Pubblicato da: lastejan | 20/10/2018

Il Grande Capriccio e il bagno a secco

I “terrible twos” non si chiamano così a caso. Sono quel periodo infernale tra i 18 e i 36 mesi (come la forma di Parmigiano, sì) in cui i bambini, pur conservando l’aspetto esteriore di angelici coniglietti puffolosi, sono posseduti da un demone azteco che si sta vendicando dei coloni europei.

Dopo il talco, l’immancabile saccheggio del labello (ogni bambino deve saccheggiare almeno un labello o la sua infanzia non sarà stata degna di essere vissuta), lo srotolamento della carta igienica e l’apertura del pannolino pieno di cacca sul tappeto, Ranocchietta ha completato con successo due ulteriori tappe dell’essere un tappo: il primo grande capriccio e lo svuotamento di un flacone di [detersivo, shampoo, struccante, profumo]. Inserite voi il prodotto preferito, a patto che sia molto velenoso, molto costoso, molto puzzolente o tutte e tre le cose insieme.

Il Primo Grande Capriccio arriva sempre inaspettato, anche se il comportamento stronzoide degli ultimi giorni avrebbe dovuto metterci in allarme. Capriccetti durante le passeggiate, rifiuti i cibi non abbastanza graditi, prepotenze. Ma in realtà non te lo aspetti mai, e quando succede per prima cosa ti spaventi: “Oddio, come urla! Sta male? Gli fa male qualcosa? Guarda come inarca la schiena, e sbatte le gambe, deve avere dei dolori atroci! O povero piccino, vieni q… no, non mi picchiare! Ma hai visto? Mi picchia! No no, tesoro, sono io, sono la m… AHIA! Ma è fuori? Chiamiamo il medico, è impazzito!”

Non è impazzito: è stronzo. Solo che tu non lo sai e ti preoccupi da morire, perché queste scene sono fatte apposta per demolirti dall’interno e obbligarti a cedere. Al primo figlio ancora non sai cosa sia e chiedi aiuto a parenti, amici, anche al pediatra: signora, sono capricci. Non lo assecondi, non lo rimproveri, lo ignori e stia solo attenta che non si faccia male.

Allora tu ti costringi a resistere alle lacrime e agli urli, al lancio di oggetti, alla schiena inarcata in un parossismo di sofferenza dell’anima: non ha niente, è solo un capriccio, non ha niente.

Alcuni cedono alle lacrime, si sciolgono, concedono e permettono, e alla fine diventano due perfetti genitori ammaestrati a cui basta un labbruzzo sporto all’infuori o un respiro trattenuto un po’ a lungo per prostrarsi ai piedi del pargolo e obbedirgli. Mission accomplished, bambino, batti cinque.

Altri cedono alla violenza, perché bisogna ammettere che ti fanno venir voglia di spolverare loro il sedere col battipanni, e anche lì il risultato, si sa, è catastrofico. Non c’è neanche bisogno di parlarne, no?

Se resisti è una strada lunga e difficile, ma alla fine avrai un bambino equilibrato, il miglior premio che si possa ricevere. Uno che sa accettare rifiuti e sconfitte, per dire. Roba rara.

Al primo grande capriccio del secondo figlio, il dubbio che stia male dura pochissimi secondi, poi ti ricordi: ah, giusto. Vai, figliolo, urla più che puoi, sbatti i piedini e contorciti. Dai, che puoi urlare più forte di così, fammi vedere cosa sai fare.

Al terzo, figuriamoci.

Così ieri Ranocchietta di ritorno da una passeggiata ha fatto il suo Primo Grande Capriccio e, dal suo punto di vista, è stato un fiasco: c’erano gli urli belluini, le lacrime, i contorcimenti, le gambe che sbattevano senza posa, la schiena inarcata!, il moccio, i singhiozzi… niente. La madre insensibile usciva ed entrava dalla stanza e il padre degenere non se ne è neanche quasi accorto. “E’ successo qualcosa?” “Naa, capriccio”.

Perfino i fratellini, allarmati, dopo una breve spiegazione (“capriccio”) si sono seduti sul divano e hanno assistito allo spettacolo da circo offerto gratuitamente dal piccolo. Solo il Pupino, non avendo mai visto una cosa così da spettatore, si è impietosito e ha provato ad accarezzarlo per calmarlo, ma i pugni e i calci rotanti che volavano l’hanno presto convinto ad allontanarsi.

