Pubblicato da: lastejan | 22/03/2017

Il topo dei denti con le perdite di memoria

In rapida successione il Pupo ha perso due denti da latte. Sa di poter contare sul topo dei denti, che arriva sempre puntuale e sicuro, quindi la sera mette il suo dente sotto il cuscino e va a dormire.

“Mamma, non è venuto il topo!”, mi annuncia stupito il giorno dopo.

O porca miseria, mi sono dimenticata. “Ah, uh, eh… sarà in ritardo.”

Il giorno dopo lo stesso. Quello dopo anche. Il topo si è fumato il dente di mio figlio.

Il problema è che stavo malissimo, ero stanca morta e non riuscivo neanche a ricordarmi le cose più banali, per esempio che il pane non va in frigo, ma nel portapane, e che la porta di casa va chiusa se no si può aprire da fuori.

In un guizzo sono riuscita a far sparire il dente e lasciare due monetine mentre lui faceva colazione e non aveva ancora controllato. “Mamma, guarda! E’ venuto! Si è ricordato! Chissà cosa gli era successo…”

Il dente successivo, stessa storia. Non ci riuscivo, non mi ricordavo! Il topo c’ha messo due giorni prima di decidersi a portar via il dente. Invece di approfittare dell’occasione per svelare al Pupo che il topo non esiste, mi sono arrampicata sugli specchi per giustificare il suo ritardo, mentre l’Uomo ipotizzava un ritiro dall’attività. “Ha capito che non ci guadagna niente, ha dato via la licenza e ora va al collocamento.” Così il Pupo a ogni delusione imprecava “Uffa, ma va sempre al collocamento!”

Ieri sera sono riuscita a ricordarmi, grazie anche alle flebo di ferro che ho cominciato a fare e che mi pompano energia nelle vene (mi drogo di ferro, ebbene sì). Ci sono ancora solo 5-6 denti e poi finalmente posso andare a dormire tranquilla… finché non tocca al Pupino!

Pubblicato da: lastejan | 19/03/2017

Non si lasciano i bambini da soli in auto

Questi cretini hanno pensato che fosse più pericoloso girare per via Gramsci, a Genova, che stare chiusi in macchina al caldo per ore. Credo che abbiano mentito spudoratamente, intanto perché per quanto via Gramsci sia mal frequentata, non parliamo di una favela in Brasile con le sparatorie tra bande (oddio, ogni tanto ci si accoltellano), e poi perché non sono scesi a fare una cosa e risaliti dopo cinque minuti, ma sono andati tranquillamente a fare spese e commissioni per minimo due ore. Ah, che altruisti: vi sacrificate a uscire nella pericolosissima via Gramsci, ma “salvate” i vostri figlioli chiudendoli in macchina. I bambini hanno rischiato di morire soffocati. Per fortuna la più piccola, di nove mesi (nove mesi! Delinquenti!), non era intontita dal caldo come il fratello grande e urlando e picchiando con la mano sul finestrino ha attirato un passante.

Mi chiedo: che cosa vi passa per la testa? Vi passa qualcosa per la testa? Avete dei pensieri intelligibili? E’ facile lasciarli in macchina, vero? Un attimo, ci metti un attimo. Magari loro stessi ti dicono che non hanno voglia di scendere, e tu ti senti gentile. Poveri, così non si stancano.

Peccato che rischino di restarci.

La pena infinita che mi fanno quei genitori intontiti dalla stanchezza che si dimenticano i figli in auto e li uccidono accidentalmente è pari allo schifo infinito che mi fanno quelli che ce li lasciano di proposito.

Lo fanno ovunque, sicuramente in tutto il mondo. In America hanno fatto apposta uno spot in cui una madre pensa di “sbrigarsi” per comprare due cose e poi incontra una conoscente e si ferma a chiacchierare, con conseguenze drammatiche. Forse bisognerebbe trametterlo ovunque.

Per quella stronza con cui ho litigato anni fa,

per la mamma border-line che mi aveva abbandonata al supermercato, che lasciava sempre la figlia piccola legata in auto insieme al chihuahua per andare a prendere la grande (e no, non sembrava essere di fretta),

per quella di solito così simpatica, che alla mia domanda “D., ho visto tuo figlio grande addormentato in auto sotto il sole, ci sono trenta gradi… sta bene?” aveva risposto “Sììì, era solo molto stanco, non volevo svegliarlo!”, mentre chiacchierava con altre mamme e aspettava che il figlio piccolo finisse di giocare,

per quegli asociali che per fare la spesa con calma avevano lasciato due bambini chiusi in macchina in estate, nel parcheggio accanto al nostro, mentre io avevo mandato l’Uomo ed ero rimasta coi miei, come fanno le persone sane di mente, e non che DUE genitori vanno a farsi gli affari loro e chiudono i bambini in macchina.

Cavoli, a me viene l’ansia quando devo pagare dal benzinaio e li lascio soli per i 45 secondi necessari!

Non lasciate i bambini da soli in auto.

Non siete più veloci degli altri a far le cose, non avete più memoria, non siete più “svegli”, non siete più furbi.

Siete solo più stronzi.

Pubblicato da: lastejan | 16/03/2017

Una conquista

Oggi era una giornata troppo storta per non volerla raddrizzare. Siamo usciti, come promesso, portandoci dietro la bici.

La bici comprata due anni fa su misura di un bambino di 5 anni molto alto, che ora è un bambino di 7 anni molto alto. Comprata con le rotelle a parte, che “Ma è sicuro che ci vadano?” “Eh, come no? Sono universali!”, e sì, le rotelle erano universali, ma la bici no: era di quelle su cui non le puoi montare. Una bici bellissima, che ho montato io, ho gonfiato io le gomme, ho mandato a spigolare un vecchio di merda che passando aveva detto “Eh, come cambiano i tempi, eh? Ora sono LE DONNE a montare le bici, e i papà dove sono?” e io “A letto con la febbre, perché? Gliela vuole montare Lei? Così LA DONNA se ne sta a guardare?”, che tanto non l’avrebbe montata lui comunque, perché non sa montare manco un Billy dell’Ikea – figuriamoci una bici – ma questi sono affari nostri.

Avevo provato a montarci le rotelle, che ora giacciono in cantina non restituibili, perché prima ho perso lo scontrino, poi l’ho ritrovato ma non sapevo dove fossero le rotelle, poi le ho ritrovate ma non sapevo dove fosse lo scontrino, ecc.

