Pubblicato da: lastejan | 02/01/2018

Buoni propositi reloaded

Smetterò di nuovo di mangiare porcate. Avevo già smesso prima di partire per Genova, ma poi ci sono stati il torrone, il torrone di cioccolato, i cioccolatini, i marron glacè, le Palle di Mozart (maiuscole per evitare fraindentimenti).
Si può fare: basta finire prima il torrone, il torrone di cioccolato, i cioccolatini, i marron glacè e le Palle di Mozart.

Comprerò il più possibile frutta e verdura di stagione: sto rileggendo “A volte ritorno”, di John Niven – se siete blasfemi e inclini al turpiloquio potrebbe piacere anche a voi – e ci sono alcuni passi in cui il protagonista, Gesù Cristo, fa notare l’insensatezza di mangiare ortaggi fuori stagione. Mi ha fatto sentire in colpa, cercherò di rimediare.

Berrò più acqua.

Andrò dalla dottoressa che parla coi suoi avi e mi farò misurare il ferro, e spero anche che mi raddrizzi la spalla destra, che sembra incastrata al posto sbagliato. Suona brutto, lo è.

Terrò più in ordine la casa.

LOL, scherzavo.

Metterò in ordine il mio status burocratico e lavorativo prima di perdermi un altro corso al politecnico e prima che finisca la maternità.

Mi comprerò uno smartphone.
Non era mia intenzione e non lo trovo un buon proposito, però pare che succederà, e via, adeguiamoci al presente.

Sarò più paziente.

Farò ginnastica in casa per la schiena.

Direi che sono abbastanza, no?
Sì, dai, iniziamo quest’anno.

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Pubblicato da: lastejan | 21/12/2017

Pare che brucerò all’inferno

Ventuno di dicembre, mercatino di Natale, un tizio con le braccia piene di opuscoli strani me ne tende uno. Sopra c’è scritto “La Bibbia”. Ho il sospetto che voglia chiedermi soldi o, peggio, catechizzarmi, quindi gli dico “No, grazie” con un gran sorriso e tiro dritto.
Quel GENIO di mio figlio invece allunga la mano e lo prende, e lo vedo che il tizio vuole attaccargli bottone, quindi gli dico “Pupo, per favore, restituisciglielo.” “Ma lo leggo…” “No, scusa, daglielo e andiamo in fretta.”
Il tizio non mi piace, ha gli occhi spiritati. Non mi piace per niente.
Il Pupo glielo ridà, io ringrazio nuovamente, ma lui mi ferma: “Senta, Lei… guardi che vivendo una vita nel peccato come sta facendo, non andrà mica in Paradiso.”
“Ah, ok, grazie, arrivederci.”
“No no, dico sul serio. Dio La chiama, Dio Le chiede di cambiare strada.”
“Va bene, grazie, scusi, non ho interesse.”
“… ma allora non capisce?? NON ANDRA’ IN PARADISO!”
“Penso di poter convivere con questa certezza, ARRIVEDERCI.”
“Così non vuole andare in Paradiso?”
“Senta, veramente, non voglio offenderLa, ma io non credo nel Paradiso, quindi non mi interessa andarci.”
“Ma il Paradiso esiste! E Lei così non ci entrerà!”
“Questa è la Sua opinione, grazie per l’avvertimento, ma la penso diversamente.”
Io ero lì con tre bambini, in mezzo a un puttanaio di gente, era già buio e faceva freddo e volevo solo andarmene. Volevo fargli capire gentilmente che non ero davvero interessata.
“Guardi che Dio VUOLE che Lei creda nel Paradiso”, e allunga un altro volantino a mio figlio. A quel punto mi sono girate le palle.
“Beh, peccato, perché io non credo neanche in Dio. PUPO, RESTITUISCI QUEL VOLANTINO.”
“Chi non crede in Dio va all’Inferno. Non ha paura???”
“Guardi, forse Lei non capisce: non credo né in Dio, né al Paradiso, né all’Inferno, quindi brucerò all’Inferno comunque.” e ho preso ad andare via velocemente.
“Lei brucerà davvero all’Inferno! Brucerà all’Inferno!”, mi ha ancora quasi gridato dietro.
Evviva, buon Natale, amico!