Alla fine singhiozza solo. “Finito il capriccio?” “Sì.” “Bene, dai, andiamo a lavare la faccina. Vuoi un grissino?” “Sì.” Bon, finita.

Oggi ci ha riprovato a pranzo: non voleva pane, solo formaggio e prosciutto. Dopo dieci minuti di urli e minacce (giuro, ci minaccia col ditino), ha rinunciato e si è mangiato anche il pane.

Però si vendica, inconsapevolmente, con quelle azioni per cui vorresti iscriverli a un asilo diurno e notturno per i prossimi due anni, per non doverci passare: “Qua qua.”, e mostra contento il flacone del bagnoschiuma per bambini. La faccia è lucida, le manine anche, quindi… se l’è bevuto. Corsa in bagno, bestemmie contro chi produce i bagnoschiuma al sapore di “tuofigliolovorràbere”, lavaggio di faccia e mani, infine messa in sicurezza del bagnoschiuma. Dove?? Dove cavolo lo metto? Qualunque “in alto” esista in casa è ricoperto di oggetti e flaconi fragili e pericolosi. Dove?? Sul piattino del sapone nella vasca, ok.

Poi tutto cuccioloso viene da me, mi sale in braccio, io lo accarezzo e scopro che le gambe sono appiccicose… se l’era spalmato su tutto il corpo! Di nuovo in bagno, lo infilo direttamente nella vasca, lavo, asciugo, rivesto e infine… scopro che i miei pantaloni sono ricoperti anch’essi di una patina appiccicosa e al profumo di melone.

E niente, ora sparisco nuovamente perché sta cercando di aprire una banana con il forchettone degli spaghetti.

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Pubblicato da: lastejan | 17/09/2018

Talco e follia

Tempo fa una famosa ditta produttrice di talco in America è stata condannata come responsabile del cancro di un sacco di suoi clienti. Orrore. Insomma, chi non usa il talco? Ne uso pochissimo e giusto in estate, stando bene attenta a non respirarlo perché la zia quando ero piccola diceva sempre “Non respirarlo che fa male” (non c’era bisogno di un tribunale americano, bastava un minimo di cultura generale, vabeh). Ne metto poco poco sul sedere di Ranocchietta perché tende ad arrossarsi e gli piace tanto. Non glielo faccio respirare e lo faccio giusto un paio di volte alla settimana.

Ecco, un minimo di paranoia, ma ce l’abbiamo in casa.

Quindi immaginatevi il terrore che mi ha presa quando ho trovato Ranocchietta seduto per terra, in pannolino, impegnato a cospargersi di talco: dal petto in giù ne era ricoperto e sguazzava coi piedini in una nuvola bianca.

“Maledetto disgraziéto!”, ho ululato, togliendogli il flacone di mano, e poi non sapevo che fare: aspirare per terra e docciare il bambino? Aspirare il bambino e poi per terra? Come cavolo si fa sparire tutto senza che lui se lo inali peggio del famoso erede di una ricca famiglia italiana alle prese con una montagna di bamba?

Ho preso Ranocchietta sotto le ascelle, l’ho scosso un po’, poi ho cambiato tattica e l’ho imbracciato, spolverandolo con la mano. Sembrava di stare nella nebbia in Val Padana. Gli ho lavato le mani, poi l’ho depositato lontano dal luogo del disastro e ho passato l’aspirapolvere come se non ci fosse un domani, concludendo con una passata di straccio umido per togliere l’alone pallido sul pavimento.

E poi arriva lui, candido (in tutti i sensi), e guarda speranzoso il flacone di talco ormai fuori portata – lo era anche prima, ma si arrampica come un ninja – e allora io lo guardo con gli occhi fuori dalla testa e gli grido: “Guarda che disastro! Ma sei matto?!”

Lui: “Sì.”, e se ne va trotterellando in pannolino.

Pubblicato da: lastejan | 03/09/2018

Il dente

“Guarda come balla questo dente: balla così tanto che secondo me cade fra un minuto!”

