Pubblicato da: lastejan | 25/03/2020

Benvenuti nella mia cucina!

Sapete che devo lavorare, sì? Che per continuare a prendere il meraviglioso stipendio da lettrice sfigata dell’università sfigata devo fare lezione da casa?

Lo smart working, il distance learning, tutte quelle belinate lì, ecco, io le faccio. Per esempio oggi pomeriggio tardi mi sono collegata dalla mia cucina insieme ad altre 43 persone per ascoltare una giovane donna che di cognome fa “ribes” e che spiegava a noi insegnanti impediti tutte le meravigliose funzionalità della piattaforma didattica che usiamo come accessorio, ma che adesso è diventata essenziale.

Fanno due appuntamenti al giorno, uno la mattina presto e uno la sera, perché siamo 275 insegnanti e siamo tutti iscritti a questo corso volante: ci colleghiamo senza microfono né webcam e ascoltiamo. Se abbiamo domande, abbiamo il permesso di accendere il microfono.

Questo per quanto riguarda me come allieva. Per quanto riguarda me come insegnante, invece, mi collego all’orario in cui ho lezione normalmente, solo che devo avere tutto pronto nel minimo dettaglio: quali pagine del libro (due studenti sono rimasti bloccati lontani dalla città e non lo hanno con sé) da scannerizzare prima, quali esercizi fare insieme, quali devono fare da soli, quali compiti. Link di video, di esercizi online con autocorrezione. Le spiegazioni che amo illustrare alla lavagna devo già prepararle in anticipo in un documento Word o PDF, per quando dico loro “Adesso aprite il file col nome Tale e seguite la spiegazione”. Trasmetto sempre dalla mia cucina, l’unico posto mezzo ordinato e con una postazione comoda. Ogni tanto irrompe un bambino più o meno piccolo e fa videobombing. Quando è il più piccolo le studentesse della mattina si sciolgono tutte: “Ooooh, wie lieb! Kome ti kiami, pikkolo pampino?” e lui tutto fiero fa le boccacce.

Io ho la telecamera e il microfono acceso, loro solo il microfono, sennò si pianta tutto il programma.

Quello che faceva il babbo in classe, che si dondolava, lanciava le penne, faceva battute sessiste, trova il modo di fare il babbo anche via internet: la settimana scorsa l’ho beccato con la webcam accesa che giocava col cellulare e rideva come un deficiente. L’altroieri ha dimenticato il microfono ed evidentemente si esercitava alla chitarra.

E’ sorprendente quanto gli studenti siano uguali a quando siamo in classe. La slovena ha la voce scazzata, ma capisce tutto al volo. La cecena e la mezza peruviana rispondono a tutto e fanno domande intelligenti perché muoiono dalla voglia di avere il massimo dei voti. La mezza giapponese è timida anche a distanza, e nonostante sia molto brava quando deve parlare balbetta e fa fatica.

Questi nel gruppo della mattina. Quelli del pomeriggio sono adorabili come sempre: il rumeno mi dice le parole in inglese, così pronto che ormai chiedo solo a lui “Vlad, collegare”, lui attacca un attimo il microfono e sussurra “to connect”, e spegne. La sua fidanzata suona sfacciata anche al microfono e fa sempre tutto giusto come dal vivo. Le due splendide secchione della classe arrivano in anticipo anche online. Una delle due, quella che sta col Bello della Classe, suona un po’ spenta: lui continua a lavorare come ingegnere, lei da brava #restaincasa, quindi chissà da quanto non si vedono.

I miei preferiti – il Bello, il Baffetto e il Cornetto – non vengono quasi mai, mi mandano mail di scuse: i primi due sono ingegneri e per qualche motivo ora li fanno lavorare il doppio, uno mi ha scritto che si sente al limite delle sue forze. Il terzo, un ragazzo che ha fatto la maturità alle serali e ha preso la triennale lavorando, e ora sgobba per il master, lavora come tecnico informatico in ospedale, quindi ci si può immaginare che vita stia facendo. Farò qualunque cosa per aiutarli a recuperare tutto.

Tutti si impegnano, studiano ugualmente, ridono alle mie battute stupide, ma mi mancano. Dico “Avete capito?” e dopo qualche secondo di silenzio arrivano due o tre “Sì”. Mi devo fidare.

I capi continuano a mandarci mail di lodi per il nostro impegno e la nostra flessibilità, ci fanno avere i ringraziamenti degli studenti. In effetti un po’ mi incoraggia, a me che adoro il palcoscenico, che adoro le persone, parlare, ascoltare, scrivere alla lavagna. Patisco davvero tanto la mancanza di tutto questo.

Che poi noi “austriaci” siamo fortunati: abitiamo in un posto tranquillo, con poca gente, possiamo andare a camminare dove ci pare, tutti stanno a distanza di sicurezza, nei supermercati c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno e per ora pare che la situazione sia sotto controllo. Però, però.

Però Ranocchietta che chiede “Ciao, come stai?”  alla gente sui balconi, che mi chiede di fare le bolle di sapone sul nostro, che mi chiede ogni giorno “Dove andiamo ieri? Nonno e nonna?”, m spezza un pochino il cuore ogni giorno, e noi il nonno non sappiamo neanche come stia. Nella sua torre d’avorio non risponde nessuno al telefono, probabilmente hanno ridotto il personale al minimo. Dovrò mandare una mail per avere informazioni.

La nonna, alias Suocera, sta benone e si annoia e le manchiamo, ma si sta scoprendo un po’ orsa.