Pubblicato da: lastejan | 21/12/2017

Il solito gorgo natalizio

Quest’anno ho proprio poco tempo per scrivere. Sarà che ho tre pargoli, sarà che faccio altre cose oltre ai pargoli, tant’è che mai ho avuto così poco tempo per cazzeggiare in vita mia. Va bene così, mi piace essere occupata.

Questa settimana con il 24 di domenica sembra fatta apposta per creare un vortice di preparativi che ti risucchia verso il fine settimana: venerdì mattina scorso mi chiamano che la mia insegnante di clarinetto è malata e mi chiedono di sostituirla all’ultimo per suonare in una chiesa evangelica. Fatto. Molto carino, ci hanno ringraziati con una colazione buonissima, una bottiglia di champagne e una di… acqua di lucearcobaleno. Sapete tutte quelle belinate per cui molta gente qui delira? Energia attraverso figure, fiori della vita, mandala, angeli, …? Ecco, quest’acqua ha più “unità di energia” di quella di Lourdes (non ridere in faccia al tipo che me l’ha detto è stato molto, molto difficile), emette non so che fantasmagoriche frequenze che ti curano qualunque cosa, dal cancro alla scabbia alla sensibilità al freddo. Il delirio! Ma quanto erano fieri, poveri. Ho accettato grata e l’ho regalata alla mia vicina, quella che beve il cloro come medicinale universale. Le ho detto che mi faceva piacere darlo a lei, sapendo che per lei ha un significato, e lei “Scherzi? Ovvio! E’ provato SCIENTIFICAMENTE!”. Lol, ok, pat pat. L’ho fatta molto felice, va’.

Lunedì mentre il Pupo faceva musica, sono stata a sbrigare commissioni natalizie. Quando sono andata a riprenderlo mi ha comunicato nel momento peggiore possibile, nella speranza che non lo sentissi, che aveva fatto cadere la cornetta (lo strumento, non quella del telefono), e che era da riparare. Quando l’ho vista mi è venuto da piangere: un’orribile piega sulla campana. Non so quanto costerà, ma non poco, e dovrò fare un viaggio di 35 km al negozio più vicino. Ci ho messo un po’ a uscire dall’iperventilazione. Poi gli ho detto che va bene, è piccolo, è stato un incidente, pago io… ma se gli succede un’altra volta paga lui, anche se significa prosciugare il suo libretto di risparmio. Farò la figura della “troppo severa”, ma il suo strumento è una responsabilità sua, e se vuole fare musica deve impararlo. Se è abbastanza maturo da voler aprire un libretto di risparmio, lo anche per questo.

Martedì ho avuto l’ultima lezione di italiano prima di Natale, ma siccome non era abbastanza, la mia vicina del cloro ha deciso che i nostri figli DOVEVANO incontrarsi prima di Natale. Si vedono ogni giorno all’asilo, ma DEVONO incontrarsi anche dopo. Devono devono devono.

In pratica è lei che vuole. Vabeh. Gliel’avevo promesso, quindi ho iniziato la giornata d’inferno con un sms bellissimo: mi hanno chiamata per sostituire qualcun altro per la messa di mezzanotte alla chiesa principale della città, e mi pagheranno addirittura! Poi sono andata in centro col piccolo a comprare i regali per il Pupino (una maglietta di staaauoos e un libro nuovo degli autori del Gruffalo, Gli orribili cinque), al ritorno ho fatto il pranzo, nutrito quattro uomini e una donna affamati, cacciato fuori l’uomo più anziano, messo a posto la casa e bon, la vicina e suo figlio erano già lì. Pomeriggio con la vicina – durante il quale ho pure fatto una torta per la festa dell’asilo – poi l’ho cacciata via alle cinque passate, ho preparato la lezione per la sera, è arrivato l’uomo e io sono uscita.

