno mai a recuperarle anche se potrebbero, mi sento sempre leggermente in colpa.

Oggi ne ho trovate ben due. Poi pochi metri più avanti ho visto un ragazzo con scritto “Kazachstan” sulla tuta e un allenatore, e mi sono sentita un po’ in colpa, così ho fatto il grande gesto di darle loro. Bah, probabilmente a loro non importa niente, però ha ripulito la mia coscienza sporca e ora mi sento in diritto di incamerare tutte quelle che troverò nei prossimi anni.

E poi basta, sono arrivata a casa, era l’ora di pranzo, sono arrivati gli uomini, è ricominciato il caos primordiale di sempre e ho smaltito l’ultima ora di occhi sparaflashati sdraiata sul divano in semi-coma, mentre i bambini (Ranocchietta dormiva) si sparaflashavano Zig&Sharko e mi sentivo una madre molto così-così.

Ora ci vedo, più o meno.

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Responses

  1. Siete fortunati, voi giovani: quando ero bambina io la nebbia in Valpadana durava due giorni pieni, poi ci metteva un altro paio di giorni a svanire del tutto. E in quei primi due giorni bisognava che mia madre mi portasse in bagno, perché da sola non riuscivo mica ad arrivarci.


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