La cognata ha smesso di chiamarmi in modo compulsivo dopo che ho ignorato volutamente la sua etichetta telefonica. Non mi manda neanche più messaggi. I primi giorni aveva minacciato “Restiamo uniti. Ci sentiremo tutti i giorni, in continuazione, così non ci sentiremo soli, d’accordo? Dobbiamo stare insieme anche se distanti, supereremo insieme questo periodo, sarà come stare tutti nella stessa casa!!” Brrr. Ora la chiama suo fratello ogni due o tre giorni, si chiude in camera e mentre lei gli vomita addosso valanghe di parole lui legge e-books. Ha spiegato a sua madre che deve fare lo stesso, dopo che ci ha chiamati con la voce che tremava un paio di volte, sconvolta dalle cose terribili che le racconta la figlia.

Solo che la suocera lo ha preso troppo sul serio: mentre la figlia parlava e parlava, lei faceva un solitario al pc. Solo che ha dimenticato di togliere l’audio, è partito un jingle riconoscibilissimo e sua figlia l’ha beccata in pieno, facendole una scenata. Credo che ora chiami meno anche lei. Non tutti i jingle vengono per nuocere.

Pubblicato da: lastejan | 14/03/2020

Il momento giusto

Torniamo dall’Italia, sani come pesci e mentre tutto intorno esplode il casino del coronavirus, e dopo una settimana al medio viene la tosse. Niente di che, una tosse un po’ forte la mattina, praticamente inesistente il pomeriggio. Due ore di febbre in totale.

Risultato: per non creare panico a scuola, sta a casa una settimana intera pur stando benone.

Segue una settimana normale.

Poi al piccolo viene il raffreddore. Moccio come se piovesse, ma giusto quello: anche lui due ore di febbre, per il resto esplosivo come sempre. E poi ogni tanto fa un bel colpo di tosse catarrosa. Altra settimana a casa, a metà della quale l’Austria annuncia la chiusura delle scuole.

Da lunedì prossimo quindi tre figli ormai sanissimi ed esplosivi a casa, corsi universitari da tenere via internet, tutti gli altri sospesi, e indovinate a chi pizzicano il naso e la gola? Esatto, alla Ste.

Sarà bellissimo collegarmi col naso rosso, il colorito cereo, la voce dall’Oltretomba, lunedì mattina, quando il raffreddore avrà avuto tutto il tempo di montare ben bene e investirmi come un camion.

Bello poi, in un periodo in cui “Come stai?” non è un convenevole, ma è paragonabile a “Sei armato?”, rispondere “Mah, così così, ho un raffreddore…”

Ma tanto nessuno potrà spaventarsi, perché non vedo nessuno.

Pubblicato da: lastejan | 13/03/2020

Merci rare

Pare che il salame ungherese sia di vitale importanza per gli austriaci, così come la mozzarella e le baguette pizzate surgelate. Senza pasta sfoglia non vivono, e anche il formaggio francese è ormai merce rara.

Sughi pronti, pasta e riso, pane confezionato sono scomparsi, ma questo è comprensibile.

Ma l’emmental che male vi ha fatto? E poi lasciate gli yogurt, ma svuotate la confezione di Choco Fresh, una di quelle cretinate con “più latte meno cacao” che permettono al dentista dei vostri figli di comprarsi la seconda Volvo SUV.

E’ incomprensibile quello che la gente, Laggènte, compra in questi giorni, quello di cui fa scorta perché non si sa mai, in fondo questa potrebbe essere davvero l’Apocalisse Zombie.

Noi non abbiamo fatto scorte – in realtà la nostra dispensa è perennemente piena di cose che “dai, tanto questo scade fra mille anni, e questo non scade proprio”. Mi fido della società austriaca, del fatto che continuerà ad arrivare cibo e che comunque anche se per una settimana non arrivasse nulla, sicuramente avremmo da mangiare abbastanza per un mese.

Ma che mi comprate tutta la carta igienica più economica, ecco, questo non ve lo perdono. Vi auguro che dobbiate usare tutta nel giro di una settimana. TUTTA.

Pubblicato da: lastejan | 12/10/2019

Superando un trauma

Tantissimi anni fa i miei genitori si sono avvelenati coi funghi. Mio padre era un buon raccoglitore, portava quasi sempre anche me – le sveglie alle 5, la nebbia sul Passo della Bocchetta, gli amici suoi che incontravamo, il cestino dei funghi – e mi ha instillato un sano amore per il bosco, l’autunno, i funghi. Avevo una piccola guida ai funghi della Liguria e la sapevo a memoria: aspetto, commestibilità, diffusione.

Un giorno mio papà non è andato con me, ma con un nostro vicino carabiniere, e ha trovato dei funghi bellissimi e stranamente intatti che chiamava “sementini”. Arancioni, cappella tonda, come dei dischetti, e perfetti. Ora, se c’è una cosa che ho imparato andando per funghi, è che i funghi buoni non sono mai perfetti. Sono mangiucchiati, rotti, spezzati, un po’ vecchi, ma mai perfetti. Sapete quali sono perfetti? Quelli velenosi. Una meravigliosa amanita muscaria, per esempio, quella rossa coi puntini bianchi, quella dei Puffi: ecco, quella la troverete sempre intatta. Perché gli animali la schifano e tutti ci girano al largo. La natura stessa la evita, perché è fetente.

E infatti non erano sementini. L’amico carabiniere gli ha detto che a lui non ispiravano, il vicino esperto gli ha consigliato di farsi dare prima l’estrema unzione, ma lui nulla: sono “sementini”.

