Pubblicato da: lastejan | 20/10/2017

L’Uomo e le Vecchie

“Le donne vecchie mi amano. Più sono vecchie, e più mi amano.”, questo lo statement di mio marito riguardo a come il mondo lo recepisce. Ieri sera forse lo ha dimostrato, e ve lo vado a raccontare.

Nuova conferenza dell’associazione culturale, io come al solito non penso di andare perché la sera è troppo complicato: uscire di corsa appena entra lui, lasciarlo dare una dubbia cena ai tre pargoli, che poi si svegliano di notte con lo sbrano, oppure dover lasciare una cena già pronta da consumare alle sei… troppa fatica. Però avevano bisogno di aiuto per collegare portatile e proiettore, mi aveva detto la Donna Depri, e quindi sarei dovuta andare, anche se solo per l’inizio.

Poi l’Uomo si è fatto avanti: “Vado io, dai” e io “Vai tu, dai, e resti anche alla conferenza.” “Mah, mh, eh…” “Dai, resta. Sono secoli che non fai del bene al tuo cervello.” e lui acconsente.

Arrivato lì alle sei in punto, è tornato a casa alle undici mezzo brillo. “Eh, c’erano un po’ di bevande, e ho detto ‘Bevo un bicchiere e poi vado’, e poi mi hanno detto ‘Dai, bevine un altro con noi’, e poi sono andati tutti nel ristorante dell’hotel perché dovevano mangiare, e hanno chiesto se facevo loro compagnia…” “Ma scusa, loro chi?”, chiedo io immaginando qualche fantasmagorico socio giovane (AHAH). “Loro, Donna Depri (72), Segretaria (63), Tesoriera (65) e Conferenziera (?).” “Sei andato a bere con delle signore che potrebbero essere tutte madri tue?!” “Non tutte, la conferenziera era giovane.” Ah, beh.

Un vino tira l’altro, è stato con loro a chiacchierare per quasi due ore.

Va benissimo così: ha usato il cervello, ha visto una conferenza interessante, ha conosciuto signore colte, ha sbevazzato a ufo. Vista la vita lavorofamigliafamiglialavorofamiglia che fa, sono molto contenta per lui.

(Io ho goduto della solitudine e ho guardato il secondo “Kingsman”)

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Pubblicato da: lastejan | 08/10/2017

Musica e lavoro

Il mio progetto dei corsi di tedesco per italiani è andato piuttosto a bagno: due insegnanti mi hanno paccata, riducendo i corsi da due a uno, e per quest’unico corso si sono iscritte solo 2 persone, così è stato annullato e rimandato al secondo semestre. Mi dispiace, ma non ne faccio una tragedia. Secondo me siamo ancora troppo poco conosciuti. Vediamo se mi permettono di riproporli ancora il prossimo semestre ed eventualmente l’anno prossimo, secondo me sono fattibili. Inoltre cambierei il modello di corso, che contrariamente ai miei suggerimenti è diventato un “una volta a settimana”, mentre a noi servono corsi intensivi per somari irrimediabili. Vediamo.

Un mese fa abbiamo finalmente avuto le elezioni, la vecchia presidente se n’è andata in un tripudio di frecciatine molto poco velate e il nuovo presidente è tutto gagliardo e lanciato. Per ora non ha fatto una cippa, ma due giorni fa ha scritto una mail inaspettata, in cui ci annunciava di averci procurato un servizio fotografico+intervista con un giornale a diffusione nazionale – noi usciremmo sull’edizione cittadina, che è più che abbastanza – e che quindi giovedì siamo tutte convocate nella redazione, pimpanti e pronte a farci fotografare. Bravo, bravo, così si fa. Poi diciamo anche che essendo ammanicato in tutta la città parte avvantaggiato…

Io ho perso uno dei miei due corsi, ma me ne hanno offerto uno per principianti, quindi avrò di nuovo due corsi, e inoltre aspetto con ansia di iniziare le lezioni di musica nel capoluogo di regione, al conservatorio, come allieva-cavia di un laureando. Mi hanno assegnata a un giovane sloveno pelato, che mi ha subito comunicato che le prossime due settimane non c’è perché deve essere operato, e poi la settimana seguente è festa nazionale, e quindi alla fine inizio a novembre. Speriamo!

C’è un bambino che strilla.