Il medio ha il suo primo dente che balla e oscilla tra il depresso e l’agitato, per dirla con Hugh Grant. “Mamma, cade di sicuro oggi!” e poi “Non voglio essere senza denti! Se mi cade non posso più parlare né mangiare!”, panicoppaura.

Se lo spinge avanti e indietro con la lingua, come è inevitabile, e spesso anche con le dita, e diciamo che no, non lo deve fare, ma in fondo chi di noi ha mai resistito?

Per consolarlo dai suoi timori di rimanere sdentato gli ho rifilato la storia che perdere denti è una cosa da Bambini Grandi. Non se la beve, neanche se gli faccio vedere i nuovi Denti da Grandi di suo fratello grande. “Io non voglio altri denti, voglio questi. Mi servono per parlare.” Irremovibile. Poi si ricorda che se mette un dente sotto il cuscino, il topo gli porta qualcosa, e allora trova di nuovo fantastica l’idea che stia per cadere.

Grandi dilemmi in casa Lasté.

Pubblicato da: lastejan | 29/08/2018

Il ripasso

“Ora suono la tromba. Non l’ho mai suonata in vacanza, che vergogna! E dire che quest’estate volevo ripassare: scrittura, matematica e tromba. E invece ho solo scritto un sacco. Devo recuperare.”

Si mette lì e comincia a suonare. Benino, per uno che da due mesi non tocca lo strumento. Glielo dico, anche. Ma qualcosa non va: l’esercizio, che già non veniva a inizio estate, non viene neanche adesso, i fratellini rompono le scatole e lui…

… Cambia stanza, lo sento che piange di stizza e frustrazione. Lo trovo che mette via la tromba e singhiozza. Me lo prendo in braccio, nonostante ormai sia come prendere in braccio un quindicenne, vista la taglia (ma sono solo otto, siore e siori, ricordiamolo al gentile pubblico). “Allora?!” “Non mi viene niente! Markus ha detto che in estate dobbiamo ripassare tutto quello che abbiamo fatto fino alla marcia militare!” “E cosa ti credevi? Non suoni da due mesi! Sai quando dicono “blabla è come andare in bicicletta, non lo scordi mai”… ecco, la tromba NON è una bicicletta.” “Ma io… io… non mi ricordo come si fanno il la e il si bemolle!” e giù lacrime.

E quindi da domani scrittura, matematica e tromba, che qui ne va del suo orgoglio.

Pubblicato da: lastejan | 27/08/2018

Fine estate e ferite di guerra

Di cose ne abbiamo fatte: un paio di montagne, raccolta di fragole e lamponi, marmellate, rettilario, parchi vari, tanti bagni, ieri il circo (che odio e mi ha messo addosso una tristezza indicibile, ma una promessa è una promessa), musei all’aria aperta, escursioni di vario tipo. Mi sembra sempre troppo poco, forse perché vorrei fare troppo, ma il mio ideale è quello di una persona con tre bambini camminanti, e invece ne camminano solo due e mezzo. Stiamo eliminando il passeggino, ma ancora un po’ Ranocchietta ha il diritto di accovacciarsi a terra e rifiutarsi di proseguire, e io ho il diritto di accorciare i percorsi per non doverlo portare in braccio.

Abbiamo ancora davanti a noi una gita su un monte friulano, anche meta di pellegrinaggio, ma certamente non il nostro, dove si sale con la cabinovia e fanno ottime tagliatelle al sugo di cervo. Voglio ancora andare al museo cittadino e provare a fare salire tutti e tre i nani sulla torre campanaria. Non siamo stati ancora al mega modellino di treni, una mancanza a cui devo rimediare se non voglio essere privata del titolo di madre.

Mi chiedo quali siano le cose di cui si ricorderanno i bambini delle nostre estati. Io mi ricordo dei giri infiniti in bicicletta intorno all’albero del piazzale sotto casa. Di più non potevamo fare perché abitavamo sulla statale e quello era l’unico posto. Mi ricordo delle fontanelle di acqua gelida e buonissima in montagna e dei balconi straripanti gerani. I parchi giochi, soprattutto i girelli, e andare così in alto sull’altalena fino a rischiare di fare il giro (mi sembrava). Quelle rarissime volte al circo – anche se già allora mi metteva tristezza – e le telefonate serali a mio papà dalla cabina telefonica, che se avanzavano 200 lire potevo chiamare la mia migliore amica. Il caldo terribile e le cicale che non stavano mai zitte, le rondini che cinguettano ininterrottamente dietro le nostre persiane, sempre accostate per non fare entrare il caldo. E leggere, leggere, leggere in continuazione.