Erano una cosa chiamata tipo “gallinaccio malefico”, ora non so più bene, ma a posteriori li avevo riconosciuti nel mio libricino e classificati. A posteriori della terribile intossicazione, dell’uragano di vomito e del ricovero con lavanda gastrica di entrambi i miei genitori.

Mangio gli champignon se mi capitano da qualche parte, mi fido abbastanza dei porcini secchi, ma in generale li mando giù senza masticare e con un’inquietudine di fondo.

Oggi mio marito ha trovato delle meravigliose mazze di tamburo nel bosco. Delle trulle, non so come le chiamate: enormi, bianco crema o bianco sporco, come degli ombrelloni (tanto che in tedesco si chiamano parasol), inconfondibili. E dai e dai e dai, prendiamone uno. E io “Bon, prendilo. Te lo faccio. Se ti piace.” e poi lui in macchina mi fa “Però un po’ ne devi mangiare anche tu, è troppo per me!”

Glom. Cosa? Mangiare un fungo? Del bosco? Sì, è oggettivamente una mazza di tamburo. Hai voglia, quante ne ho raccolte sulla Bocchetta. Che mia mamma le faceva fritte impanate, e profumavano di bosco e panatura, e non me le hanno mai fatte assaggiare perché “I bambini fino ai 12 anni non devono mangiare funghi”, e mi dispiaceva proprio.

I miei figli invece i funghi li mangiano volentieri: non gliene diamo una porzione, ma un assaggino per sentire gusti nuovi, questo sì. Champignon, finferli (che qui sono i funghi nazionali), tutta roba coltivata e/o strasicura.

Ecco, io quindi questa trulla l’ho impanata e fritta, ed è venuta un perfetto cerchio dorato con la crosticina, profumatissimo, e Ranocchietta voleva mangiarne un sacco e gli abbiamo fatto provare qualche pezzetto, lo Sdentato lo ha provato a malincuore e poi ha ammesso che era buono e che “non sapeva di cemento come i finferli” (di cemento?!), il Pupolescente ne ha mangiato un pezzo grande come un francobollo e ha detto “Mh” con una faccia sdegnosa, che credo corrisponda a “Piuttosto che ammettere che è buono mi do una martellata sulle balle”. E io.

E io nicchiavo, sperando che l’Uomo, che lo decantava deliziato, se lo mangiasse tutto, ma invece no, ne ha lasciato un quarto per me, un intero quarto e voi vi dovete immaginare tutti che hanno già sparecchiato, io da sola a tavola davanti a questo quarto di fungo, la forchetta sollevata e la morte nel cuore.

Sì, perché io sono ben vigliacca: non ho paura che sia velenoso per i miei figli o mio marito, io ho paura che sia velenoso PER ME. So oggettivamente che è un fungo commestibile e molto apprezzato, quindi non ho alcun problema che i miei figli lo assaggino, ma sono sicura che nel momento in cui entrerà nel mio esofago si tramuterà in una letale amanita falloide e io cadrò a terra morta stecchita, fulminata, lasciando tre orfani. Tre orfani con una probabile grave intossicazione, ora che sono morta io!!

Sono stata lì un tempo indefinito e poi una vocina mi ha detto “Sai, è veramente buonissimo, mangialo, mamma”, e lo Sdentato, il mio piccolo spepero era lì vicino a me a incoraggiarmi. “E’ buono, davvero!”, e allora via, una forchettata in bocca.

Buono, proprio buono. Mi vengono le lacrime agli occhi. Torna l’Uomo e gli dico “Stai qui con me?” e lui “Sai che hai già fatto questa scena con me?” “Quale?” “Fare una cosa normalissima piangendo di paura.” “Ma quando?” “La prima volta al lago, qui. Tremavi di paura, non riuscivi a entrare in acqua, e quando ci sei riuscita avevi le lacrime agli occhi. Ora salti dal trampolino nell’acqua nera senza pensarci due volte.” (non è vero: sono sicura che sotto sia pieno di Avvincini che mi afferreranno e trascineranno nelle profondità del lago, ma mi faccio coraggio per non crescere tre disadattati come me)

E quindi mangio. Me lo mangio e continuo ad avere le lacrime agli occhi. E’ buono e normale e sa proprio di quel profumo di quando ero piccola, di bosco, di fungo, di panatura, di mia mamma in piedi vicino alla padella che sorride e mio padre tutto fiero del suo bottino.

Mi sembra di aver fatto un primo passo per superare questo trauma che, sinceramente, non credevo di avere.

Certo che aver paura dei funghi… che mezza sega.

Comunque se non mi sentite per troppo tempo, guardate i notiziari austriaci.

Pubblicato da: lastejan | 06/10/2019

P-toc

Un sabato come tanti in quel di T., ridente cittadina più o meno italiana subito dopo il confine. Lasté e la sua famiglia, più l’intiera famiglia del marito (Cognata – porca miseria!, PT cresciuto, suocera, suocero, tutti più o meno fuori come balconi, tranne il PT, contro ogni pronostico pedagogico) sono in un delizioso panificio e fanno merenda.

Siccome i pargoli della Ste sono particolarmente irrequieti, lei accoglie con favore la proposta del marito di riportarseli a casa, mentre lui si sacrifica per l’umanità e resta a intrattenere i suoi famigliari.

Così me li carico tutti in auto e dopo manco 200 m parte il Grande, il Pupo, che si potrebbe ormai chiamare il Preadolescente, visti i suoi sempre più frequenti scoppi di ira e lacrime: “Devo andare in bagno. Ma proprio tanto tanto tanto. Credevo di poterla tenere, ma non posso.”