Pubblicato da: lastejan | 08/10/2017

I sudamericani in Austria

Ieri sera è apparsa su Facebook una cosa che quasi mi avrebbe fatto sputacchiare la cena sul portatile.

Sì, io e mio marito, messi a letto i bambini, abbiamo cenato davanti al portatile, sul divano, romanticamente. Facciamo un po’ schifo, ma chissene.

Insomma, è apparsa questa cosa: workshop e concerto di un’ensemble facente parte di una famosissima orchestra sudamericana, con musicisti giovanissimi, in genere provenienti da famiglie poverissime. Conoscete “El sistema”? Se non lo conoscete googolatelo, è una cosa bellissima e sforna musicisti sensazionali.

Vengono qui, in questa città di 60mila anime, fanno una workshop in una scuola media a cinque minuti di macchina da casa mia, e la sera fanno anche un concerto. Mi sono iscritta subito, e con me porterò il Pupo, fresco di iscrizione al corso di tromba della scuola musica. Non so se lui possa suonare anche, ma di sicuro ne può trarre profitto e incoraggiamento.

Sono emozionatissima!

Pubblicato da: lastejan | 04/10/2017

Alpha Woman, ma senza esagerare

Una nocca sbucciata, un avambraccio escoriato, un pollice schiacciato col martello e lo spigolo di una portiera conficcato nel polpaccio.

E’ questo il bilancio definitivo della visita di mio padre questo fine settimana, ma andiamo con ordine.

“Quando viene il nonno? Eh? Quando viene? Eh? Perché non viene? Glielo dici che deve venire?”, e io che non volevo neanche chiederglielo, perché sono offesa a morte che venga giusto due volte l’anno a trovarci nonostante sia in pensione e libero come l’aria, ho dovuto chiederglielo.

Sorprendentemente, Sua Maestà il Papà della Ste aveva già messo in conto di venire a trovarci, quindi è partito dopo una feroce contrattazione sulla durata della visita – “Arrivo venerdì mattina e riparto domenica a pranzo” “Allora te ne puoi anche stare a casa.” “Vaaa bene, allora arrivo sabato mattina e riparto lunedì” “Mi prendi per il culo?! Non c’hai niente da fare, hai tre nipoti, vieni qua e ci stai UN BEL PO’!” “Uff. Arrivo sabato mattina e riparto martedì sera.”

Andata. Che poi magari gli potevo scroccare ancora un giorno, ma poi me ne sarei pentita perché ogni volta mi viene un esaurimento.

Però quest’ennesima visita brevissima non mi andava giù, soprattutto perché io ho un sacco di cose da sistemare in casa e che non posso fare perché ci vorrebbero due adulti a farle e uno a badare ai bambini. Quindi ho pensato di caricarlo in macchina appena arrivato, trascinarlo nel capoluogo della regione all’Ikea, comprare l’armadio per camera mia, che è rotto da circa 5-6 anni, e sistemare la faccenda dell’armadio una volta per tutte.

L’ho fatto davvero: “Ciao papà. Vuoi un caffè? Vuoi sederti? Sei stanco? No? Bene, allora molla giù tutto e vieni con me, si va all’Ikea.” “Cosa? Mh, boh. Adesso? Ok.”

Solo quando si è trovato a 40 km da casa mia, nel reparto armadi guardaroba, ha capito cosa stava succedendo. “Ma… oggi lo vuoi comprare?” “Certo.” “E chi lo monta?” “Che domande: io e te.” “Ma scusa… io vengo fino qui e tu mi fai montare armadi??” “Sono sei anni che ti dico che ho bisogno di aiuto, resti sempre 48 ore scarse… ora io ti faccio montare armadi. E smontare, pure, e portare alla discarica quello vecchio.”

E niente, puoi agitare i pugni, pestare i piedi, strillare “No vojo”, ma come diceva la Bisnonna, “Ora si fa quello che dico io!” (Jetzt g’schiet amol, wos i sog)

L’abbiamo caricato sul minivan della mia amica con quattro figli, che per avermelo prestato verrà proposta per la beatificazione in vita, e portarlo a casa è stato facile, così come spargere i dieci pacchi che lo componevano in ingresso.