Poi avevo rinunciato a montarle e a riportarle indietro, decidendo che il Pupo avrebbe imparato ad andare in bici senza rotelle e basta, col presentimento di una Caporetto pedagogica puntualmente arrivata: non riusciva, non voleva.

Abbiamo provato un po’ di volte, poi volevo far provare l’Uomo, ma lui non c’era, poi c’era ma era in depressione da disoccupazione, poi io ero incinta e insomma, son passati due anni, cavoli.

Due anni con la bici verde sul balcone, a scolorirsi.

Oggi l’abbiamo riportata fuori. Ho gonfiato le gomme, il Pupo ha messo il casco, abbiamo raggiunto una stradina piana e via, a umiliarci davanti ai soliti vecchi di merda che lo guardavano male perché sembra un bambino di 10 anni, ma anche 7 qui sarebbero troppi, che a 3 anni già sfrecciano in discesa in piedi sui pedali. Gli ho detto “Non ci far caso: tu non ci sai ancora andare, loro invece non ce la fanno più.”, e spero che capissero l’italiano.

Ci sono stati svariati tentativi, incoraggiamenti, bava di Ranocchietta dal suo passeggino e il Pupino che saltellava intorno e chiedeva, alternativamente, di poter mangiare, di andare lui in bici e di andare a casa (no, no e no). Il Pupo ha avuto un paio di momenti di euforia, ma per la maggior parte ha brontolato e imprecato. E’ sceso dicendo che smetteva, che in fondo non è importante andare in bici. Ha cercato di slacciarsi il casco più volte, ma forse non ha rinunciato giusto perché non ci riusciva, e faceva brutto tornare a casa col casco in testa e la bici a mano.

Si è arrabbiato con me, col Pupino, con la bici, con la strada.

Non è abituato a perdere. Tutto quello che sa fare gli è piovuto addosso: disegna bene come suo padre, legge e scrive dal nulla come me, ha questo stranissimo talento per i numeri. Non ha mai gattonato, è partito su due piedi a un anno appena compiuto, col pallone ci sa fare e la tromba suona come se avesse proprio azzeccato il suo strumento, quindi ogni cosa richieda sforzo lui la abbandona. Non sa allacciarsi le scarpe, per dire.

Beh, abbiamo insistito. L’ho incoraggiato, lodato, spronato, quasi mandato a cagare, e poi “Mamma, ho fatto quattro giri di pedale!”

Poi non riusciva di nuovo, e giù imprecazioni, minacce, rinunce a vita, incoraggiamenti, mugugni.

Alla fine è rotolato giù per una discesa, ma quei pochi metri prima di schiantarsi i pedali hanno girato insieme ai suoi piedi, e a quel punto è cambiato qualcosa: “Hai visto? Sono andato!”, sprizzava gioia, e così ha anche creduto alla mia bugia che sììì, saprò riparare il catarifrangente staccatosi nella caduta. Abbiamo imboccato una traversa perfettamente piana e nell’ordine ha:

-imparato a frenare coi piedi

-imparato a frenare col freno

-investito la carrozzina con suo fratello dentro

-imparato tenere il manubrio dritto

-investito il Pupino

-imparato a far le curve

A quel punto abbiamo deciso di tornare, ma abbiamo incontrato per caso i nostri amici della scuola – la famiglia di V. alias “calma interiore” – e V. e suo fratello sono corsi a prendere le loro bici, che ovviamente maneggiano divinamente da quando hanno lasciato il passeggino. Sono andati su e giù e per impressionarli il Pupo ha dovuto abbandonare le sue ultimissime remore. Giusto lo slalom non ha fatto. Lui ha ammesso di non saperlo fare, e loro sono stati così gentili da soprassedere.

Siamo tornati a casa ubriachi di orgoglio e stanchezza, il Pupino incazzato nero perché non aveva avuto la merenda (la sua caccarella ringrazia) né era andato in bici, Ranocchietta ignaro dell’evento a cui aveva assistito, il Pupo puzzolente come dopo il Giro d’Italia.

Un’ora di lotta contro la forza di gravità e la vittoria dell’equilibrio sull’asfalto hanno trasformato una giornata orribile in una memorabile.

Pubblicato da: lastejan | 16/03/2017

“In quei giorni…”

La frase del titolo la dicevano in una pubblicità di assorbenti tanti anni fa. La pronunciavano come se fossero giorni carichi di drammaticità. Lo sono, eh, per carità, ma pareva la solita interpretazione maschile e maschilista di un periodo che non hanno neanche il coraggio di chiamare col suo nome: le MESTRUAZIONI. MESTRUAZIONI. Quando l’endometrio si sfalda e per qualche giorno le donne hanno bisogno di assorbenti per raccoglierne i resti. Vi fa schifo, eh? Vi fa impressione? Cacasotto.

Comunque in realtà non volevo arrabbiarmi con l’universo maschile né parlare delle mestreuazioni, ma parlare dei miei personali “in quei giorni”, che sono dovuti a tutt’altro: sono in quei giorni di scazzo cosmico che prendono alle persone private del sonno e del ferro nel sangue.

Ho tre figli con la cacarella, uno dei quali essendo un bebè si riempie di cacca dalla testa ai piedi. Ah, la gioia di grattare via la cacca incollata ai vestiti.

E dire che ho fortuna, perché avendo tre figli con un ottimo sistema immunitario ce l’hanno molto leggera.

Solo che l’accumulo di “mamma fatto cacca!”, mentre stai cercando di sfilare un body pieno di roba cremosa da un bambino che sgambetta senza spalmargliela sulle parti del corpo rimaste pulite, quello che la cacca la fa senza bisogno di aiuto, ma te la viene a descrivere nei particolari e poi ti parla del bullo che lo picchia a scuola, e tu chiami la direttrice e lei dice “Non tollero queste cose, agirò immantinenti!”, e lei convoca il bullo E tuo figlio in direzione, facendolo sentire un criminale, e dice a entrambi che non tollera le risse a scuola (e un paio di cose più sensate, ma io sono incazzata e quindi riferisco solo ciò che la fa apparire una pessima mediatrice). Poi c’è tuo marito, che invece di baciarti i piedi perché ti occupi tu degli ospiti e accompagni tu un giardiniere a potare gli alberi dei suoceri, continua a chiederti se l’ospite (che è praticamente tuo cugino acquisito) e il giardiniere sono belli, attraenti, interessanti o interessati, perché ha visto un reportage in tv sulle donne che a quanto pare dopo qualche anno perdono interesse per il partner (voi del palinsesto, coglioni, ce l’avte anche voi con me?!), e non capisce che il tuo andare a dormire alle nove e mezza (o almeno tentare di andarci) in questo periodo non è causato dalla perdita di inteesse nel partner, ma da un SONNO GALATTICO, e tu lo prenderesti a schiaffi, ma poi crederebbe ancora di più allo stupido reportage. Vai a dormire, e uno dei cacarellosi ha il mal di pancia e ti tiene sveglia fino a chissà quando, te lo metti sulla pancia sdraiato e lo fai giocare finché non è così stanco che lo prendi per sfinimento, ma lo lasci dormire con te – e quindi tu non dormi – perché ti fa pena.