Il Pupo legge in continuazione. Il Pupino comincia a interessarsi, anche se non ha la costanza di stare tanto seduto a leggere. Sarà perché non sa ancora leggere, deve essere frustrante, però sia lui che Ranocchietta ogni tanto si siedono e si guardano un libro dalla prima all’ultima pagina.

Disegnano in continuazione: Ranocchietta scarabocchi monocromatici che sconfinano su tavoli, fogli dei fratelli, pavimenti. Il Pupino ama ritagliare quello che disegna, quindi abbiamo navi da crociera e camion dei pompieri ritagliati un po’ ovunque. Il Pupo ha la vocazione da Torquato Tasso, ma in versione Uderzo&Goscinny: sta lavorando da settimane a una monumentale avventura di Asterix e Obelix, in cui sostanzialmente succede la stessa cosa che succede sempre nelle loro avventure, cioè arrivano i Romani e loro li pestano e infine i Galli festeggiano. Però siccome un numero di Asterix deve avere tante pagine, succede tutto a ripetizione: quanto è bella la Gallia, arrivano i Romani, pestiamo i Romani, festa. Tornano i Romani, pestiamo i Romani, festa. Andiamo a passeggiare nel bosco dopo la festa, incontriamo i Romani, li pestiamo, festa. I Romani si vogliono vendicare, li pestiamo, festa. In pratica mio figlio convalida tutte le teorie di Propp sulla struttura fondamentale della fiaba “situazione iniziale, rottura dell’ordine delle cose, missione, vittoria dell’eroe”. A volte il Pupino cerca di imitarlo e non solo copia i personaggi, ma anche i fumetti in sè, e siccome non sa scrivere copia le parole come se fossero immagini, un po’ come quelle istruzioni per l’uso scannerizzate dai cinesi che producono frasi fantasiose come “TIPAPE IA IEVA PEP USAPE DISPOSLTIUO” e tu non sai se ridere o piangere.

Tutti e tre sono pieni di lividi e graffi conquistati nei modi più disparati. Il Pupino è sempre il maestro delle botte in testa, adesso ha ancora le tracce di una testata contro un tavolo da ping pong. Il Pupo è pieno di lividi causati dalla sua lunghezza spropositata che lo fa sbattere contro spigoli e maniglie mentre cerca di riprendere le misure al mondo circostante a ogni balzo di crescita. Ranocchietta è quello con le robe peggiori: si è grattugiato un avambraccio sull’asfalto e poi lottando coi suoi fratelli si è aperta la crosta liberando fiumi di sangue e creando una crosta ancora più orribile. Brr. E poi ha cercato per gioco di appendersi a suo fratello medio, strangolandolo, e così il San Bernardo che è nel Pupo l’ha fatto balzare in sua difesa: l’ha spintonato e gli ha chiuso la porta sul mignolino del piede, cosa di cui poi si è amaramente pentito. Unghia rotta, poi staccata, aaah, orrore, una delle cose più brutte mai viste sui bambini. Ora dovrebbe rispuntare quella nuova. Lui ci guarda e fa “Bleah.”

E bon, vediamo come sarà il resto dell’estate. Dopodomani si festeggiano i due anni di Ranocchietta e il dieci di settembre ricomincia la scuola, nonché l’ultimo anno di asilo del Pupino e l’ultimo a casa di Ranocchietta. Sarà un anno interessante.

Pubblicato da: lastejan | 19/08/2018

Prendi il nano e scappa

Venerdì: gita da sola coi Terribili Tre in nave su un lago, giro a un mercato dell’artigianato, pomeriggio in spiaggia. Bello, molto stancante.

Sabato: gita tutti insieme a un museo archeologico all’aperto. Bello, molto stancante.