Per fortuna passiamo proprio di fronte a un supermercato che so avere un gabinetto accettabile, cioè fa schifo, ma non vomitare. Per i parametri italiani è fin pulito.

Fermo la macchina, lui corre fuori e così, per retorica, dico: “Qualcun’altro?”

Dal sedile posteriore manco mi lasciano finire: “Pipì fare”, dice Ranocchietta, “Mi scappa la pipì”, rincara la dose il Pupino, detto anche Sdentato per motivi immaginabili.

Babbè. Si va. Andiamo al bagno, dentro il quale il Preadolescente si è già asserragliato, e scopriamo che è occupatissimo e inoltre non c’è carta igienica né sapone. Ma che schifo. Allora dico “Dai, ragazzini, voi la fate fra le fresche frasche, qua fa troppo schifo.”

Fuori è pieno di fresche frasche, e scelto un rigoglioso cespuglio di ortiche, do il via libera al Pupino. Lui sfodera il pitone (vabeh, l’orbettino) e sta lì. E sta. E sta. “Allora?” “Mi sono sbagliato”. Rinfodera il pit… vabeh, rinfodera.

Monsieur Pupin (monsiè pupèn), come chiamiamo il piccolo, per me è un problema, perché la sua gittata è così ridotta da finirmi sempre sulle mani, quindi gli faccio fare la pipì come farei con una femmina: gli tiro su le gambe e vedo che non mi becchi le scarpe. In genere la cosa funziona benissimo, nessuno si lava le mani con la pipì e le scarpe di tutti gli interessati sono salve.
Quindi dico “Vai, spara”, e lui esegue con entusiasmo. Gli chiedo se ha finito, lui risponde affermativamente, ma poi si smentisce subito e fa P-TOC.

P-TOC non è il rumore che fa la pipì. E’ il rumore che fa un grosso pezzo di cacca che rimbalza sulla mia scarpa. Giallastro. Grosso. Consistente. Grosso. Ho detto che era grosso?

POC, fa una seconda bomba, che grazie al mio salto terrorizzato si sfracella sul bordo dell’aiuola delle ortiche.
“Oddio, oddio! ODDIO! Che schifo! Maledetto! Cacca, si chiama, CACCA, non pipì! Devo fare la pipì una mazza, si dice CACCA!”
Il Pupino: “Cosa ha fatto? Oh. Che schifo.” e assiste alla scenetta con molta poca partecipazione.

Passa il Pupadolescente, appena uscito dal gabinetto, e mi annuncia “Non c’era la carta igienica” “Ah vabeh, lo sapevamo. Tanto era pipì, la fai da in piedi” “No, era cacca. Mi sono dovuto sedere”, TU QUOQUE, FILI MI? Ma che c’avete tutti, l’intestino sincronizzato?!
“Sul cesso pubblico! Dio, che schifo! Aiutami, ora! Ti laverai con il lanciafiamme, ora aiutami!”
“Per cosa?”
“Ma come per cosa?! Prendi le chiavi dalla mia tasca, corri alla macchina, apri la mia borsa e prendi un sacchetto, se è pieno lo svuoti a babbo, e i fazzoletti di carta, CORRI!”
Lui parte con un aplomb che gli invidio molto, ma siccome ho un bambino col sedere sporco di cacca e due siluri intorno ai piedi lo prenderei a calci nel sedere… non con queste scarpe, ovvio.

Gli urlo “Muoviti! Muoviti!” a costo di far scoprire a tutto il parcheggio che mio figlio si è espresso sul loro cespuglio di ortiche preferito, e lui aumenta l’andatura. Finalmente torna e fa “Oh… OH! Oddio che schifo!! Per questo mi dovevo sbrigare!”, ed ecco spiegato l’aplomb.
Quindi mentre lui mi tiene aperto il sacchetto io pulisco il sedere del Produttore a Tradimento, raccolgo il raccoglibile e mi strofino la scarpa meglio che posso. A casa la immergerò nell’acido muriatico.

Il sacchetto sigillato verrà poi gettato con aria losca nell’unico posto possibile in un raggio piuttosto ampio: il cestino della spazzatura fuori dal supermercato. Niente bidoni, se non della carta.

La scarpa è stata trattata a dovere. Tutti e tre i pargoli sono stati strofinati a dovere sotto la doccia. Quel “P-TOC” lo sento ancora nelle orecchie e sulla punta del piede, ma soprattutto lo vedo.

Pubblicato da: lastejan | 19/07/2019

Duello all’alba davanti al saloon

Io sono seduta al tavolo della cucina e faccio colazione. Lui si avvicina senza dire una parola e tiene la testina sul bordo del tavolo, aggrappandovisi con le mani.

Perché?

Sta fermo. Fissa il nulla. Non parla.

“Ti scappa la cacca?”

Scuote impercettibilmente la testa.

Lo guardo.

Lui non mi guarda.

Gli occhi si spalancano ancora di più, gli viene un’espressione corrucciata.

“Ma tu stai…” allungo una mano sul suo sedere, sento la protuberanza immonda: “Maledetto! Non me la farai qui!”

Lo acchiappo sotto le ascelle e volo “Tienilatienilatienila!” verso il gabinetto, lo appoggio a terra, tiro giù mooooolto lentamente le braghette e

moooolto lentamente le mutande

ancora non piene, ma in divenire.

La cacca, mi spiace per voi che leggete, l’ha davvero trattenuta: è per metà fuori. Scusate, davvero, ma devo raccontarlo perché non ci credo neanche io.