Alle sei ovviamente sono tutti lì, i grandi, pronti a far colazione, litigare, urlare, questionare e fare domande del cazzo come “Ma perché il topo dei denti non è venuto per due giorni e oggi sì?” (perché il topo non dorme da giorni e ha perdite di memoria) o lamentele del tipo “Mamma dà fastidio il sole, mettilo via”, tu li nutri, loro fanno casino e svegliano il piccolo, nutri il piccolo, svegli il marito, porti a scuola i grandi (“Ma mamma, io asilo, Pupo scuola!” e vafammocc’, figlio mio), ritorni e mandi fuori a calci il marito, vuoi far colazione ma ti chiama il potatore di alberi e ti dice “Allora ci vediamo lì fra un’ora!”, tu ti fai di guaranà e ti trascini lì con Ranocchietta e poi torni per pranzo, fai mangiare tutti, i grandi non mangiano perché hanno la cacarella, metti via la roba rimasta, dici:

“Sapete cosa? Guardate i cartoni. Io non sto in piedi, se non dormo faccio qualche cretinata”, e ripensi al momento stamattina in cui hai quasi infilato un dito nell’affettatrice insieme al pane, porca pupazza.

Vai a dormire con Ranocchietta, lui cerca di staccarti il naso e poi si addormenta, tu ormai già dormivi e “AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!” riparte la lagna eterna del Pupino, che litiga col Pupo, e si insultano, fanno gli sgarbi, ti svegliano di botto con quegli urli che ti fanno venire la tachicardia e via, fanculo tutti, vestiamoci e andiamo a fare una passeggiata.

Ecco, in quei giorni, in questi giorni, io speriamo che me la cavo.

(e se ci sono errori e una sintassi da brivido fa niente, perché non riesco manco a rileggere, che c’ho il calo della vista e l’appuntamento dall’oculista a MAGGIO)

Pubblicato da: lastejan | 13/03/2017

E., lo sguardo di Satana

Mi permetto di citare il famoso film degli anni ’70 per descrivere il delizioso essere demoniaco che è stato ospite a casa mia venerdì.

Venerdì il Pupo ha compiuto sette anni, evento che ha evocato l’evanescente (ev-ev-ev) Nonno Italiano e la zia A. e che richiedeva ovviamente grandi festeggiamenti.

Io ho fatto una torta di limone, come richiesto dal festeggiato, e la zia A. – alias mia sorella – l’ha decorata in modo strepitoso, cosa che io non ho mai imparato a fare e per cui lei invece ha un gran talento. Abbiamo gonfiato palloncini, lustrato la casa, fatto pizzette comprato Coca, creato meravigliosi spiediti di frutta ricoperti di cioccolato con degli occhietti incollati di zucchero (ragazzi, quanto sono fiera di quei cosini!) e tanto altro ancora.

Erano invitati quattro bambini, che elencherò in ordine di crescente pericolosità:

-V., figlia della mia nuova amica, bambina tranquillissima e timida, molto simpatica.

-E., migliore amica del Pupo, bimba deliziosa e beneducata, pare con un passato da terrorista.

-L., maggiore dei tre fratelli amici del Pupo.

-R., anche detto “bambino di merda”, mezzano dei tre fratelli e ahimé migliore amico del Pupo.

Sono arrivati molto puntuali, come sempre qui in Austria. La madre di E. mi chiede quando deve tornare a prendere la figlia, io le dico alle cinque e mezza e lei fa un balzo, che non so se sia di sollievo o di delusione.

Io ero preoccupata per via dei due maschi, che conosco bene e so essere scatenati e maleducati, per cui avevo organizzato dei giochi da fare all’aria aperta. Ho avuto fortuna, c’era bel tempo. I primi venti minuti sono serviti a vedere che aria tirava tra i bambini e sembrava tutto a posto. Molto vivaci, come mi aspettavo, E. si rivelava pian piano diversa dalla bambina rispettosa e affettuosa che incontravo per strada, i due fratelli facevano un po’ troppo casino, ma il Pupino si era ben integrato nel gruppo, tutti giocavano coi palloncini e tutto sommato potevo stare tranquilla. Era però chiaro che avrebbero demolito la casa e svegliato Ranocchietta, così io e mia sorella li abbiamo fatti tutti vestire e siamo andate nel parco, lasciando a casa mio padre, mio marito e il piccolo dormiente.

Al parco c’era un vento incredibile, così dopo una corsa coi sacchi, una con le uova sui cucchiai, una scorpacciata di uova sode e qualche giro a mosca cieca abbiamo deciso di tornare. Un uovo aveva il guscio duro, ed E. ci picchiava sopra selvaggiamente con un cucchiaio. “E., dai, prendine un altro, questo lo apriamo a casa.” Pam, pam, pam, picchiava sul guscio. “E., per favore basta, rischi di colpire gli altri.” Pam, pam, pam, mi ignorava, presa dall’uovo. Con gentilezza le ho tolto il cucchiaio di mano. “Te ne dò uno io, ecco.” Lei prende l’uovo, estrae il tuorlo, lo getta in mezzo ai gusci vuoti e mangia l’albume. Vedevo le cinque e mezza, orario di fine della festa, come un traguardo non vicinissimo, ma raggiungibile.

Dopo la corsa coi sacchi E. si è comportata piuttosto male, facendo volare via apposta il suo sacco e lasciandolo correre così lontano che mia sorella è dovuta correre fino alla strada, molto trafficata, per recuperarlo. Rideva come una scemina ed era piuttosto maleducata, ma pensavo ancora di avere la situazione sotto controllo.

