Pubblicato da: lastejan | 20/03/2015

Come rovinarsi una gita

*Altro post di qualche giorno fa che riesco a finire solo adesso*

Premessa: io non ho voglia di andare da nessuna parte. Sono guarita faticosamente dall’influenza, i miei figli ancora hanno a momenti alterni moccio, cacarella o congiuntivite, mio marito se l’è prese tutte e tre nel giro di una settimana, devo preparare il corso per addetti al turismo che mi prende un sacco di tempo, non riesco a trovare un momento per studiare musica, la casa fa schifo. Ma schifoschifo, non schifo che “Uh, oddio, c’è un cazzillo fuori posto”, uno schifo che si cammina sulle briciole e ho due stenditoi carichi con tre lavatrici asciutte che non riesco a riordinare.

In tutto questo c’è mio padre che “mi aiuta”. Per mio padre aiutarmi vuol dire che viene qua e stiamo fuori dalla mattina alla sera ogni giorno. Facciamo gite in giro per l’Austria, l’Italia e la Slovenia e di tutto il resto non ce ne frega un cazzo. Così io oltre ad essere stanca di mio come al solito, ho anche la stanchezza di queste gite fuori porta con due bambini piccoli al seguito e il senso di colpa per le cose importanti che non sto facendo.

Ieri è voluto andare a vedere la capitale del paese pseudo-est-europeo che confina col nostro. L’avevamo già annullato sabato, ma ieri proprio bisognava.

“Eh”, dice, “per una volta che sono qui!”

Per una volta che sono qui STOCAZZO! 1) Vieni più spesso, che sei in pensione 2) Per una volta che sei qui mi aiuti, che sto come i pazzi?

No, per una volta che sta qui noi ci facciamo un viaggio di due ore e mezza su strade secondarie per andare a vedere una perla decaduta dello pseudo-est-europeo.

In Slovenia l’autostrada si paga. Non tanto come in Italia, ma è comunque più costosa che in Austria, quindi noi volevamo boicottarla, che tanto con googlemaps puoi arrivare dovunque senza perderti.

I nostri navigatori ci davano una mano segnalandoci il punto in cui ci trovavamo, perché la segnaletica lì è paragonabile a quella sarda, se capite cosa intendo.

Il bello sono i limiti di velocità: in apparente ordine casuale, 50, 70, 50, 40, 70, 60, 40, 70.

Mio padre, per non sbagliare, andava a una lentezza esasperante. Un paio di volte ho considerato l’idea di chiedergli di farmi guidare, ma poi non volevo offenderlo, così ho lasciato perdere.

Nel bel mezzo di un ridente paesino che sembrava appena uscito da un documentario sulla ex-Jugoslavia (una manciata di case dai colori spenti in mezzo al nulla cosmico, due negozi e un semaforo inutile), sbuca un poliziotto sferico e ci fa segno di fermarci.

“Guten Tage”, fa mio padre. “Dober dan”, faccio io. “Buongiorno”, fa lui.

“Documenti”.

“Ma guardi che ci hanno già controllati alla frontiera!” (cosa tra l’altro inutile, visto che siamo dentro l’area Schengen)

“Radar”, fa questo, e in me si insinua una sottile inquietudine.

Dopo un breve scambio di battute in un misto di slov-ital-desco capiamo cosa vuole:

Autovelox.

In uno di questi scambi di limiti di velocità c’era un autovelox nascosto in una macchina.

Pretendiamo di vedere la foto. Ce la mostrano. Siamo proprio noi, e lo schermo dice 70 km/h, anche se io non ricordo che abbiamo mai superato i 68, soprattutto non nelle zone a 50, dove mio padre per sicurezza andava a 40.

Ma non possiamo certo provarlo.

“Quanto?”

“Sto-dvatzat-piat”

No, spe. Se i miei ricordi non mi ingannano… “Sto-de che?? Ma sta scherzando??”

“Sto-dvatzat-piat”

125.

“Ma non è possibile!”, mi trattengo a stento dal pronunciare la parola “besumnij”, “pazzi”.

“Se non vi va, ve la mandiamo a casa e ne pagate 250.”

FANCULO.

“Non abbiamo contanti!”

“Lì dal benzinaio c’è il bancomat, prego.”

Fottuti bastardi.

Ripartiamo con il morale sotto i piedi e dopo poco arriviamo alla fatidica città.

Parcheggiamo gratis (e sti cazzi, ci mancherebbe), ci facciamo un giro e i bambini sono detestabili. Il grande scappa e si comporta male, il piccolo è una lagna costante.

Per risolvere la situazione nel modo più classico, entriamo in una pizzeria e ordiniamo da mangiare.

Il grande si comporta ancora peggio, il piccolo deve avere il ballo di San Vito. Io comincio a dare segni di nervosisimo, mio padre comincia a incazzarsi veramente, nonostante la proverbiale pazienza dei nonni.

Arrivano le pizze, il piccolo non le vuole neanche vedere. Vuole camminare e giocare, quindi non possiamo mangiare neanche noi. Il grande è sempre più maleducato.

Io comincio a sentirmi schiacciare dalle pareti strette, dal basso soffitto ad arco. Ho il respiro corto, mi gira la testa, mi viene da piangere. In poche parole penso che mi stia venendo un attacco di panico.

Esco dalla pizzeria, lasciando mio padre con le due belve, e un cameriere mi segue preoccupatissimo.

Mi faccio un bel pianto isterico, respiro l’aria fredda e umida e torno dentro, sentendomi di nuovo schiacciare. Scusandomi con mio padre, che in un attimo esce dalla modalità nonno ed entra in quella papà, chiedo di andarcene in fretta, paghiamo (pochissimo, ma con quella fottuta multa direi che hanno già guadagnato abbastanza) e usciamo.

Dopo un po’ di cammino riesco a calmarmi del tutto. I bambini sono davvero insopportabili, ma ormai il peggio è passato: il tempo fa schifo, ci hanno fatto una multa, i bambini hanno le balle girate, OK. Basta, accettiamo le cose come stanno.

A metà pomeriggio torniamo alla macchina e ci dirigiamo verso i confini della città.

Non saprei descrivervi come, ma dopo un quarto d’ora eravamo completamente persi: le istruzioni di googlemaps prese per l’andata non servivano affatto per il ritorno, i navigatori indicavano solo ed unicamente l’autostrada.

“No”, diciamo, “l’autostrada NO, costa quindici euro e già ne hanno incassati abbastanza!”

Dopo tre quarti d’ora di giri a vuoto appuriamo che neanche gli abitanti stessi sanno come raggiungere il confine sulla statale, che lo stramaledetto bollino autostradale si compra solo dai benzinai e che i benzinai ci sono solo o sull’autostrada (a cui non possiamo accedere senza bollino, pena il pagamento del bollino annuale, centodieci euro), o ai confini delle città, indi per cui torniamo fino ai confini della capitale, compro un bollino digrignando i denti e abbaiando alla cassiera e alla fine torniamo prendendo l’autostrada.

Ormai per noi gli sloveni da simpatici vicini di confine sono diventati delle vipere mangiasoldi.

Non credo che ci tornerò molto presto.

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