Abbiamo fatto lezione e festa di Natale insieme agli altri corsi, e quelle serpi (detto con amore) delle mie allieve hanno passato la serata a rabboccarmi il bicchiere mentre non guardavo, così che alle otto di sera vedevo i draghi. Non è servito a nulla: ho fatto fare loro comunque l’ultimo quarto d’ora di lezione 😀

Mercoledì mattina, ieri, la mattina ho sfacchinato in casa, fatto la spesa e ritirato gli spartiti per la messa. Arrivo a casa, pensando di cucinare qualcosa di buono, apro curiosissima la busta degli spartiti… clarinetto in do. Io suono solo il clarinetto in si bemolle, perché non avrò mai i soldi per comprarne uno in do o uno in la. Quindi? Quindi si trascrive. Fanculo il pranzo, passo mezz’ora a trascrivere benissimissimo il brano nella tonalità giusta. Poi mi viene il dubbio e scrivo al mio giovane insegnante: “Devo trasporre un tono sotto, giusto?” “No, sopra!” Merda. Poi mi scrive ancora “Ti serve aiuto?” “Eh…”. Gliel’ho mandato via mail e me l’ha trascritto lui velocemente. Stamattina lo devo studiare.

Pranzo veloce veloce, Uomo fuori, io mi concedo il lusso di una doccia, poi ci vestiamo tutti carini e andiamo alla festa di Natale dell’asilo. Una tortura, Ranocchietta non ne poteva più e ho perso gli ultimi cinque minuti stando con lui in corridoio. Poi la solita scena del banchetto in cui tutti parlano con tutti, tranne me che vengo ignorata dal 98% dei genitori presenti. Tipo che quest’anno ho parlato più coi figli che coi genitori.

Torniamo a casa, li piazzo sfiniti davanti alla tv e mi metto a stirare il costume tradizionale. Finisco, mi trucco, lo indosso, mi piazzo davanti alla porta già con borsa e giacca e aspetto impaziente che mio marito entri dalla porta. Entra, in ritardissimo, e io esco in ritardissimo e mi fiondo al concerto di musica tradizionale, dove incontro: la madre di M., ex grande amore del Pupo, le sue amiche V. e J. e… i miei suoceri. Freschi freschi di vacanze, per la prima volta in 5 anni che li invito sono arrivati da Vienna per le feste e sono davvero venuti al mio concerto. Non ci stavo credendo. Manco avessimo avuto il Papa in platea.

Il concerto è stato bellissimo, c’erano anche i bambini a recitare e cantare tutto in dialetto. Incomprensibile ma molto “atmosfera”. Il mio gruppo ha suonato benone, il maestro era molto contento, e io ho chiesto di ottenere la cittadinanza, dopo che ho suonato musica popolare in costume tradizionale. Mi spetta, no??

Dopo mi hanno trascinata con loro a bere qualcosa, ho resistito tre quarti d’ora e poi li ho abbandonati scusandomi tanto. Ancora prima delle dieci ero a letto e sono caduta in un sonno comatoso.

Stamattina devo fare biscotti da regalare, studiare i brani per la chiesa, stendere, mettere via la roba asciutta, ricordarmi che ho un figlioletto che vuole giocare. A pranzo forse suoceri. Pomeriggio io e i bambini andiamo in città a ritirare gli occhiali, perché: IL PUPO PORTERA’ GLI OCCHIALI. Gli è crollato il mondo addosso. A me dispiace, certo, lo preferivo con dieci decimi, ma via: gli occhiali possono essere anche molto fighi. Li porto da 26 anni e penso di poterlo dire. Dobbiamo anche comprare alcune cose e andare al centro commerciale a prendere dei pezzi di regali e spero tantissimo che siano anche arrivate le foto per i calendari che regalo agli zii ogni anno (e che devo ancora fare, LOL, quando?).

Stasera niente Uomo, ha la festa aziendale. Domani libero, tranne la sera che ho l’unica prova per la messa di Natale. Sabato libero. Ci sono ancora regali da fasciare, un albero da procurare e decorare, non ho neanche le lucine appese e i pargoli me le chiedono. Domenica si festeggia all’austriaca, suoceri da noi, bambini a letto e poi vado (sola come un cane, of course) alla veglia e alla messa, che qui per fortuna finisce a mezzanotte, non comincia, come nella chiesa dove andavo da piccola.

Non credo che sopravviverò.

E dire che domenica sera sono andata al cinema con la mia amica a vedere Bad Moms 2, in cui le fantastiche Bad Moms mandano a cagare i preparativi di Natale e si sbronzano per quattro giorni di seguito. Non ho imparato niente! Ma forse sono ancora in tempo a sbronzarmi.