Quando siamo arrivati a casa, l’ho persa completamente: i bambini sono corsi alla tavola imbandita, si sono abbuffati, hanno fatto una gara di rutti e poi sono corsi come dei selvaggi in camera e lì sono cominciati i guai: E. era completamente fuori di sè. Si era già comportata molto male a tavola, cercando di spingere a forza delle patatine in bocca a mia sorella, rovesciando tutto il suo bicchiere nel piatto da portata per il semplice gusto di farlo, urlando senza motivo. Dopo però è peggiorata: si buttava a terra e urlava rivolta a nessuno, lanciava oggetti addosso agli altri bambini, saltava sui letti e lanciava tutto quello che trovava, strappava i palloncini di mano agli altri, correva e urlava, urlava, urlava. Io non volevo rompere le scatole, ma ovviamente ogni tanto dovevo chiederle di calmarsi un po’ Dopo poco i due fratelli terribili hanno cominciato a chiamarmi per chiedermi aiuto: venivano bersagliati da E. e volevano evitare di fare a botte. Beh, almeno hanno evitato. “E., non si lanciano gli oggetti. La devi smettere subito. Fai male agli altri, se fai così nessuno vuole giocare con te.” “Va bene.” e riparte urlando come una furia.

V. in tutto questo era paralizzata dal terrore in mezzo alla stanza: avrebbe giocato volentieri, ma non le piacciono i bambini scalmanati e non riusciva più a inserirsi.

Il Pupo era sull’orlo delle lacrime, gridava “Smettetela di lanciare le mie cose”, mentre anche i due fratelli si erano messi a usare peluches e cuscini come proiettili. Volavano automobiline, pigiami, pupazzi… qualunque cosa.

Nel frattempo l’Uomo e il Nonno si erano defilati con la motivazione “Così non stiamo tra i piedi”, che in effetti era abbasta vero (codardi), lasciandoci con Ranocchietta ancora dormiente, ma che ormai si era svegliato anche a causa del rumore spaventoso.

“Sorella, torta?” “Torta, torta. Vediamo di distrarli.”

Mentre lei dava la merenda a Ranocchietta, io ho preso la meravigliosa torta e lì è successo il patatrac: il Pupino va verso la camera dei bambini, da lì esce come un razzo E., non rallenta, lo scontra e lo butta al tappeto -PAC! All’indietro sulle piastrelle, con la nuca.

Un incubo. Ha iniziato a urlare – buon segno – ma il rumore era stato terribile. Un PAC secco. E’ caduto tante volte, anche in modo brutto, ma stavolta ero davvero sicura che si fosse rotto la testa. Sono corsa da lui, l’ho tirato su con mia sorella, anche lei accorsa come un razzo, E. è andata a nascondersi in salotto con la coda di paglia, il Pupo tremava di paura perché neanche lui l’aveva mai visto cadere così. Gli altri bambini zitti, immobili. Gli tasto la testa terrorizzata e mi sembra di sentire una parte piatta – poi per fortuna mi hanno detto che quasi tutti hanno un punto un po’ piatto sulla testa. Ero convinta che tra poco avrebbe cominciato a schiumare dalla bocca, urlava forte.

“Mi hanno spinta fuori dalla porta!”, si difendeva E., ma aveva davvero toccato il fondo: “No, E., ti abbiamo vista tutti: sei corsa come una matta fuori dalla porta e l’hai visto, il Pupino, potevi fermarti. Ti devi dare una calmata.” “Ma io…” “Senti, se fai una porcata, ammettilo: chiedi scusa e comportati meglio.” “Scusa…”

Io ero terrorizzata, come mia sorella. Cosa si fa? Si chiama un’ambulanza? I genitori della bambina posseduta? La mamma di V. che mi ha detto “Chiamami se serve aiuto”?

Ho chiamato l’Uomo. Non rispondeva. Il Nonno. Telefono spento. L’Uomo di nuovo, e ancora, e ancora, finché non ha risposto “Vieni a casa! Aiuto, testa ammaccata, paura, lo ha ucciso di sicuro, ambulanza, corri, pazza furiosa!”

Nei dieci minuti di attesa tutti i bambini, compreso il Pupino, si sono calmati, e per salvare la situazione abbiamo tirato fuori la torta. “Oh, un pirata!” “E’ Napoleone, R.” “A me sembra un pirata.” “Perché non conosci Napoleone.” Il Pupino era normale, reattivo, concentrato sulla torta, ma mi aspettavo da un momento all’altro che svenisse o chissà cosa. Tremavo dal terrore e dal senso di colpa per aver permesso a quella bambina di venire a casa mia.

E’ arrivato l’Uomo e con una calma dovuta solo al fatto che non è stato testimone della caduta ha tastato la testa del Pupino. “Sta bene, dai.” “Ma tu non hai SENTITO, non hai VISTO!” “No, però sta bene. Me lo porto via?” “Sì, ti prego, portalo in salvo. Io ho paura.”

E suonerà stupido, ma io avevo davvero paura: E. dopo la breve pausa per il senso di colpa aveva ricominciato a urlare e lanciare oggetti. Era scoppiato l’odio fra lei e R., o meglio di R. verso di lei, perché lei non era in grado di percepire il clima di insofferenza nei suoi confronti. V. era sempre terrorizzata, ora a maggior ragione, così le ho detto: “V., senti, perché non ti prendi un libro? Ne abbiamo un sacco, scommetto che trovi qualcosa che ti piace.” Lei si è presa una guida sulla natura, si è seduta sul letto del Pupo a gambe incrociate e lì è rimasta fino alla fine della festa, alzandosi solo per prendere un nuovo libro da guardare. Intorno a lei, la tempesta. Lei era nell’occhio del ciclone, avvolta da un’aura di imperturbabilità.

Nel tempo rimasto, 40 minuti che mi sembravano 400, ci sono stati litigi spaventosi, urli, confessioni disperate del Pupo “Mamma, non è come mi immaginavo, questa festa. Io non la volevo così.”, apertura dei regali e lancio degli stessi da parte di E., accompagnati da altre risate isteriche. R. prendeva a colpi di spada di plastica due palloncini appesi a un armadio con stolida ferocia. “R., che fai?” “Mi alleno!” spam, spam, spam. E. gli salta addosso e cerca di strapparli di mano la spada.

A un certo punto i due maschi alfa, L. ed R., l’hanno cacciata dalla stanza “Basta, ci lanci la roba addosso, non puoi stare qui, vattene” e lei è corsa quasi in lacrime sul divano.

Alè, ora devo anche consolare Satana. Ma pensa te.