Poi abbiamo cominciato a smontare quello vecchio, e mio padre si è addormentato sul divano. Si è risvegliato solo quando un pannello di diversi chili si è staccato di colpo cadendo a pochi centimetri dalla mia testa e schiantandosi a terra. A quel punto è tornato nel mondo dei vivi e ha portato l’armadio vecchio al piano terra.

Cominciamo a montare quello nuovo: “Guarda, papà, infila tre di queste viti ognuna nel terzo buco a partire dal basso, una per ogni fila di buchi.” “Ahm… uhm… ehm…” “Guarda, così.” E niente, l’ho fatto io. “Vabè, dai, ora infila questi pioli nei buchi laterali del listello. In quelli piccoli, mi raccomando.” “Listello…” “Papà, ma capisci quello che dico?” “E’ che io coi mobili Ikea… boh…” “Ho capito. Lasciamo stare, gioca coi pupi e con l’Uomo.”

E lui va a giocare col cellulare.

Dopo due ore io ho quasi finito i gusci degli armadi, l’Uomo è in camera coi bambini e ha i capelli dritti in testa (“Il Vietnam. Lì dentro è il Vietnam.”, dirà poi in un soffio, con lo sguardo perso nel vuoto) e mio padre ha visto un sacco di video buffi su internet.

Io sto finendo di inchiodare il retro quando mi schiaccio un dico col martello e offendo diverse divinità e donne di malaffare, ululando di dolore. A quel punto papà torna nuovamente nel mondo dei vivi per vedere cosa è successo: una bolla di sangue sottopelle. Dai, poteva andar peggio. Decide di aiutarmi stendendo. Quando scopro che appallottola la biancheria sullo stendino, voglio uscire sul balcone per “aiutarlo”, ma grazie al nuovo merdaviglioso pavimento che hanno fatto scivolo, mi grattugio un braccio sull’intonaco e mio padre mi afferra per un braccio prima che cada e rischi veramente di morire male. Ben, dai, ottimi riflessi.

La domenica dopo un pesantissimo pranzo fuori coi Suoceri, che finalmente sono ripartiti, continuo il montaggio, mentre mio padre decide che farà una passeggiatina. Tornerà due ore dopo, col buio, mentre io finisco di stringere le ultime viti dell’armadio nuovo e i miei figli e mio marito sono isterici, perché stanno da due ore chiusi in camera per evitare che qualcuno (non facciamo nomi) si tagli coi cartoni, rimanga schiacciato da un’anta o ingoi una vite. Sono fiera di me. Tanto, tanto fiera. Ammiro questo catafalco di 145 kg e spicci, impensabile che ieri fosse ancora imballato e a pezzi. Ho fatto un lavoro monumentale, l’ho fatto molto bene e penso anche velocemente. Se mio marito non distingue un cacciavite da una pinza e mio padre andando in pensione ha chiuso in cantina qualunque abilità manuale padroneggiasse, almeno io ci sono.

Insomma, mio padre torna col buio torna e porta via con l’Uomo i cartoni finalmente vuoti. Dove siamo io e i bambini nel frattempo? Non lo so, ormai ero in una nebbia di delirio e stanchezza. L’Uomo prepara la cena, ma si sbaglia e cucina per tre anziché per cinque, così io e mio padre mangiamo più tardi quello che ci capita. Tipo io un krapfen e un avanzo di pasta del giorno prima. Yeah.

Lunedì mattina lascio mio padre, che non parla tedesco né inglese e non conosce abbastanza le strade, a casa con Ranocchietta, che lo adora, mentre io torno dalla mia amica, mi faccio riprestare il minivan e ci carico il mobile vecchio. Mentre lo faccio, nella zona di carico/scarico c’è il tecnico del riscaldamento, e già che ci siamo arriva anche il camion della carta, quindi io sposto l’auto un paio di volte, e una di queste volte calcolo male i tempi e mi chiudo una portiera sulla gamba. Un male atroce, meno male che avevo i jeans, così mi hanno evitato squarci e me la sono cavata con un graffio e un enorme livido gonfio. Cavoli, che male. Fa ancora male, eh!

Insomma, carico un 100-150 kg di mobile sul minivan, mentre tutti gli uomini che passano mi guardano come se fossi una donna non particolarmente muscolosa che trasporta carichi esagerati, e vado alla discarica.