Lo piazzo sulla tazza, gli dico “Continua!”

Lui esegue con maestria.

Applausi, profusioni di complimenti, promesse di ricompense e piogge d’oro – caramelle, latte e cacao, gelati, figlio mio, se vuoi pure una torta – ma lui rimane modesto: “Ca-amella?”

“Ma certo, tutte quelle che vuoi! Ma quanto sei bravo, pure la cacca nel gabinetto, e che cacca! Ha fatto proprio “pluff”, eh?” “Cacca – PSSHH!”, fa pure il gesto della bomba che cade, teatrale come si conviene ad un avvenimento di cotanta importanza.

E niente, dopo che ha imparato a far la pipì, sta imparando anche a far la cacca nel gabinetto. Avrei potuto dirvelo anche così senza dilungarmi in liriche descrizioni scatologiche, ma se no dove sta il divertimento?

PSSHHH!

Pubblicato da: lastejan | 19/07/2019

“Mi tieni la testa fuori dall’acqua?”

Come l’anno scorso, anche quest’anno il salvataggio acquatico di un paese vicino organizzava corsi di nuoto per principianti. Ho iscritto il grande e il medio. Il medio entusiasta, il grande incazzato nero perché “L’ho già fatto l’anno scorso, e se non so nuotare amen, non andrò mai dove non si tocca”.

Hanno lottato, sudato, pianto. Davvero: il grande ha combattuto contro il terrore dell’acqua profonda, contro il pensiero del bambino annegato l’anno scorso, quello del nostro asilo, contro la paura di fallire l’esame finale. Il medio invece alternava giorni di positività (“Oggi mi sono immerso sempre giusto!”, qualunque cosa questo significhi) alla disperazione di “Non imparerò mai e perché il Pupo sì, e perché io non sono capace, ecc.”

E’ finito oggi, dopo due settimane davvero intense, e hanno festeggiato andando sullo scivolo ad acqua. Prima però c’è stato l’esame, per chi era pronto. Appena 5 bambini di circa quindici, fra cui il Pupo. Bisogna nuotare in acque profonde per 25 metri senza aiuto, conoscere cinque delle undici “Regole dell’acqua”, saper saltare da bordo vasca, cioè dalla zattera, perché il corso si svolge in un lago.

Quei 25 metri sono stati lo spauracchio del Pupo per due giorni, dopo che hanno tentato un primo “giro” il mercoledì. Lui si è rifiutato di entrare in acqua ed è scoppiato a piangere, umiliato e spaventato. Dopo aver chiesto in tutti i modi, è venuto fuori che credeva che sarebbe annegato come quel bambino. Gli abbiamo spiegato che lui faceva il corso proprio per NON annegare come quel bambino. Un bimbo di appena sei anni che non sapeva nuotare, senza braccioli, lasciato senza sorveglianza per un periodo mai davvero chiarito e per un motivo, ormai inutile, sconosciuto. Gli ho detto che era tutto nella sua testa, perché tutti avevamo visto che nuotava ormai molto bene, e che se superava la paura e faceva quei 25 metri, non è che sarebbe stato sicuro per tutta la vita, ma si sarebbe messo più al sicuro. E poi l’istruttrice è una bagnina qualificata, a riva ci sono altri 10 bagnini diplomati, e poi, insomma, se vuoi sto anche io a guardarti, anche se nuoto male e non so mica se saprei salvarti, scusa. “Se vieni tu ho meno paura”. Guardalo lì, quasi un metro e cinquanta di bufalotto e ancora ha bisogno di me, che in acqua sono una mezzasega come lui. Che tesoro.

“Sai, mamma, sto lavorando nella mia testa per cambiare quei pensieri, credo di starci riuscendo.”

Il giorno dopo l’ha fatto.

E oggi il diplomino. Sono più fiera di quando l’ho fatto io in piscina da piccola, e dire che li ci buttavano direttamente nell’acqua profonda due metri e mezzo e gridavano “Nuota! Nuota! Muovi quelle gambe!”, una roba che manco Full Metal Jacket.

Il Pupino mi ha fatto vedere un sacco di volte quanto “nuota” bene, e funziona così:

“Guarda, mamma, tu stai lì. Stai lì, eh, e io vengo. Vengo, eh. Spetta, arrivo. Ferma. Ecco.”

E parte che sembra Aldo Giovanni e Giacomo che fanno nuoto sincronizzato in Tre Uomini e una Gamba. “No, Pupino, su le gambe, non devi saltellare su un piede, devi nuotare!”

“Sì, va bene, giusto, ecco, allora… guarda! Guarda adesso! Guablublubluababbbabbbh…”

“Vai, tranquillo, ti ho preso!” “Ero sotto! Sono andato sotto!” “Tesoro, tutto a posto, eri vicino a me, hai solo messo la faccia in acqua.” “Allora facciamo così: tu mi tieni la testa sopra l’acqua e io nuoto.” “Cosa??” “Sì, lo fa anche Manuel l’istruttore: mi tiene la testa su e io nuoto.” “Ma siete fuori di testa in quel corso!” “No no, prova!”

Tant’è, abbiamo provato e così lui mi ha fatto vedere con quali movimenti maestosi allargava e chiudeva braccia e gambe. Tutto perfetto, ma continua a nuotare come un ferro da stiro.

Gli manca solo un po’ di forza nei muscoli, e la sua maestra, che era la stessa del Pupo, gli ha scritto delle cose bellissime sul certificato di partecipazione. A uno ha scritto che è contenta di come ha superato la sua paura e nuotato da solo per 30 (addirittura!) metri e all’altro che è migliorato tantissimo, è bravissimo a immergersi e che con un po’ di esercizio potrà presto nuotare senza aiuto.