Domenica: pseudogita al parco degli animali selvatici su invito dei suoceri. In realtà i miei suoceri ci hanno subito dirottati nel parco giochi che io ODIO (perché mettere un parco giochi all’entrata di un parco naturale? Nessun bambino si stacca dai giochi per andare a vedere le linci che tanto non le vedi mai perché si acquattano e ti fanno una leva!) e siamo stati lì 50 minuti. 50 minuti in cui i grandi si sono divertiti moltissimo, il piccolo ha preso una trona cadendo in fondo allo scivolo, e poi ho fatto l’errore di lasciarlo 15 secondi con mia suocera in sella a un cavallino a dondolo: l’ho ritrovato da solo urlante e disperato sullo stesso dondolo, dove probabilmente per l’entusiasmo aveva dato una facciata contro la testa del cavallo. Mia suocera? Missing in action? Morta in un angolo? Svenuta? Attacco di cacarella, che le venisse? No: beata, stava al recinto delle pecorelle irlandesi a far foto con aria deliziata, non si era accorta di nulla. Che carine, le pecorelle. Allora andiamo via, dai, andiamo dai suoceri a far sta belin di grigliata.

Grigliata dai suoceri: Lasté alla griglia, alternata a suo figlio maggiore, suocera in cucina, suocero disperso, ma insomma, non è colpa sua, Pupino allo sbaraglio, Ranocchietta incazzato nero nell’altalena da cui, per fortuna, non può scendere da solo. Marito? Boh. A lavare tutte le posate per il pranzo che non erano state lavate. Poi tutti mangiano, Lasté griglia. Tutti mangiano ancora, Lasté continua a grigliare. Infine Lasté si rompe i cosiddetti e lascia la griglia a suo figlio, potendo finalmente mangiare, e a quel punto la suocera con voce lamentosa protesta perché nessuno ha mangiato la sua merdavigliosa insalata scondita di verdure crude a caso.

Postgrigliata: Lasté corre dietro a Ranocchietta mentre tutti si fanno i cazzi propri. Anzi no, Lasté deve riparare la piscinetta di gomma, mentre Marito si occupa di suo figlio minore. Anzi no, Marito cerca la freccia che Pupo ha scagliato nei cespugli e dopo un po’ alla Ste viene un dubbio: “E Ranocchietta???” “Tà!”, si sente rispondere da in fondo al giardino, dove c’è lo stagno. E infatti proprio lì stava: sul bordo dello stagno a lanciare pietre dentro. Quando Lasté lo raggiunge imprecando contro la famiglia intiera del marito, nonché contro il marito stesso, gli dice “Ranocchietta, dai, vieni?” e Ranocchietta si gira con tanta energia da fare una piroetta e finire col culo in acqua. E meno male che non era successo prima.

Marito: “Ma un minuto fa era lì, giuro.”

Basta: Lasté prende il Pupo sotto il braccio, manda virtualmente a cagare tutti i presenti, dice “Vi torno a prendere stasera” e se ne torna a casa, lasciando Marito, Pupo e Pupino a giocare con arco e frecce e i suoceri a non fare niente, come al solito.

Insegnare all’università è molto bello: oltre a fare davvero figo quando lo racconti, gli studenti sono in generale molto beneducati e timorosi, visto che a fine anno avranno un voto. Si scusano se non vengono, offrono di fare compiti extra, alcuni mi chiamano “Frau Professor”, facendomi morire dal ridere.

Tutto ciò però può cambiare quando tocchi loro una cosa: la media. La loro dannata, inutilissima media. Ci tenevo anche io alla mia media, ma mi rendevo conto che era una mia responsabilità: se toppo un esame, si abbassa. Non immaginavo l’inutilità della media dei voti nel mondo degli adulti, e non ho mai voluto credere a chi mi diceva “Tanto poi dopo la laurea non serve più a niente”.

Non serve più a niente davvero, non gliene frega niente a nessuno. Al massimo può essere argomento di aneddoti fra colleghi o amici, ma non ha influsso su un’assunzione, non serve scriverlo nel curriculum. Se hai un 110 e lode, magari, ma c’è così tanta gente che lo prende che ormai anche quello è diventato retorica. Io ho preso 108, embè? A un certo punto non te ne frega niente neanche a te.