Pubblicato da: lastejan | 04/12/2017

La leggenda del Pupino sull’oceano

Bazzico musicisti da quando avevo 12 anni e ho conosciuto gente che suonava gli strumenti musicali più disparati. Credo, dopo tanti anni, di poter riconoscere alcune caratteristiche che accomunano i suonatori dello stesso strumento. Forse non le saprei neanche descrivere a parole, ma per esempio quando il Pupo aveva due anni già si vedeva che era un trombettista: primadonna, ambizioso, animale da branco. Sono rimasta stupita quando, tre anni dopo, ha annunciato di voler suonare il tuba, ma ho pensato che in fondo c’ero andata vicina: sempre ottoni sono. Ho comunque tirato un sospiro di sollievo quando neanche un anno dopo ha cambiato idea, un po’ perché ero fiera del mio fiuto, un po’ perché i tuba costano una fucilata.

Ora la suona da tre mesi ed è felice. Lunedì prossimo avrà il primo saggio, suonerà Jingle Bells e un’altra melodia semplice (“Di Mozart!” dice fiero).

Il Pupino è già più complesso: ossessivo, casinista. Un batterista? Però anche solare ed espansivo, come spesso sono i flauti traversi. D’altra parte è un attore nato, ha la faccia da culo come il nonno tubista e i suoi compagni di sezione.

Poi ieri si è preso la pianola allegata a un libro (“Il Libro Pianoforte”, Dami Editore) e ha cominciato a provare. Il Pupo già la suona benino da un po’, ha imparato anche a leggere le note semplificate che ci sono nel libro e ha imparato tutte le melodie, ma lui è grande. Il Pupino si è messo lì e per prima cosa non ha usato un dito come fanno tutti, ma due, tre, per fare più rapidamente la successione di note. Voleva suonare Fra’ Martino. Ci ha messo una sera per imparare la prima sequenza: fra-mar-ti-no-cam-pa-na-ro dor-mi-tu dor-mi-tu.

Non si arrabbia, non impreca. Lui continua. Se sbaglia ricomincia. Se non si ricorda chiede aiuto, ma vuole subito riprovare da solo. Quando al Pupo non viene un esercizio diventa una furia e non lancia il leggìo solo perchè sa che se no io lancio lui. Il Pupino rimane serafico, zen. Intorno a lui c’erano casino, fratelli, genitori, la cucina, i compiti, Ranocchietta, ma lui era nell’occhio del ciclone.

Ha suonato fin prima di cena, voleva suonare anche durante e dopo, ma gliel’ho proibito per raggiunto limite di pazienza e perché doveva andare a dormire.

Appena sveglio ha cercato subito la pianola e pretendeva di esercitarsi alle sei e mezza di mattina.

Appena tornato dall’asilo è tornato a esercitarsi.

Ora la sa suonare tutta, ma non ancora perfettamente e quindi continua a provare.

Ho avuto l’illuminazione: pianista.

“Possa Dio avere pietà delle nostre anime”: sono i peggio secchioni sulla faccia del pianeta. Comincio già adesso a insonorizzargli la dispensa con le confezioni delle uova.

Pubblicato da: lastejan | 26/11/2017

Errori da seconda volta

La festa c’è stata, è stata un successo, ma…

MA

Ma abbiamo fatto un errore madornale noi, e uno il catering. Il nostro è stato che, forti dell’esperienza dell’anno scorso, ci siamo dimenticati quanto fosse stato difficile trovare l’entrata della sala. E’ una sala meeting in un edificio insospettabile, nel senso che si usa per tutto tranne che per le feste, e quindi non si entra dall’entrata principale, ma da una stradina laterale. Tutto scritto nell’invito, nel comunicato stampa per il giornalino cittadino… e niente, la gente comunque non ci arriva.

Così alle sei e mezza si apre la porta e si riversano dentro venti persone in un botto, che spiegano “Eravamo davanti all’entrata principale, vedevamo tutto buio, poi è passato un signore e ci ha diretti al posto giusto”. E noi “Ah.”

No, non “ah”, ma “Ah, allora mettiamo un cartello per gli altri!”, invece no, non ci è venuto in mente.