Gli istruttori sono ragazzi giovanissimi, dai 13 di un’aiutante ai 22 della coordinatrice dei corsi, la maestra dei miei, e hanno diplomi di salvataggio e da istruttori di nuoto – tutto a seconda dell’età e dell’esperienza. Per me sono degli eroi in erba e sono tanto contenta che i miei figli imparino a nuotare da loro.

Se tutto va bene e riusciamo a tenere testa a mia cognata, la settimana prossima verremo in Italia e vedremo se le mie sirenette stanno a galla anche nel mare. (Mia cognata – non sprecherò tante parole – dopo un mese circa di arie da Madre Teresa è esplosa in una crociata contro la mia famiglia perché osiamo andare via lasciando lei con i suoi… vabeh, che ve lo dico affà?)

… e Ranocchietta? Insegue i pesci, che inseguono lui perché puccia i grissini nel lago, e chiama “Pese! Pese! Sisch!”, e un po’ vuole fare “da solo” in acqua dove non tocca affidandosi ai braccioli, un po’ si avviticchia a me e non dubito che sarebbe pronto a sacrificarmi pur di tenersi abbastanza fuori dall’acqua. E’ carino, stronzetto e senza pannolino.

Pubblicato da: lastejan | 08/07/2019

La memoria a breve termine

E’ tanto che non scrivo. In parte perché non ho tempo, ma temo che sia perché non sono molto in vena: mio suocero peggiora, l’Alzheimer è il protagonista indiscusso dell’estate e mia suocera ormai è ridotta un lumicino. Se già prima non era una grande nonna, adesso è un disastro che si trascina attraverso le giornate pregando soltanto di poter dormire la notte. Fa una vita terribile e mi fa molto pena.

Non saprei di cosa scrivere, se non del morbo di Alzheimer.

Oggi siamo andati nel paese confinante col nostro e siamo stati in un supermercato. Siccome prima avevamo mangiato in un ristorante, mia suocera aveva il cagotto, o almeno così la mette lei: mangiare fuori le fa venire il cagotto. La realtà è che ha l’intestino irritabile ed è troppo riservata per confessarlo a un medico, quindi si trascina il cagotto da quando la conosco, e non c’è ristorante che tenga: ce l’ha sempre, in qualunque occasione, e sicuramente ora le viene di più perché vive una vita terribile.

Insomma, il supermercato. Siccome lei aveva il cagotto, è andata a cercare le sue pillole in macchina, e allora mio suocero si è impanicato. E’ buffo, perché quando sono in casa insieme lui non la riconosce e vuole scappare da lei o buttarla fuori, ma se quando è in giro lei si allontana lui è terrorizzato all’idea di perderla. E chiede “Dov’è mia moglie?” e noi “Un attimo in macchina, arriva.” “VA VIA???” “No, tranquillo, prende una cosa e torna.”

Due minuti. “Dov’è mia moglie?” “E’ andata a prendere una cosa in macchina.”

Due minuti. “Dov’è mia moglie?” “E’ andata a prendere una cosa in macchina.”

And so on, and so on.

Er Pupone mi fa mezzo sottovoce “Mamma, ma gliel’ho detto un minuto fa, cosa me lo chiede a fare di nuovo?” “Pupone, lo sai che è malato.” “Ho capito, ma gliel’ho APPENA detto! Due volte!” “Non ha più la memoria a breve termine.” “Che cos’è?” “E’ quella parte della memoria per cui se ti pizzico il naso e fra cinque minuti ti chiedo cosa ho fatto cinque minuti fa, tu mi dici che ti ho pizzicato il naso.” “E quindi?” “E quindi se lasciamo il nonno da solo due minuti lui manco sa dove si trova e chiede dov’è la nonna. Ogni volta che tu dici al nonno che la nonna è andata a prendere una cosa e torna subito, la sua testa cancella l’informazione, e a lui torna la paura perché non sa cosa stiamo facendo.” “Oh! Adesso ho capito!” “Prima no?” “No, non avevo ben capito qual era il problema. Ora ho capito VERAMENTE.”

E se ne va a rimuginare sulla memoria a breve termine e sul nonno in tilt, mentre io riacchiappo il nonno che sparisce dietro uno scaffale.

Oppure c’è stata quella volta che eravamo tutti da loro in campagna, e mio marito da su mi fa “Ohi, mi sa che Ranocchietta ha prodotto!” e io “Va beh, dai…” e salendo mia cognata (sì, proprio lei, MIA COGNATA, la maledetta spaccamaroni. SHE’S BACK. E non è cambiata di una virgola) mi fa “Ehm… Stefy… ehm…” “Sì sì, mio figlio ha cagato, non t’infartare.” “Sì ma… lo sai che…” “Ha un pannolino addosso, non è un problema.”, mi fa pure girare le balle. “No, lo sai che mio padre gliel’ha tolto?”

La velocità con cui ho salito gli ultimi scalini non ve la potete neanche immaginare, tipo cinque per volta, nuovo record mondiale di corsa ad ostacoli, arrivo e trovo l’Apocalisse: mio suocero che cerca di infilare un pannolino strapieno nel secchio dei rifiuti biologici (che insomma, il contenuto era biologicissimo, alla fine…), mio figlio di due anni che scende dal gabinetto su cui il premuroso nonno l’ha messo a sedere, lasciando dietro di sè una strisciata innominabile (vediamo il lato positivo: non ci è caduto dentro). Scivolando giù si tiene con le mani, colorandole del colore che potete immaginare, e poi pensa di doversi pulire, giustamente!, e quindi con le sue manine marroni battezza il rotolo di carta igienica e il portarotolo. Tutto questo succede nei due secondi che impiego per aprire la porta del bagno e a prenderlo sotto le ascelle, portandolo sotto la doccia come se fosse una barra di plutonio radioattivo.