Loro però ci sono dentro, la media è sacra, e così mi si sono scatenate contro due serpi velenose: una secchiona a cui ho rovinato la media e un’asina che ha paura dell’ennesimo brutto voto, che puntualmente ha preso. La seconda mi ha scritto lamentandosi del voto, l’ho incontrata ieri sacrificando il mio tempo libero e l’ho messa a tacere mostrandole il suo test: Caporetto. Ci tenevo a vederla perché volevo anche dirle che non la lascerò sbrodolarsi nell’autocommiserazione, ma il prossimo semestre cercherò di farla migliorare. Che il brutto voto se lo merita, ma ammiro il suo tentativo e il suo amore per l’Italia e la aiuterò.

Il problema è che questa scema nel frattempo aveva fatto una cosa perfida: sia lei che l’altra, che ha preso un “discreto”, macchia indelebile nel suo libretto immacolato, hanno pensato bene di fare dei reclami “anonimi” a un mio superiore e a un mio collega (che chissà perché pensavano fosse un mio capo). Non sto a dirvi tutte le cattiverie e bugie che hanno scritto, il succo è che sono simpatica, ma incapace, e per colpa mia loro non hanno imparato niente.

Alla prima mail il mio collega ha detto: “Guarda che è arrivata questa mail. Te lo dico per avvertirti, ma stai tranquilla che è solo un’opinione negativa e si capisce che è uno studente scontento.” Alla seconda: “Adesso basta. I contenuti delle mail sono molto simili, e io mi vedo costretto a reagire.”

PANICO. ORRORE. FURORE. Urli di rabbia e disperazione, le mie imprecazioni scuotono il palazzo, finché il giorno dopo, con calma, non lo chiamo e scopro che intendeva: “Le studentesse si sono messe d’accordo e sono due serpi, ora bisogna rimetterle al posto loro, ma come si permettono?” Oh, ok.

Non so bene poi cosa intenda fare, ma credo che voglia portare la questione della diffamazione gratuita dei docenti al consiglio direttivo. Intanto io però sono tranquilla, perché so che gli insegnanti sono dalla mia parte, che sono una di loro e si fidano delle mie capacità.

Certo, non sono un’ingenua: cercherò di migliorare nei punti in cui mi criticano, anche se ingiustamente, così da rendermi inattaccabile. E cambierò il modo di rapportarmi con loro: meglio un po’ meno simpatica, ma che accettino la mia autorità di insegnante.

Nel frattempo ho fatto una cosa che sognavo da sempre: ho chiesto delle copie saggio per l’insegnante a una casa editrice! Sono due libri che vogliamo usare il prossimo semestre, ma che volevo vedere dal vivo prima di metterli con sicurezza nel programma del corso. Vista la debacle col libro precedente (che non avevo scelto io e che era una novità che volevano provare), devo stare attenta a prendere un buon libro. Beh, me li hanno mandati davvero, e con una cortesia squisita. E sono pure belli! Forse è un po’ infantile, ma è da quando compravo al “Libraccio” i libri delle superiori, e vedevo quel talloncino tagliato “Copia saggio per l’insegnante” che pensavo a quanto sarebbe stato bello essere un’insegnante e avere i libri gratis. Almeno qualcuno, insomma, perché costano 30 euro a botta e non posso ridurmi in mutande solo per farmi un’idea del contenuto. E poi mi sento riconosciuta come insegnante, che per me è una cosa bellissima. Con la DA non abbiamo mai chiesto libri, non credo che a nessuno sia venuto in mente di farlo, ma con l’uni ho l’indirizzo email personalizzato e suona già più professionale. E quanto mi piace!

Pubblicato da: lastejan | 26/06/2018

Compleanno e complimenti

Ieri sono andata a prendere il Pupo dal suo penultimo allenamento di pallacanestro e ho chiesto al suo allenatore, un signore di 56 anni con braghette e canottiera che darebbe filo da torcere a molti ventenni, quando sarebbero ricominciati gli allenamenti.

“Salve, sono la mamma di Pupo, vorrei sapere quando ricominciate.”

“Chi è Lei?”

“La mamma di Pupo.”

“E cosa vuole da me?”

“Sapere quando ricominciano gli allenamenti.”

“No, ‘spe: perché lo chiede a me?”

“Signo’, SONO LA MAMMA DI PUPO.”

“Spe’… ah, ma PUPO! Alto, slanciato, agitatissimo?”

“Eh, Pupo.”

“Oh, che piacere immenso conoscerLa! Pupo è stupendo, fantastico! Quando capita uno così, è una fortuna!”