Aspettavamo sessanta persone, ne sono venute circa quaranta. Mica poche, però strano. Insomma, se c’è da mangiare gratis…

E niente, a un certo punto, quando ormai era troppo tardi, arriva da me la segretaria e mi fa “Sai cosa abbiamo dimenticato di fare…?” Ed era quello, il cartello scritto a mano che l’anno scorso aveva portato tutta la gente nel posto giusto. Merda.

Invece il catering, a cui avevamo detto di esporre i propri prodotti per venderli, per qualche motivo non l’ha fatto fino a fine serata, quando se n’era andata un sacco di gente, e mi ha fatto annunciare che avevano esposto i prodotti. Quasi tutti i presenti rimasti hanno fatto acquisti, roba che se li avessero messi prima, avrebbero recuperato gran parte dei soldi spesi per la degustazione. Vabeh, da segnarselo per il prossimo anno.

Poi io (perché io? Perché sono riconosciuta ufficialmente come l’Organizzatrice. Babbè) mi sono presa una diplomatica lavata di capo da una signora che ci ha aiutati ad avere la sala, perché secondo lei avevamo “sfruttato” il catering. No, ‘spe: io al catering ho offerto soldi, ho offerto di far pagare l’entrata, ho offerto per lo meno di occuparmi io del vino trovando una piccola impresa come l’anno scorso che tra l’altro ha molto profittato della degustazione perché ha acquisito un casino di clienti. No, no e no, ha detto il capo. No, per noi non è un problema, no, lo faccio tanto volentieri. Bon, vabeh, ma allora?

E questa signora, che comunque rispetto moltissimo perché fa il suo lavoro ad altissimo livello, ci ha consigliato di occuparci dell’organizzazione della prossima festa già fra sei mesi. AHAHAHAH, grazie, a me lo dici? Ho provato a parlarne nei tre mesi precedenti, nessuno mi ha ascoltata, mi hanno bellamente ignorata sia di persona che per iscritto, finché tipo meno di un mese prima hanno detto “Ah, sì, ok, FAI.” E io ho fatto. Bene, anche. Il problema è che le 5 persone che hanno potere decisionale hanno il terrore di prendere decisioni, che ci posso fare io? Figuriamoci, sei mesi. Oddio, io lo farò, eh, però dubito fortemente di riuscire a smuovere i Grandi Vecchi.

In ogni caso bilancio positivo e direi che la cosa diventerà annuale. Evviva!

Ieri sono stata dalla parrucchiera, ne ho trovata una molto buona e con un prezzo onestissimo, che ha rimediato al disastro che aveva fatto quella disgraziata quest’estate. Finalmente non devo più vergognarmi di uscire coi capelli sciolti!

Pubblicato da: lastejan | 21/11/2017

Di feste e ritardi e parrucchiere

La conferenza l’ho superata. E’ andata bene, mi hanno fatto molti complimenti, il chitarrista ha fatto un paio di belinate, ma è un tipo simpatico e gliel’abbiamo perdonato tutti. Quando poi chiacchierando ha spiegato che non lo fa di mestiere, le signore dell’associazione culturale si sono visibilmente distese: temevano che si guadagnasse da vivere così e che di conseguenza morisse di fame.

Bella voce, eh, però diciamo che cannare un attacco tre volte di fila per la stessa canzone non è un granché.

Quindi ora si prepara il prossimo grande evento: rifacciamo una festa culinaria come l’anno scorso. Un po’ diversa, meno da fare per noi, anche meno spese, ma ci sono state le stesse reazioni panicoppaura dell’anno scorso, perciò ho capito che il problema non era la presidente pazza, ma proprio tutto il consiglio di anziane dame. Il nuovo presidente l’ha presa con aplomb e soddisfazione: sa di non dover alzare un dito, sa che sarà un successo, ci sarà da abboffarsi e lui farà bella figura. Bravo, è questo che devi fare: annuire, approvare e abboffarti.

E’ già tutto pronto, ma io e la segretaria continuiamo a ripeterci quasi giornalmente al telefono la rispettiva tabella di marcia, forse perché entrambe abbiamo paura che l’altra si dimentichi qualcosa, e forse abbiamo entrambe ragione.