“E., che succede?” “Non mi fanno giocare con loro!” “Forse stai un po’ esagerando?” “Ma sono loro che iniziano!” “No, senti, ti ho vista: li bersagli con le automobiline. Fanno male, sai? E’ una cosa brutta.” “Ma loro…” “Io loro li conosco molto bene. Sono due scalmanati, siamo d’accordo, ma tu stai davvero esagerando, sei peggio di loro.” “Ma maschi e femmine sono diversi.” “Maschi e femmine sono spesso diversi, non sempre. Nel tuo caso, per esempio, loro sono casinisti e anche tu.” “Ma io sono una femmina.” “E allora?” “Loro sono maschi e fanno cose diverse.” “No, tu non capisci: siete maschi e femmine, ma questo non importa. Di solito i maschi fanno più casino, nel tuo caso ne fai più tu. Questo va benissimo, è il tuo carattere e non c’è niente di sbagliato. Non c’entra essere maschio o femmina. Però devi capire: se tu vuoi fare casino come loro, loro ti tratteranno come loro pari, ovvero molto male. Se li picchi, non è che ti risparmiano perché sei una femmina. Se vuoi fare il maschiaccio va benissimo, ma non aspettarti che loro ti trattino meglio perché sei una bambina. Hai capito?”

Mi guarda con gli occhioni azzurri da cerbiatta, stupendi. Fa flap flap con le ciglia che trattengono una lacrima e dice “Ho capito.” con una nuova consapevolezza. “Dai, vai a giocare”, le dico con aria benevola. Mi dice ancora “Grazie” con trasporto e saltella verso la stanza.

Spalanca la porta, spalanca la bocca e con un urlo primordiale si avventa sui palloncini.

Il resto è confusione e delirio. Alle cinque e mezza puntualissimo arriva il padre di E. a riprendersela. Io apro la porta con un sorriso esagerato e la morte negli occhi, lui mi dice “Tutto ok? Dura, eh?” e io annuisco mentre penso “Brutto bastardo, potevi dirmelo che tua figlia è posseduta.”

Mentre E. si mette la giacca, gli altri bambini in camera ballano in cerchio e cantano “E. se ne vaaaa, E. se ne vaaaa!” con evidente sollievo. Li richiamo all’ordine, mi vergogno di loro, ma nella mia testa sto cantando con loro. A quel punto E. subisce un altro cambiamento: corre dal Pupo, lo abbraccia stretto stretto, dice “Ciao, Pupo, grazie!” e lui la bacia con trasporto (io e il padre “Ma ohu!”). Poi va da V., che continua imperterrita a leggere nella sua bolla pacifica, e le salta addosso. Lei si ritrae spaventata, dice “Cosa c’è? Cosa vuoi?”, ma E. non se la fa scappare, la stringe fra le braccia, le stampa un bacio sulla guancia e le dice “Grazie, V., per aver giocato con me!”

Io ero basita.

Andata via lei, la situazione si è calmata rapidamente. Dopo poco è stata ripresa anche V. e poi ho mandato a casa i due fratelli, che abitano di fronte.

Io ho passato la serata a tastare la testa del Pupino, a chiedergli di seguire il mio dito con gli occhi. Non riuscivo a dire altro che “E’ pazza! Quella bambina è pazza!” e scuotere la testa.

Mi è dispiaciuto per lei. La mia impressione è stata che non fosse cattiva, ma fuori controllo. Una bambina che non riesce a controllare le proprie emozioni. Non direi iperattiva, perché a scuola ha una buona condotta e riesce bene, ma in determinate situazioni esplode.Io non la inviterò più finché non saprò che è cambiata, ho paura di lei. Credo che sia sulla buona strada per perdere tutti i suoi amici. Il Pupo ha chiesto tutta la settimana di spiegargli perché lei gli avesse lanciato degli oggetti duri in testa, se si vogliono tanto bene. E che gli dico?

Ho saputo poi che era stata una volta a casa di V., e che era finita che V. e i suoi fratelli erano scappati e l’avevano lasciata sola nella loro stanza, in piedi su un letto a urlare da sola. Più tardi una V. in lacrime aveva commentato “Eppure sembrava tanto carina.”

Proprio come dico io: eppure sembrava così carina.

Pubblicato da: lastejan | 13/03/2017

Siamo sopravvissuti… per un pelo.

Di positivo c’è che siamo stati al museo a vedere una mostra molto bella e soprattutto molto grande – non come quelle mostre temporanee che ti sveni per il biglietto e poi dopo un quarto d’ora hai visto tutto. Io e l’Uomo siamo usciti senza bambini, un evento eccezionale, per festeggiare i dieci anni da quando ci siamo conosciuti. Siamo stati in un ristorante serbo dove abbiamo ordinato una montagna di carne alla griglia che abbiamo digerito circa due giorni dopo, ma ragazzi che mangiata! Siamo stati in centro, i bambini hanno visto da vicino uno di quei bellissimi camion dei pompieri con la scala grande, io ho comprato delle ance per il mio clarinetto. Siamo anche andati a trovare quelli dei gatti neri, che ci hanno comunicato di aspettare un terzo gat… bambino. Un maschio, così adesso scopriranno quanto è divertente quando chiudi il pannolino senza mettere il pisellino rivolto verso il basso.

Di negativo c’è che il tempo che i miei suoceri si prendono per i propri nipoti è sempre meno: dopo 10 minuti con un bambino chiedono già “il cambio”, perché sono tanto stanchi. Con l’Uomo sono potuta uscire solo perché prima ho messo a letto tutti e tre i bambini e mi sono assicurata che dormissero. La cosa però ha i suoi lati positivi: in 10 minuti mio suocero è riuscito a dare a Ranocchietta, che ha sei mesi, sia della birra, che dei pezzi di pomodoro crudi e mozzarella marinati nel rum, quindi chissà cosa avrebbe combinato in più tempo.

Questa mi sa che ve la devo spiegare. La birra gliel’ha solo fatta assaggiare mentre io non guardavo, e già per questo l’avrei preso a botte, ma poi ha superato se stesso. Mia suocera aveva lanciato un urlo durante la cena: “AH! Che scema, invece dell’aceto ho messo il rum nell’insalata!”

Sì, sei scema. “Vabeh, dai, la mangiamo noi e i bambini la saltano.” “Ma nooo, dai, cosa vuoi che sia?” “NON DO’ del rum ai miei figli.” “Tanto l’alcol evapora.” “NON DO’ del rum ai miei figli.” “Non si sente neanche, vero?” “E’ spaventoso. Ce la mangiamo, tranquilla, solo i bambini no.” “Ma…” “NO.”