Apro il portellone e mi cadono addosso le ante. Panico. Cerco di tenerle, ma sono tutte insieme, mi scivolano ed è veramente troppo peso. In quel momento una rude voce maschile mi fa, in dialetto, “Spetta, che ti dò una mano e finisci prima.”, sbuca dietro di me un bell’uomo barbuto con dei guanti da lavoro e prende tutte e tre le ante. Insieme. “Attento, sono tre!” “Fa gnente.” “Io non riesco a tenerle, eh”, e allora lui con una frase distrugge tutto l’alpha womanismo degli ultimi tre giorni: “Ma io sono un uomo.” e cazzo, ha ragione. Glielo dico anche. “Hai ragione. E’ proprio una differenza. Grazie.” Perché va bene gli uomini che non sanno montare i mobili Ikea, va bene chi è così lento che preferisco che si levi dai piedi e lasci fare a me, ma adesso basta: c’è un barbuto muscoloso disposto ad aiutarmi? Che mi aiuti, finalmente! Non ne posso più di fare ‘sto lavoro del cavolo. Già mi spacco la schiena tutti i giorni con tre figli e una casa e i corsi e l’associazione culturale, per quanto sia divertente montare un mobile mi sono rotta le scatole. Per cosa hanno a che fare un corpo più robusto? Per portare i dannati mobili!

Sono stanca, devastata, piena di crampi, graffi, lividi, che lavoro del cazzo.

Non so quando mi sono sbucciata la nocca, so che a un certo punto bruciava, ed era già successo.

Ora però ho un bellissimo armadio intero e capiente in camera mia e la vita mi sorride. A parte l’enorme mucchio di vestiti da mettere nell’armadio. Quello non mi sorride, vabbè.

Pubblicato da: lastejan | 14/09/2017

… e lui non torna.

“Mamma, posso andare a giocare da M.?”

M. mi piace. E’ quello che mi capita tra capo e collo anche senza invitarlo, ma è beneducato e intelligente.

“Mh. Ti ricordo che sei in mezza punizione per il delirio dell’altroieri.”

“Lo so, ma me l’ha chiesto.”

“Vediamo, dai.”, e penso che gli dirò di sì.

Poi mi chiama la tedesca, quella che dà il cloro in gocce ai tre figli maschi, tutti e tre stronzi, ma mai stronzi quanto il padre. “Il Pupo può scendere a giocare? Lo aspettano! Puoi mandare anche il Pupino!”

ANCHE NO. I suoi figli si sono rotti piedi, gambe, dita, crani, ustionati, tagliati profondamente e girano con un coltello a serramanico in tasca. Al massimo il Pupo, e giusto perché sei appena tornata dalla clinica per la depressione e non me la sento di dire che stai crescendo tre delinquenti.

“Ehm, magari lasciamo a casa il Pupino, non lo faccio uscire senza adulti.”

“Ma stanno qua sotto!”

“Graaazie, ma anche no.”

Suonano alla porta. Dallo spioncino non si vede nessuno. “Chi è?” “Ehm… uhm…”, un bambino. Punto tutto su M., che si presenta sempre così, e invece è L., il maggiore dei tre delinquenti. “Viene il Pupo? Eh? Eh? Eh?”

E come fai a dirgli di no? “No, sei un delinquente in erba, fra tre anni fumerai già e fra quattro beccherai le prime denunce per rissa.” Eh no, non posso. “Vaaabbene.”

Va, e dopo mezz’ora torna incazzato nero: “Non ci vado più da loro!” (evvai!!) “Mi hanno buttato la sabbia in faccia, mi hanno distrutto quello che costruivo, mi hanno riso in faccia!” “Lo sai che sono così, che ci vai a fare ogni volta? Finisce sempre così! Hai detto che te ne andavi?” “No. Lo capiranno bene, quando non mi vedranno più.”

Quindi io ho dovuto chiamare la guaritadalladepressione, che non mi sembra affatto guarita, e ho detto che il Pupo aveva litigato coi suoi figli e se n’era andato. Lei l’ha trovato perfettamente normale perché “sono maschi”. Babbè.

Per consolarsi, mi ha chiesto di andare da M., e io ce l’ho mandato, perché no?

“Ma torna entro le 5 e 20, perché siamo a cena dai nonni e dobbiamo passare a prendere papà.”