I miei pargoli sono convinti che io li porterò con me, attirati dall’idea di mangiare con un sacco di gente, e a nulla servono le mie continue rassicurazioni che NON verranno, per nessun motivo e in nessun caso, perché è una serata pallosa da grandi. “Ma c’è da mangiare, io voglio ingozzarmi”, incalza il Pupo. No, Pupo.

Il Pupo. Ah, questo essere affascinante e snervante. Quattro suoi compagni, tre maschi e una femmina, hanno permesso di movimento illimitato entro il quartiere in cui abitiamo, così come i figli della vicina tedesca, e ormai vengo perseguitata telefonicamente da tre dei quattro. Il quarto non ha il mio numero. “Ciao, sono X./ R./ M.”, sempre che dica il suo nome, “può venire Pupo a giocare?” Se dico di sì, bene. Se no mi richiamano dopo due ore: “Può venire adesso?” “E adesso?” “E adesso?” Mi chiamano durante la settimana e nel weekend. Di mattina, pomeriggio, sera. Me li sono già trovati al citofono o al telefono a mezzogiorno e l’una, il record è dello stupidissimo R. che un sabato mattina ha chiamato alle sette e cinquanta e ha esordito con “Ehhh… può venire Pupo a giocare?” e io ancora un po’ e me lo mangiavo vivo, tanto che ho passato il telefono al Pupo e perfino lui gli ha detto “Ma ti sembra un’ora a cui chiamare? No, non sono neanche le otto, non scendo a giocare!”

E niente, non serve neanche spiegare loro che ci sono giorni che noi passiamo in famiglia, che l’ora di pranzo non si tocca. L’ho detto a tutti, gliel’ho fatto ripetere dal Pupo. I loro genitori non esistono, ne conosco giusto uno o due in tutto, e a loro non frega niente di dove sono i loro figli, cosa fanno e che uso facciano dei loro cellulari, che vanno dal Nokia stravecchio a tastiera all’astrosmartphone spaziale. Forse dovrei parlare con la maestra. Sarà stronza, ma se c’è da strigliare i genitori ci sa fare.

Il Pupo dice che lui vuole andare a giocare con loro sia perché gli piace, che perché gli dispiace che siano sempre in giro da soli e vuole fare loro compagnia. A volte, come ieri, ci sono tutti, altre c’è solo la sveglia X, di cui il Pupo è innamorato perso, o lo stupidissimo R, che riesce a essere più stupido dell’altro R, quello che si spacca le ossa facendo gli “stunt” con la bici, e che l’anno scorso era il bullo della classe e terrorizzava il Pupo e io volevo buttargli un sacco in testa e caricarlo di legnate alla Don Camillo. “Ma è pioppo, Signore, bello legéro, non lo senti neanche”.

E va bene, che vada a giocare, ma con alcune semplicissime regole. Due, solo due:

1 – Che torna quando dico io, puntuale.

2 – Che se vuole spostarsi dal campo giochi sotto casa a uno degli altri sotto casa dei suoi amici, me lo deve dire prima e chiedere il mio consenso.

I motivi mi paiono più che comprensibili.

All’inizio rispettava le regole, ora comincia ad arrivare in ritardo, a non arrivare, a raccontarmi dei giri che si sono fatti senza chiedermi il permesso, e allora io mi arrabbio, gli proibisco di uscire un giorno, due, una volta tutta una settimana. La libertà io te la dò se la usi con responsabilità. E lui capisce e riga dritto, poi ci riprova, e ogni volta argomenta “Ma loro fanno come vogliono, i loro genitori li lasciano” “Ma a me questi bambini fanno pena, e non invidia, perché a otto anni già sono lasciati a se stessi! I loro genitori non ci sono perché devono lavorare, oppure come sai sono dipendenti dal computer, o dalle sigarette, o da se stessi”, questo del computer me l’ha raccontato lui stesso, quindi glielo posso dire, “tu non puoi invidiarli e voler essere come loro, perché ti ricordo che ogni tanto spariscono e i genitori chiamano ore dopo dicendo che non sanno dove sono.”

Ve lo immaginate? Non sapere dove è tuo figlio. “Non è tornato da scuola”, ti dicono candidi. E tu vorresti chiamare la polizia, gli assistenti sociali, la protezione civile, ti scusi di non poter uscire per cercarlo, e loro cosa dicono “Ah, ma non ti preoccupare, prima o poi lo trovo, e allora tiro già fuori la cintura dall’armadio“.