Stranamente un po’ è rimasta, non siamo riusciti a finirla, ed è rimasta sulla tavola.

Nel pomeriggio ho dato un biscotto da bebè a Ranocchietta e l’ho messo in braccio a suo nonno, che lamentava la sua astinenza da nipotino (AHAHAHAH. Cazzate?). Li vedevo di spalle, sentivo lui che diceva “Bravo, bravo, mangia! Che buooono!”, credevo che fosse il biscotto e invece gli stava dando tutta l’insalata rimasta, tocchi di pomodoro spessi un dito con tutta la buccia, mozzarella imbevuta di rum. “Ma cosa fai?!” “Gli ho dato i pomodori. Gli sono piaciuti tantissimo!” “Ma sei matto?! Non ha i denti! Gli vanno di traverso!” (del rum non aveva neanche capito la storia a pranzo, è privo di senso del gusto) “Ah, non ha i denti?” “STAI SCHERZANDO? Non lo vedi? Ha sei mesi! Non vedi che ha solo le gengive?!” “Ah, no. Però gli è piaciuto!” Io intanto con un dito agganciavo un enorme pezzo di pomodoro che si era incollato al palato e che Ranocchietta tentava disperatamente di staccare con la lingua facendo “Ciac-ciac-ciac”.

Volevo fare le valigie e scappare da lì, ma poi ho capito che non è neanche colpa sua, non si rende conto. Colpa mia che non li ho tenuti d’occhio, anche solo per quei dieci minuti.

Ranocchietta ha reagito abbastanza bene alla sua prima sbronza: ha riso un sacco, ha pianto un po’, si è addormentato come un ciocco con le guancine rosse rosse e si è fatto un pisolino di 6 ore. Poi si è risvegliato, ha bevuto del latte e ha dormito per altre 8 ore.

Però, appunto, siamo sopravvissuti.

Pubblicato da: lastejan | 02/03/2017

Fatemi forza

Devo vedere il lato positivo. Ditemelo: Lasté, tu devi vedere il lato positivo. Puoi cercarti delle nuove ance, puoi andare al negozio di cd che ti piace tanto. Lasté, vedila così: apprezzerai ancora di più il posto dove vivi.

Andrai al museo, Lasté, quanto tempo è che non vai a un museo? Mesi! Mangerai fuori con tuo marito, che privilegio! Lasté, non dovrai essere tu a caricare la lavastoviglie, è una cosa bella.

Non dovrai fare la spesa, non dovrai pulire i pavimenti (ma vorrai farlo, oh, se vorrai!). Non dovrai pulire il cesso, ma lo farai ugualmente, ma non ci pensare, non è questo il punto.

Il punto è che è vacanza: ripetilo come un mantra. Un weekend di vacanza, via da casa. Vacanza, proprio.

No, niente. Non funziona.

Guardate, io ci provo, ma i quattro giorni che mi aspettano a casa dei suoceri mi stanno già in culo prima di partire.

Pubblicato da: lastejan | 23/02/2017

Qualità di vita

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Questa foto dalla bassa risoluzione e dal pessimo contrasto è per me una prova della qualità di vita austriaca. Non si vede quasi, ma c’è un’aiuola davanti all’edificio, che è la scuola del Pupo, e su quell’aiuola ci sono decine di paia di sci, probabilmente una cinquantina, degli scolari.

Sono i “giorni dello sci” e anche il Pupo, nonostante i miei terrori da ligure non sciatrice, è iscritto al corso di tre giorni. Lui non stava nella pelle, suo padre scoppiava di orgoglio, io sto qua a pregare che non si massacri un ginocchio come mia sorella.

Alle sette e mezza ieri i genitori hanno accompagnato i loro figli (ma normalmente tutti i bambini che vengono a piedi vengono da soli, anche a sei anni) a scuola e hanno appoggiato i loro costosissimi sci lì per terra, raggruppati per classe (le maestre avevano appeso dei cartelli alle finestre col numero e la sezione). A mezzogiorno sarebbe venuto il bus a caricare bambini e sci e a portarli in montagna. Cinque ore per terra, in un parcheggio incustodito lungo una strada secondaria. Cinque ore in cui passano centinaia di auto e persone e a nessuno viene in mente che possa essere un po’ azzardato… perché non lo è. Per me questa è qualità di vita: appoggi lì un oggetto di valore e sai che lo ritroverai. Non ci pensi neanche, che potresti non ritrovarlo. La condizione normale è che se appoggi degli attrezzi sportivi davanti a una scuola, quando uscirai saranno ancora lì.

Ho incontrato la mamma di tre bambini mezzi peruviani. Le ho detto “Ma hai visto che lasciano tutto lì?” e lei, che suo marito l’ha conosciuto proprio in Sud America, mi ha risposto “Bello, vero? Anche mio marito era sconvolto. Al suo paese sparirebbero in un istante!” “Anche nel mio!” “Beh, dobbiamo davvero essere felici di vivere qui!” E ha ragione, cavoli se ha ragione.

Pubblicato da: lastejan | 21/02/2017

Io, lui, lei e l’altra

Non vi ho più raccontato del sindaco.

Sono arrivata puntualissima all’appuntamento con la mia insegnante di musica, che è una persona splendida e si è fatta un giro con Ranocchietta mentre io ero in comune. Così sono arrivata puntualissima anche all’incontro con la PP, anzi, pure in anticipo.

I miei timori che non si presentasse, che arrivasse ubriaca o che arrivasse in ritardo per fortuna non sono stati confermati, ma è arrivata tutta vestita di nero con un fazzoletto rosso al collo, una roba stranissima, i capelli cortissimi e flosci, lo scazzo dipinto in faccia.

Mi sorride falsissima e poi nota il mio foglio di appunti scritti al computer.

Ho studiato letteratura applicata, mi hanno insegnato che nel mio ambito bisogna essere preparati, e bene, e che incontri come questo sono molto importanti. Quindi io non solo ho pensato a cosa dire al sindaco, ma ho messo giù i punti centrali al computer e li ho stampati, in una forma tale che se mai avesse detto “Scusi, non ha un riassunto di quello che ha detto?” avrei potuto dargli il mio foglio senza problemi.

Inoltre prevedevo che la PP non si sarebbe preparata, e avevo ragione, e che quindi era importante che almeno una di noi due sapesse cosa dire. Speravo anzi che questo l’avrebbe spinta a stare zitta, che nel suo caso è meglio.