Cinque e venti. Venticinque. Trenta. M. non risponde al cellulare. Il padre sì, ma non capisce niente di quello che dico perché è serbo e io capisco solo che non ha capito, che sono al parco giochi e che a lui non gliene può fregare di meno.

Alle cinque e quaranta torna l’Uomo e decide di portarsi solo il Pupino dai nonni, così non tiriamo il pacco e il Pupino è felicissimo.

Alle cinque e cinquanta sto schiumando.

Alle sei meno cinque mi chiama la vicina tedesca: “E’ da me, non ti funziona il citofono. Può stare a giocare a calcio?”

“NO. Per favore, mandalo a casa.”

“Dai, lascialo! Poverino!”

Ma poverino che?? Fatti gli affari tuoi! “Un quarto d’ora.”

Dopo un quarto d’ora torna con la coda fra le gambe, giura che mi preparerà la cena (beh, almeno sarà un buon marito da grande), che si farà perdonare, che il citofono non funzionava, che nessuno gli ha detto l’ora, e… e… e…

E porca miseria, io gli compro un orologio!

(Comunque mi sono risparmiata i suoceri, quindi nonostante la preoccupazione e la scenata per il ritardo, alla fine non mi è dispiaciuto mica.)

Pubblicato da: lastejan | 09/09/2017

La figurina n° 35

Sono uscite delle nuove figurine al supermercato, le milionesime. Stavolta l’album è sulla fattoria. Il Pupo (che ormai mi arriva alle spalle, mamma mia, non lo si può proprio più definire Pupo!) ha ricevuto alla cassa non solo due figurine e gli annessi minioggettini, ma anche la preziosa informazione che l’album costa SOLO due euro. Wow, SOLO DUE EURO, ragazzi, che gioia! Mamma, lo compriamo? Mh… anche no.

Non è un supermercato dove facciamo abitualmente la spesa, quindi non ha senso. Così oggi abbiamo parlato degli album di figurine e dell’eterna delusione che portano con sè: non li finisci MAI.

“E perché non li finisci mai, mamma?”
“Perché stampano troppi esemplari di certe figurine, così le trovi sempre doppie, e troppo pochi di altre, così compri un sacco di figurine nella speranza di trovarle.”
“In che senso?”
“Mettiamo che tu cerchi la figurina n°35. Non la trovi mai, perché ne hanno stampato solo cento esemplari, anziché i mille che servivano. In compenso continui a trovare la n° 48, perché di questa ne hanno stampate tremila invece di mille.”
“E quindi devo trovare 30 volte la 48 prima di trovare la 35.”

La scuola non è ancora iniziata e lui già fa Rain Man.

Pubblicato da: lastejan | 13/08/2017

Mamma e madre

In auto.

“Pruc.”

Uomo: “Ehi, chi è stato?”

Pupino, compiaciuto: “Io.”

Uomo: “Vabeh, dai, ti ammiro: sei sincero.”

Pupino: “Ho fatto una puzzetta a papà perché mi vieta i dolci.” (punizione per un paio di giorni perché continua a chiamare suo fratello “maledetto idiota”, il quale a sua volta lo pesta brutalmente e quindi è in punizione anche lui. Quanno ce vo’, ce vo’.)

Pupo: “Bravo Pupino! Io invece faccio un rutto!”

Uomo: “EHI!”

Pupino: “Nooo… non puoi fare un rutto. Solo a papà puoi fare un rutto. Alla mamma no, perché lei è nostra madre.”

Oggi mi sento privilegiata.

Pubblicato da: lastejan | 06/08/2017

Ore dopo

Ore dopo aver voluto scrivere un post, per una fortunata coincidenza astrale Ranocchietta dorme e l’Uomo, il Pupo e il Pupino sono andati al lago dai nonni. Uh, pazzo divertimento, chissà come mai li ho paccati.

Le nostre vacanze sono state in gran parte molto belle, la Corsica è il paradiso in terra, ma si sono concluse bruscamente causa influenza della zia e sfratto telefonico da parte dell’altra zia. In pratica se lei si ammala, è di sicuro colpa nostra, e dobbiamo andarcene subito perché se no la uccidiamo. Quindi niente, ce ne siamo andati, io e i bambini abbiamo pianto mezza giornata, il Pupino anche di più, ma è passata, bon, che ci vuoi fare.