Lo ripulisco bene, lo avvolgo in un asciugamano e lo lancio insieme a un pannolino in braccio a mia cognata – la disperazione proprio. “Vestilo!”, lei esegue senza fiatare vedendo l’omicidio nei miei occhi. Io intanto ripulisco la strage al gabinetto.

Mio suocero mi sorride vacuo e dice qualcosa tipo “L’ho portato in bagno”, non so, non si capisce molto quando parla, e io faccio l’unica cosa possibile: gli sorrido di rimando e lo ringrazio sinceramente. Perché lui voleva dare una mano, e anche se ha fatto un casino mostruoso lo apprezzo tanto. Veramente, non mi posso arrabbiare con lui. E’ come quando il Pupone mi ha lavato il cellulare col sapone sotto l’acqua o quando Ranocchietta mi porta caracollando l’enorme pc portatile: lo fanno per gentilezza, meglio di così non sanno fare. Nel loro caso non ancora, in quello del nonno non più.

Un anno fa era ancora un’ombra di se stesso, ormai neanche più questo. E’ un vecchietto pazzo e fragile. Fa fatica a parlare, se lo fa raramente è in tedesco. Ormai perfino io che non ho mai avuto contatti con la lingua comincio a imparare un po’ di arabo: cose che alle mie orecchie suonano come “walla”, “yalla”, “miin”, “hesh ada”. Ripete sempre le stesse domande: chi? Chi è? Dov’è? Cosa?, e sono stupita perché ho sempre pensato che non ci fosse speranza di capire anche solo una parola, invece le capto in mezzo alle frasi e mi faccio dire da mio marito (che non lo parla e sa qualche parola) o da mia cognata (che lo parla fluentemente, imparato all’università) cosa significano, cerco di imparare per poter comunicare con lui. Tanto io posso rispondere il tedesco, se capisce qualcosa capisce anche quello, ma per capire lui.

E niente, magari fra un po’ mi riviene da scrivere qualcosa, ma non è tanto un bel periodo della nostra vita.

I bambini sono stupendi. Ci succhiano l’energia vitale, ma sono anche gli unici a darcene un po’.

Pubblicato da: lastejan | 04/04/2019

Le scarpe, maledizione

Stava per chiudere un negozio, qui in città, un negozio di calzature. Ottime scarpe di marca, in parte anche molto costose, di cui sono spesso stata cliente. “Come?? Chiudete?!” “Eh, sì, a fine gennaio”. Quindi grandissimi sconti, quindi io a gennaio ho fatto incetta di scarpe per me e per i pupi, e un giorno appunto ci sono andata con loro. Il negozio era pieno da scoppiare, si faceva fatica a spostarsi. Faceva un caldo terribile perché avevamo le giacche pesanti, e sono stata felicissima quando ho trovato una pila altissima di scarpe da ginnastica di una marca molto buona e di tutti i numeri. E via: un paio per il Pupo, uno per il Pupino e uno per Ranocchietta. Per il Pupo, piedini di fata, prendo il 37: porta ancora il 36, ma se continua a crescere così è meglio giocare d’anticipo.

Alla cassa la commessa fa il solito controlo rituale: destra/sinistra, numeri. Tutto ok. “Vuole le scatole?” “No, basta il sacchetto.” Tutto dentro, bum.

Stasera di ritorno da basket il Pupo si lamenta delle scarpe: sono piccole, ma insomma, madre, non sai leggermi nel pensiero e ricordarmi di dirtelo? Allora io: TA-DAAA! Tiro fuori le bellissime scarpe giallo limone, perfette per il basket, nuove di trinca!

Le vorrei mettere già nello zaino dell’allenamento, ma qualcosa non mi quadra. Mi disturbano, queste scarpe. Sono alcuni secondi che ce le ho in mano e continuo a scambiarle di posto, perché vorrei metterle nel giusto ordine, sinistra-destra. Le giro, le scambio, le rigiro e poi… l’orrenda scoperta: sono entrambe sinistre!!!! Ma come se ciò non bastasse, una è un 37, l’altra un 35!

Bestemmie, urli, maledizioni in entese, elfico e lingua degli uomini, niente: la cassiera nel mezzo del caos più totale (poi il negozio è rimasto aperto altri due mesi ancora, averlo saputo prima…), le ha controllate meccanicamente e, forse abbagliata dal colore, forse distratta dalle decine di clienti o dai miei figli che saltavano come palline rimbalzine, non ha notato la differenza. Io boh, avevo guardato la scatola e una scarpa. Non le ho guardate entrambe, chissà. Ma poi controllano sempre loro, no? Mi sono fidata.

Ora ci ritroviamo col Pupo senza scarpe per pallacanestro, una sinistra nr. 37 e una sinistra nr.35.

Lo scontrino? Boh. Perso, buttato, non ne ho la più pallida idea, ma anche se ce l’avessi ancora non saprei dove cercarlo.

Domani chiamerò la catena di negozi e farò reclamo. Se non basta, scriverò alla ditta che fa le scarpe, e se non basta, pubblicherò la foto sulla pagina di Facebook cittadina e spero di trovare qualche altro disgraziato che ha due destre 37-35.