Vede i miei appunti e le escono gli occhi dalle orbite: “Cos’è quello?” “I miei appunti per oggi…” “Fai vedere! Posso vedere? Ho il diritto di vedere, no?” e allunga le mani. No, non hai il diritto di vedere. Non sono tua figlia, non sono tua allieva, questa è proprietà privata, ma voglio evitare scenate e le tendo il foglio, anche perché non c’è scritto altro che quello che fa l’associazione.

Mi tiene zitta con una mano sollevata davanti al mio viso, legge attentamente, mormora, sussurra “Sì, vabeh, queste sono proprio le tue… si riconosce che…” e so che trova che sia insubordinazione che io osi appuntarmi delle idee per il futuro senza prima discuterne con lei (che si è dimessa, ricordiamolo). Chi se ne frega. Le faccio notare che la parte riguardante il progetto nuovo, per cui andiamo dal sindaco, è naturalmente di mia invenzione perché nessuno ne ha ancora parlato concretamente, ma lei mi liquida con uno svolazzo della mano e un borbottio. Dice “Ma anche io ho i miei appunti”, e tira fuori un taccuino tutto spiegazzato con tre frasi scarabocchiate su metà di un foglietto, “Vedi?”

Pazienza, Ste, pazienza. E’ solo pazza.

Arriviamo nelle stanze del sindaco e sembra di essere su un altro pianeta: l’edificio del comune è molto bello, ma qui siamo nell’ufficio del Megadirettore Arcangeli! Legno chiaro, belle piante, dipinti contemporanei, collaboratori affaccendati, luci gradevoli. Poltroncine e divani puliti ed eleganti per chi aspetta, un bel guardaroba per le giacche. Una segretaria si alza premurosa e ci offre delle grucce, poi entra un’altra segretaria secca secca e si presenta come quella con cui ho corrisposto per prendere l’appuntamento.

A questo punto la PP si sveglia dalla sua apatia borbottante e comincia a disquisire di cultura locale, letteratura friulana, visite guidate,… insomma si trasforma in quella donna dannatamente colta che è e in quella socialmente presentabile e carismatica che era cinque anni fa. La segretaria, che in realtà è l’assistente personale del sindaco, è subito affascinata, e a parte un paio di parole e annotazioni poco importanti io faccio solo da sfondo.

Dopo un’attesa molto breve arriva Lui, il Signor Sindaco, il Glorioso, il Semaforovestito (mediamente sobrio, per una volta, credo che avesse una giacca verde scuro). Ci stringe la mano e ci guida nel suo ufficio, che è davvero una figata pazzesca: anche qui quadri di arte contemporanea alle pareti – che la PP commenta e loda in modo competente – una grande scrivania piena di premi della città e con abbastanza scartoffie da sembrare che ci lavori, e un grande tavolo da riunioni con una decina di sedie. E’ una stanza enorme, la maggior parte è vuota. La scrivania messa di traverso la riempie in parte, così come il basso lampadario di vetro soffiato a mano, ma sembra di dover nuotare fino al tavolo da riunione. Non so dove sedermi, con tutte quelle sedie, e alla fine mi siedo alla sinistra del sindaco, a capotavola, con un tavolino con un telefono sopra (forse era addirittura rosso, il telefono, facendo tanto “Hello, Mr. President, sir?”). La PP si siede di fronte a me, l’assistente all’altro capotavola. Porta con sé un enorme quadernone verde chiaro che esplode di foglietti e appunti, e dall’aria stressata che ha lei, in contrasto con le maniere rilassate di lui, capisco già chi è che si fa il culo in questo ufficio. Sono piena di pregiudizi, sì.

Il sindaco ci invita a presentarci, la PP parla un po’ e poi mi passa la palla. Peccato per COME me l’ha passata. In un paese in cui il titolo di studi è tutto e in cui l’età è un criterio di giudizio, lei dice “Cedo la parola a Stefania, la mia giovane collaboratrice”, tralasciando il mio cognome, il mio titolo di studio e il fatto che, porcozzìo, sto nell’associazione da più anni di lei, non sono la sua tirocinante e… vabeh, ma che ve lo dico a fare? Avete capito. Mi fa fare la figura della ragazzina inesperta.

Il sindaco si gira verso di me con un sopracciglio alzato e fa “…Stefania?”, perché in Austria presentarsi per nome significa “Dammi del tu”, e in ambito professionale non si fa. Sappiatelo, se vi capita di lavorare in Austria. Io sorrido, dico “Sì, piacere, *COGNOME*, ma pare che sia più semplice pronunciare il mio nome. Sa, in italiano…”.

Superato quest’attimo di imbarazzo comincio a parlare e scopro che mentre noi (io) siamo venute per chiedere sostegno mediatico e finanziario per un certo progetto, lui invece ha delle aspettative molto diverse da noi. Io in realtà non credevo neanche che avesse delle aspettative.

Lui vorrebbe un’associazione culturale “come quelle dei paesi dell’ex-Jugoslavia”, comunità molto forte in Austria, che fanno eventi di musica popolare, danza, cucina. Noi invece siamo troppo snob, pare. Lui vorrebbe che facessimo delle feste caciarone per italiani, noi facciamo le conferenze sui gesuiti astronomi del Vaticano.

Diciamo che in parte gli dò ragione: io andrei a un decimo delle conferenze che facciamo. D’altra parte non siamo un’associazione rivolta agli italiani, ma principalmente ai NON italiani, e con lo scopo (fissato negli statuti di fondazione di fine ‘800) di diffondere la lingua e la cultura italiane. Quindi diciamo che potremmo anche essere un po’ più pop e meno aulici. Glielo dico, mentre la PP fa una faccia schifata che dice “Se non ti interessano gli astronomi gesuiti per me puoi bruciare all’inferno”, e lui rincara la dose dicendo che se facciamo un certo tipo di manifestazioni, se per esempio chiamiamo un cantante dall’Italia a fare una serata musicale, il comune caccerebbe volentieri dei soldi.

Per me è un’ottima notizia. Per la PP è come grattare la lavagna con le unghie.