Così siamo tornati con quasi una settimana di anticipo e ci siamo goduti trapani, uomini non attraenti e comunque mezzi nudi, puzza di colla e di metallo segato. Ah, che bella l’estate coi lavori in corso.

Poi è venuta l’ondata di caldo, non così fetente come in Italia, ma comunque fetente, e siamo rimasti tappati in casa a godere altra puzza di colla industriale e smartellamenti vari.

Due settimane fa hanno detto “Finiamo la settimana prossima”, quindi seguendo la regola “quello che dicono i muratori+una settimana”, la settimana che viene dovrebbero finire veramente.

Ora sono alle prese con la domanda d’esame per il conservatorio regionale, con la richiesta di sovvenzione per i corsi della DA e con un mezzo esaurimento da “ma porca troia, perché non posso avere un fine settimana come tutti i comuni mortali, invece che svegliarmi alle 6 e 45?” – passerà pure quello, al più tardi quando ricominciano scuola e asilo.

E niente, non mi sento brillante, spiritosa e ottimista, ma piuttosto col belino inverso, quindi “non ho altro da dire, su questa faccenda”.

Pubblicato da: lastejan | 06/08/2017

Volevo

Volevo scrivere un post, e invece no.

Pubblicato da: lastejan | 05/07/2017

Vita dietro le sbarre

Dopo innumerevoli sicure previsioni i muratori hanno tirato su l’impalcatura. C’hanno messo un secolo, non so quante volte hanno iniziato e poi smesso senza motivo apparente.

Tant’è che ora siamo circondati dai tubi Innocenti e da un lato sentiamo gli imbianchini dell’ex-Jugoslavia che chiacchierano di chissà cosa, dall’altro i muratori austriaci, scuri peggio di mia sorella in estate, ci allietano passando a dorso nudo davanti alle finestre del salotto (purtroppo hanno tutti le tettine e la panza) gridandosi ordini con un dialetto da scaricatori di porto. Di porto di lago, perché sono di qui.

E’ brutto come me l’ero immaginato: tengo le finestre chiuse per la puzza, il rumore, la polvere, tengo gli avvolgibili abbassati perché detesto l’idea che mi guardino in casa e così pare di stare in una cripta. Non avevo calcolato l’effetto sul mio umore: prenderei tutti a calci. Tra poco andiamo in vacanza e mentre l’Uomo tornerà presto, noi resteremo via più a lungo – a seconda di quanto riusciamo a sopportarci con mia zia – perché così non si vive proprio. Passerei tutte le giornate fuori, ma si sa che con 5 esseri umani le lavatriciate e la preparazione dei pasti occupano svariate ore al giorno. Odio.

Oggi ho fatto una cosa molto bella, per cui ero molto agitata, che è andata benissimo, per cui ora sono ancora più agitata: sono andata nel capoluogo di regione alla scuola superiore di musica, quella dove ci si laurea in musica, e ho suonato davanti al professore di clarinetto. Non era un esame né un’audizione, gli ho chiesto consiglio su come continuare, visto che (giustamente!) mi sfrattano dalla scuola musica per far posto ai bambini e ai ragazzi.

Ho suonato abbastanza bene, giusto un po’ di labbro tremolante per la tensione a fine brano, e ho ricevuto molti complimenti. Il riassunto è: su di me si può lavorare e tirar fuori qualcosa di buono. Il fatto che l’abbia detto un veterano di orchestre sinfoniche nazionali mi riempie di orgoglio e di gratitudine per la mia insegnante – e di ansia per il futuro. Potrei andare a studiare lì, con quelli bravi. Sarei come al solito più vecchia di 15 anni rispetto alla media, ma potrei. Ho spiegato che ancora non mi sento di lasciare Ranocchietta a qualcuno, quindi non so se posso davvero fare domanda quest’anno… “Ah, ma per me se lo può pure portare, a me mica dà fastidio.” Quindi potrei davvero.

Mi iscriverò all’esame di ammissione a settembre e vediamo come va e se ha posto, perché è tutto da vedere. Guardando molto in là nel futuro, potrebbe aprirmi la strada a uno studio magistrale all’università per poi insegnare musica e italiano, o un’altra materia umanistica, perché potrei farmi convalidare le lauree e gli anni di insegnamento e fare solo quello che mi manca.

Suona tutto talmente ideale e perfetto che mi viene ancora più ansia.

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