“Ah sì? Mi pare che si diverta molto.” (in realtà per me è già Magic Johnson, ma ammetto di essere vagamente di parte).

E comincia una pioggia di complimenti che farebbe sciogliere le mamme più umili, quindi figuriamoci me. Il Pupo è: veloce, agguerrito, motivato, simpatico, divertente. Ambizioso, ma nel modo giusto. Corretto, agile. Lui cerca di vedere tutto contemporaneamente: avversari, palla, canestro, e cerca di prevedere le azioni. Cade, ma per l’entusiasmo. Si fa male, ma si rialza e ricomincia a giocare.

L’allenatore mi ha detto che è laureato in psicologia e pedagogia e che allena bambini e ragazzi da 30 anni, e che quindi si sente di dire che il Pupo ha trovato lo sport perfetto per lui e che lui è perfetto per questo sport.

Chi sono io per dissentire? Molto meglio fare la ruota, godersi i complimenti e continuare a sostenere l’entusiasmo del Pupo per questo sport.

E il compleanno: domenica il Pupino compie 5 anni. E’ da mesi che fa il conto alla rovescia. Non avendo ancora una gran percezione del tempo che passa, capita spesso che chieda “E’ domani?” “No, è fra venti giorni.” e il giorno dopo “E’ domani?”

Ieri ha consegnato 4 inviti ai suoi amici per la festa che faremo sabato. Per ora abbiamo una disdetta e una conferma, e ho il terrore che disdicano anche gli altri, ma una mia amica mi ha offerto di affittarmi suo figlio, noto casinista e pronto al litigio, e che posso pure tenermelo quanto voglio. Non è escluso che lo affitti davvero 😀

In programma ci sono una crostata di frutta con le pesche, patatine alle arachidi (suona strano, ma sono come le Dixi) e a seconda della temperatura una battaglia con le pistole ad acqua, una caccia al tesoro o una passeggiata nel bosco. Abbiamo chiesto ospitalità ai Suoceri, provvisti di un grandissimo giardino, così almeno non devo dannarmi l’anima a pulire casa. Dovrò dannarmela a portare tutto (bambini, giochini, torta, regali) al lago e ad arrangiarmi con l’incasinatissima cucina dei Suoceri, ma a caval donato non si guarda in bocca.

E poi domenica lo festeggiamo in famiglia, e da parte mia riceverà degli stencil di cavalieri e draghi, dall’Uomo un Minion paracadutista e delle carte Pokemon, da suo fratello un piccolo peluches del Gruffalò. Come al solito il mio regalo è il più palloso, vabeh.

Siccome sono una madre pessima, uso il suo “coming of age” per convincerlo a perdere qualche pessima abitudine, come piagnucolare per qualunque belinata, fare la spia o camminare sui giocattoli anziché raccoglierli. Finora non ho avuto grandi risultati.

Pubblicato da: lastejan | 23/06/2018

Febbre a 90°

Pupino: “La tua maglietta è dell’Italia, vero? Perché mi sembra dell’Italia.”

Pupo: “E’ della Francia! La tua è dell’Italia.”

Pupino: “Ah. Perché però tu hai una stella?”

Pupo: “Eh, scusa, tu ne hai quattro!”

Intervento materno: “Le stelle sono i campionati del mondo vinti. L’Italia ne ha vinti quattro, la Francia uno.”

Pupo: “Solo uno??”

“Sì, nel ’98, contro l’Italia. Mamma mia che rabbia.”

“Allora sono più forti dell’Italia.”

“Lo erano quell’anno. Nel 2006 eravamo di nuovo in finale contro di loro e abbiamo vinto.” (e che notte!)

 

Pupino: “Ma quanti gol ha fatto l’Italia?”

Pupo: “Quando??”

Pupino: “Sempre.”

Pupo: “Eh, vabeh, allora già che ci sei chiedimi quanti abitanti ha il mondo!”

E’ questo il tenore delle conversazioni a casa Lasté da quando il Pupo ha scoperto il Mondiale di calcio. Vorrebbe vedere ogni partita, comprese Costarica-Panama e Messico-Corea del Sud, cose che non guarderei neanche se mi offrissero dei soldi per farlo, ma si vede che lui sviluppa l’anima del vero fan di calcio: bisogna vedere tutto, tutte le partite, le discussioni prima e dopo la partita, le conferenze stanza, le moviole.