Questo ha detto non a me, ma alla mia amica, la madre di uno di questi bambini. Perché sapete, senza cintura lei non sarebbe certo riuscita a tirare su i suoi due figli. Questa dannata balena fasciata di blu elettrico che va in giro con la sigaretta tra le unghie laccate e il guinzaglio dell’inutile cagnetto ansimante. Ma non va in giro col figlio, eh, no no, l’ha incontrato per caso portando a cagare il cane, perché a lei dov’è il figlio non importa, tanto se non arriva può sempre rimediare picchiandolo. Quella volta poi l’ha rintracciato imboscato dietro al supermercato che giocava col cellulare con R. dopo 4 ora che mancava all’appello.

Ora anche mio figlio comincia a non arrivare dopo scuola. Esce alle 11 e 20, di solito arriva alle 11 e 30, prendendosi molto tempo per chiacchierare sulla via di casa (distanza scuola – casa: due minuti camminando con calma). Poi sono diventate le 11 e 35, e io sorridendo benevola pensavo che era bello che si stesse facendo degli amici. Poi le 11 e 40. Le 11 e 45, e gli dico che no, così non va, perché io lo aspetto a una certa ora, e cosa ne so se è giù che chiacchiera o sotto una macchina in attesa di un’ambulanza? Allora ha cominciato a chiamarmi dal cellulare dei compagni: “Posso accompagnare M. al supermercato? Posso accompagnare R e X fino a casa?”, e no, io dico di no, perché devi venire a casa e pranzare, visto che arrivano anche tuo padre e tuo fratello. E che cavolo, mi sembra pure di dovermi giustificare! No, vieni a casa e basta. Li vedi a scuola, li vedi al pomeriggio, mica sei un sedicenne in crisi.

Un paio di volte non è proprio tornato, e io ho cominciato a chiamare tutti, amici e genitori. Gli amici non rispondevano, un genitore mi ha detto “E va beh, c’è il sole, sarà andato a farsi due vasche coi suoi amici.” Ma che cazzo dici?? E’ un bambino di sette anni! Si va a fare le vasche?? Seriamente? A quindici anni cos’è, lo rintracciamo all’aeroporto mentre va a farsi due vasche ad Amsterdam?

E poi è arrivato, tre quarti d’ora dopo l’uscita da scuola, e io non so mai cosa fare, se mangiarmelo vivo, se spiegargli tranquillamente che così non va, punirlo o no. Alcuni genitori mi guardano come una pazza perché è perfettamente normale che un bambino arrivi con tre quarti d’ora di ritardo dopo scuola, senza mezzi da prendere, cento metri di percorso, altri sgranano gli occhi e dicono che ho ragione eccome a preoccuparmi, che gli altri genitori sono pazzi.

Siamo tutti pazzi agli occhi di qualcuno.

Lui preme per sfondare i recinti che gli mettiamo attorno, io cerco di puntellarli perché non cedano, e poi mi chiedo se siano necessari questi recinti.

Credo che lo siano. Credo che un bambino cresciuto senza alcun controllo non cresca per niente più felice degli altri. X. viene da noi perché sua mamma si occupa del fratellino piccolo. M. viene da noi perché suo padre è dipendente da tv e computer. Non mi sembra che considerino questa come libertà, ma come essere soli. X. nei giorni del ponte di una festa arrivava alle dieci nel giardino della mia amica, ci stava fino a pranzo, correva a casa mezz’oretta per mangiare e poi tornava per restare fino al tramonto. Tant’è che questi bambini “liberi” corrono sempre a cercare altri bambini, altri genitori. Citofono: “Sono X. Posso venire con voi alla festa delle lanterne?” “Ma certo.”

Ah sì, la parrucchiera: ci vado sabato. Vivamente consigliata dalla mia estetista, dice che devo assolutamente provarla. Speriamo, perché questo gatto soriano che ho in testa comincia a farmi impazzire.