La riunione prosegue per moltissimo tempo – quasi tre quarti d’ora – dove il sindaco ci dà molte idee, ci suggerisce con chi parlare e di cosa, ma ignora volutamente il progetto iniziale. Quando si capisce che stiamo finendo provo di nuovo a chiedere “Ma… e il progetto?” “Quale?” “Quello che…” “Ah, già. Sì, boh, cosa?” Non gliene importa niente. E’ una cosa che può essere utile alla città e che farebbe fare una bella figura alla sua giunta se ci sostenesse, ma non gli piace perché non è abbastanza pop. Dice che dovrei parlarne con l’assessore al sociale, invece so che devo parlare con quello all’economia, che è anche vicesindaco. Offre un mezzo aiuto, ma a condizione di stravolgere il progetto. E no, non va, ma abbozzo, sorrido e ringrazio.

Ci congediamo con grandi sorrisi – quanto si sorride in comune, mamma mia, quasi ci si dimentica delle denunce per abuso d’ufficio! – e usciamo. Fuori dall’ufficio parliamo ancora un po’ con l’assistente, rimaniamo che ci teniamo in contatto io e lei, e poi andiamo via.

Nelle scale vorrei accennare all’interessante incontro di poco fa, ma la PP mi blocca, si sgonfia tutta, poi si riempie d’aria e comincia una tirata infinita che mi accompagna fino fuori dal comune in cui assolutamente non accenna all’incontro, ma me la mena con le sue dimissioni, con l’Ingiustizia, con la Cattiveria, con la sua infinita pazienza e dedizione e lo stress incredibile a cui è sottoposta e blablabla, sempre sull’orlo delle lacrime, e capisco che sta cercando disperatamente di tirarmi dalla sua, di farmi pronunciare la frase “Ha ragione Lei” o almeno “E’ vero, ha sbagliato l’altra”, ma invano. Col cazzo che mi espongo, e poi penso che lei sia pazza. E ci prova, ci prova, mi vomita addosso fiumi di disperazione immaginaria e vittimismo, finché non sono costretta ad essere scortese, la interrompo e le faccio notare che ho un neonato da riprendermi. Allora lei sorride di nuovo, schizofrenia portami via, e mi augura una splendida giornata, inforcando la sua bici.

E niente, ora ho mille idee e cose in procinto di, ma non posso fare niente finché non facciamo una riunione clandestina senza di lei, perché lei dichiarandosi in carica fino a fine agosto, blocca in questo modo qualunque cosa non sia stato approvato da lei prima delle dimissioni e in ogni caso qualunque progetto oltre il 31 di quel mese. Che palle.

Per fortuna c’è il compleanno del Pupo che si avvicina e lì sì che mi aspetta un lavorone, perché per la prima volta vuole festeggiare con i suoi amici.

Pubblicato da: lastejan | 18/02/2017

Il sogno ricorrente delle stanze in più

Da un po’ di tempo faccio un sogno ricorrente facilmente interpretabile: guardo quella porta che non apriamo mai (che in realtà non esiste) e che dovrebbe collegare casa nostra a quella dei vicini, che una volta erano un unico grande appartamento (reminescenza della mia vecchissima casa di famiglia, che era la metà di un appartamento più grande), e la apro. E mi ricordo – come ho potuto dimenticarlo?! – che quando abbiamo comprato casa ci hanno detto di quelle due stanze in più, stanze enormi, che sono nostre di diritto ma che per qualche motivo non abbiamo restaurato. A volte sono stanzoni spogli e con l’intonaco da rifare, altre una cucina e un salotto perfettamente arredati anni ’90. Apro quella porta, li vedo, mi ricordo che esistono e ho un sollievo enorme perché so che potrò finalmente riordinare la casa come vorrei.

In realtà casa mia è grande abbastanza e si potrebbe benissimo mettere in ordine. Solo che io sono molto pigra e poco capace e mio marito è uno che non lascia buttar via niente, così sembra sempre un campo di battaglia. Poi tre bambini piccoli non aiutano, si sa.

Stanotte era la versione degli stanzoni spogli. Ero in soggiorno con le mie amiche F. e D., contentissima di passare del tempo con loro. Cazzeggiavamo, ridevamo, e poi guardavamo quella porta, raccontavo loro delle stanze mai restaurate e loro dicevano “Ma dai, Ste, cavoli, approfittane!”. Io ero restia, perché quelle stanze hanno sempre una porta aperta anche sull’appartamento dei vicini immaginari, e per qualche motivo mi pare di disturbare o di essere prepotente.

Ma no, D. si alza e con le sue maniere marinare dice “Belin, Ste, andiamo a vedere!”

Nella prima stanza scopro che c’è un telone per terra e un barbone vive lì. Ma che cavolo, come è arrivato un barbone qua dentro? Soprattutto: da dove entra ed esce?!

Non è proprio un barbone, ma uno sfattone, giovane. E’ l’amico sfattone di D., di cui lei nella realtà mi ha raccontato poco tempo fa. Un tipo veramente molto sfatto, ma buono. E infatti anche questo è un tipo buono, e io gli dico “Guarda, capisco che sia comodo per te, però mi spiace, ma è casa mia.” “Oh cioè, zia, mica dò fastidio”, mi risponde, e io vorrei veramente che si levasse dalle balle, perché so che ha dei genitori da cui andare e perché io voglio le mie stanze in più. Mi immagino già di farne una seconda stanza per i bambini (nella realtà temo che fra un anno avremo seri problemi di spazio in camera loro e dovremo riorganizzare tutto) e uno studio pieno di libri. Quindi sorpresa: la seconda stanza viene usata da ANNI dai vicini come sala da pranzo. Non solo: mi ricordo che io sono stata a pranzo dai vicini (che poi sono il capo di mio marito e sua moglie, mia ex allieva di italiano, ma vabeh, chiara influenza del quotidiano)… proprio in quella sala da pranzo!

Ma porca miseria, com’è possibile che ci sia stata e non mi sia resa conto che era casa mia? Cosa dico loro? Ora devo cercare di far sloggiare uno sfattone buono e il capo di mio marito!

Per fortuna un bebè mi ha svegliata.

Però stanotte il sogno aveva una causa precisa: ieri è venuto l’odioso padre dell’odioso amico del Pupo (quello col coltello a serramanico) a portare suo figlio da me, perché ho portato il Pupo e il socio a pattinare sul ghiaccio. Il padre butta un occhio nel mio ingresso, nota un sacco di cose che devo portare in cantina e fa, simpatico come un dito in culo, “Oh, state traslocando?”

Che simpatia. Che grande simpatia. Poi detto da lui, che ha lasciato per mesi un materasso matrimoniale a decomporsi sotto un letto perché non aveva voglia di portarlo in discarica, mentre sua moglie, incinta, certamente non poteva mettersi a sollevare pesi simili.

Quanto lo detesto.

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