Bestemmie, tante bestemmie, ma anche un po’ di ridere.

Pubblicato da: lastejan | 16/01/2019

Di tutto un po’

Non scrivo quasi mai, neh? A volte mi interrogo sull’utilità dei blog, sul senso della loro esistenza ora che sono passati di moda. Io ci scrivo volentieri, perche mi piace scrivere e perché ho bisogno di raccontare quello che mi succede, ma sono anche consapevole del fatto che è una sorta di parlare a voce alta per strada a nessuno in particolare. Questo pensiero e i tanti impegni e problemi che ho ultimamente sono il motivo per cui non scrivo niente da un po’.

In realtà quello che mio marito chiama il mio “esibizionismo” – e che in realtà è… esibizionismo – fa sì che del parlare da sola per strada agli sconosciuti mi importi poco – mi piace raccontare gli affari miei.

Però il tempo è davvero poco: lavoro, figli, casa in disordine perenne (cosa che alternativamente mi ruba il sonno o non mi importa affatto), e ora anche i suoceri malandati. Mio suocero sta molto male, mia suocera ha deciso di essere capace di occuparsi di lui, ma in realtà non lo è e quindi sta male pure lei e lui sta peggio. Ora vediamo se riusciamo a farli aiutare da degli assistenti sociali, ma anche questo significa molto tempo impegnato. Ma va fatto, è importante per tutti, nipotini compresi.

Al lavoro ho i soliti corsi, uno dei quali è così terribile che stanotte ho avuto un incubo in cui ‘ste facce di tolla all’esame mi dicevano “E’ troppo difficile, non lo facciamo”, e io rispondevo “Va bene, allora prendete tutti zero.”, e allora loro sbuffando si mettevano a scrivere. Ero fiera di aver tenuto testa a una classe di 25 enni pieni di boria, ma era terribile pensare che mi odiavano come io odiavo alcuni professori a scuola. Ma in realtà so che non mi odiano (oddio, una in realtà mi sa di sì) ed è comunque un bel lavoro.

Il medio, il signor Pupino, lui sì che ha avuto dei sogni brutti davvero. Le ultime due notti si è svegliato piangendo come un cagnolino abbandonato e addirittura una notte ha dormito con noi – quindi io non ho dormito.

In compenso Ranocchietta, che ormai è più un vitellino di tutto rispetto, dorme benissimo. Quasi sempre si addormenta in braccio a noi sul divano anziché nel letto, ma ci stiamo lavorando. Hanno avuto tutti e tre i loro disturbi del sonno verso questa età e sono sempre passati, passerà anche questo. Ora stiamo cercando di togliergli il pannolino e per ora nel gabinetto ha fatto 3 puzzette e ci ha infilato un piede dentro. La pipì invece l’ha fatta un po’ dappertutto, purché fuori dal gabinetto. E’ carino da morire, gira con un peluches orso, un dinosauro (un brontosauro, per la precisione) e un coniglio e si fa perdonare così le peggio porcherie. La sua specialità è cavarsi dal naso caccole di dimensioni inquietanti e dai colori brillanti e poi offrircele sulla punta dell’indice dicendo “Bleh, cacc(ol)he.”

Il grande è sempre il grande. Intelligente, un po’ spocchioso, molto spepero, sensibile. Domenica ha il suo primo torneo di basket e ieri ha avuto un saggio di tromba, che è andato in modo piuttosto disastroso. E’ stato sul punto di scoppiare a piangere, ma si è ripreso e ha continuato a suonare meglio di prima, e per questo sono molto fiera di lui, credo che stia imparando a sopportare i piccoli fallimenti, a cui è così poco abituato. A scuola ha un nuovo compagno, K., che lo terrorizza perché ha due anni più di lui e si vanta di essere violento, dice un sacco di parolacce e a quanto pare (parola di V., la bambina zen) tutta la classe lo detesta e compattamente non fanno trasparire la loro antipatia per il terrore che lui li picchi. Ah, i bulli, questi esseri deliziosi.

A proposito di bulli: quando ero alle medie c’era un bullo, un ragazzo pluriripetente, altissimo, un po’ sovrappeso, con i capelli biondi e le guanciotte rosse, ma stronzo da morire, che mi faceva molta paura. In generale tenevo testa a tutti, ma lui aveva quello sguardo di ghiaccio da cui si intuiva che non avrebbe avuto problemi a pestare una bambina più piccola di 4 anni.

Beh, adesso è un quarantenne alla mano, i suoi capelli biondi si sono scuriti, dando ancora più risalto alle guanciotte rosse (per quanti anni della propria vita si possono avere le guanciotte? Un mistero della natura!). Ha due figli, una moglie carinissima, ed è vicino di casa di mio padre. “Sai, Stefy, ora M.M. abita sopra di noi. Era a scuola con te, no?” “Sì” – glom. E invece pensa, anche i bulli possono diventare persone normali e cortesi.

Mio padre invece sta avendo una regressione totale all’adolescenza, si è comportato in modo così egoista verso me e i miei pargoli che non ho voglia né di parlarne, né di parlargli, e da una ventina di giorni tengo il telefono di casa staccato per non dovergli rispondere. Il problema è che così neanche mia zia può raggiungermi a meno che non attacchi e la chiami io, e non ho il coraggio di dirle perché il telefono è sempre staccato: sa che mio padre ha esagerato, ma la predica me la farebbe comunque. E chi ha voglia di una predica a 36 anni?

Bon, ho scaricato una buona dose di fatti miei nel nulla, mi posso fermare.

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