Ovviamente non glielo permettiamo.

Per ora ha visto circa una partita e mezza, una delle quali era Islanda-Nigeria, ed è scoppiato in lacrime sia per i gol che per la brutta botta alla testa che ha preso un islandese (che si è fatto fasciare ed è tornato in campo, da bravo vichingo). Saltella, urla, mugola, impreca, insulta, incoraggia, si scoraggia e si esalta. Dopo molte preghiere, stasera gli ho permesso di restare sveglio per vedere la Germania, con i suoi idoli Manuel Neuer e Thomas Müller.

Mamma mia, non l’avessi mai fatto. Ha ricacciato indietro le lacrime a fatica al gol svedese, ha insultato a turno tutti e 22 i giocatori in campo, ad esclusione di Manuel Neuer che è intoccabile. Ha promesso una severa ramanzina a Boateng da parte di Löw per i suoi fallacci. Infine ha tremato come una foglia al calcio di punizione al 95° minuto ed è esploso di gioia vedendo l’effetto incredibile dato da Kroos alla palla, che l’ha spedita in porta. E’ riuscito a non urlare, sapendo anche lui che un risveglio di Ranocchietta avrebbe rotto le uova nel paniere sia a me che a lui, ma mi è saltato addosso sul divano e mi ha abbracciata.

E’ andato a dormire chiedendo quando c’è Germania-Corea del Sud.

Questo Mondiale si preannuncia molto lungo.

Pubblicato da: lastejan | 14/06/2018

La faccia da chiul degli studenti

Gli studenti sono carini e coccolosi. Alcuni mi chiamano “Frau Professor”, facendomi rotolare dalle risate, e mi mandano le mail in inglese nonostante sappiano che parlo molto meglio il tedesco e loro siano di madrelingua tedesca. Fanno le battute fra di loro e mi fanno sentire vecchia, perché riderei volentieri con loro ma mi rendo conto che non mi riguarda. Ti lasciano intuire che si ubriacano come delle merde il finesettimana, almeno un paio di loro, ma dicono sempre solo “Mi piace uscire con gli amici”. Alcuni lavorano già a tempo pieno e poi stanno all’università fino alle dieci di sera. Si alzano alle cinque del mattino. Lavorano duro, li rispetto, ma.

Ma.

Ma io insegno una lingua, e loro studiano economia e ingegneria. Sono obbligati a studiare una lingua, e la vedono come l’esame fuffa della facoltà, come geografia delle esplorazioni o antropologia culturale a Lettere Moderne, quando sapevi di avere un 30 garantito, ma.

Ma io di lingue ci vivo, e so che sono quelle che ti parano il culo nella vita reale, e non regalerò 30, che qui si chiamano 1. Non regalerò proprio una cippa!

La settimana scorsa mi hanno fatto pressione per sapere gli argomenti dell’esame. La risposta “Tutto quello che abbiamo fatto negli ultimi quattro mesi” non li ha soddisfatti. Loro vogliono degli argomenti precisi su cui prepararsi per l’eventuale produzione scritta e orale. Vogliono tre temi (giuro, proprio il numero preciso) da studiare e che io poi ne scelga uno dei tre. “Così faccio come lo scorso semestre: ho imparato a memoria due testi e poi ho scritto quello che mi ricordavo”.

Stiamo scherzando?

Ah, e il vocabolario. Frau Professor, Lei ci DEVE lasciar usare il vocabolario! Per forza!

“Guardate che siete livello A2. Non lo sapete manco usare, un vocabolario.” Ma no, ci serve, mica possiamo sapere tutte le parole! Eccome se potete: infatti è un esame per vedere se le avete imparate, CAPRE.

Stamattina la ciliegina sulla torta: “Cara sig.ra Ste, mia cognata si sposa nel finesettimana e ha urgente bisogno del mio aiuto per prepararsi. Posso saltare la lezione oggi e in cambio fare tipo un esercizio?” Studentessa con un sacco di assenze, piuttosto tarda e molto ignorante. Tipo NO.

E niente, il mio superiore mi ha fatto capire che li devo far passare tutti perché è un’università a pagamento, ma i voti saranno brutalmente sinceri. Brutalmente.

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