Pubblicato da: lastejan | 18/11/2017

Illusioni e idee fisse

Appena inizia la pubblicità natalizia in tv, quest’anno il 3 di novembre, il Pupo prima protesta vigorosamente come un vecchietto dell’autobus che è troppo presto e che non capisce, poi ci casca in pieno con suo fratello e cominciano a fantasticare sui regali giganteschi che riceveranno da Gesù Bambino.

Mio marito, alias Uomo, mi ha avvertita con aria ferale che lui a 7 anni ha capito che non c’è nessun Gesù Bambino. Io gli ho risposto che nel mio caso invece c’è voluto un po’ di più: se non avessi visto mia madre mettere i regali in camera di notte quando avevo 11 anni, la mia incrollabile fede cattolica mi avrebbe fatto credere per sempre nel munifico (anche se nel mio caso spesso ricorrente ai giocattoli usati) Bambin Gesù. “Ma il Pupo lo sai com’è…”

Sì, lo so com’è: quando suo fratello qualche giorno fa ha annunciato festoso di aver visto il Buon Dio in persona mentre cantava in chiesa coi compagni dell’asilo, gli ha riposto “Non è possibile, Pupino: non c’è nessun Dio.” E questo lo dice con la stessa tranquillità con cui direbbe “No, non ho compiti da fare per domani.”

Però Gesù Bambino è un’altra cosa. Tant’è che ieri è venuto da me e mi ha chiesto: “Secondo te me la porta la piramide dei Playmobil?” “Mh, non so”. Cioè no, perché costa una fucilata e camera loro già esplode di giocattoli. “Secondo me però sì. Secondo me GB ha un magazzino enorme pieno di tutti i giocattoli del mondo, e ogni Natale poi tira fuori quelli che gli servono.” “Non so mica. Insomma, non è un po’ esagerato?” “No no, secondo me lui ha tutti i giocattoli!”

E di questo parla tutti i giorni con suo fratello. Ieri mattina hanno già scritto le loro lettere a GB. “Il Pupo desidera: una piramide egizia Playmobil, un camion dei pompieri Playmobil” “Il Pupino desidera: un modellino di auto gialla con tutte le porte apribili”, il tutto corredato di disegni esplicativi. “Pupo, non ti pare un po’ sfacciato? Sembra l’ordine al ristorante.” “Ma no, perché guarda qui!” Cuoricini. I cuoricini legittimano il tono perentorio delle richieste.

E poi i soldi, GB e i soldi: “Io ho dieci euro e un milione e quarantaquattro e mi compro perfino una caserma della polizia dei Playmobil e una caserma dei pompieri e anche una caserma dei muratori!” “Ma vai, Pupino, che avrai sì e no 50 centesimi!” “E cosa mi compro con 50 centesimi?” “Mh, boh. Una minimacchinina grande così?” dice tenendo a pochissima distanza indice e pollice. “Mamma, cosa mi posso comprare con 50 centesimi?” “Un paio di caramelle” “Sì, oppure una caserma dei pompieri” “Forse.” Perché distruggere le sue illusioni?

Non capisco questa fissazione per i soldi. I regali e GB sì, è comprensibile, ma i soldi? Questo dover quantificare in continuazione, contare e ricontare, sapere esattamente i prezzi delle cose… da dove viene? Dall’Uomo che torna dall’aver fatto la spesa e mi annuncia trionfante quanti sconti è riuscito a infilare in una spesa sola? Bah, mi sembra un piccola influenza.

E poi c’è la pulsione irresistibile del Pupo per la vita da bambino di strada che fanno alcuni suoi compagni, ma di questo ne parlerò un’altra volta, una volta in cui Ranocchietta non starà facendo una scenata per uscire dal box.

Pubblicato da: lastejan | 23/10/2017

Il dilemma del compleanno e della tromba

“MAMMA!”, entra straripante di gioia, “Sono invitato al compleanno di X.!”, la nuova compagna di cui è innamorato.

“Evviva, e quando è?”

“Il 23 ottobre!”

“Bene! Cioè, hai tromba alle quattro, ma non c’è problema: è dalle due alle cinque, ci stai quasi due ore buone!”

Lui si sgonfia come un palloncino, carica lo sguardo di odio e sibila: “Cosa?”

“Niente, che hai lezione di tromba, ma al limite arrivi qualche minuto in ritardo, il maestro non si arrabbierà.”

L’odio nel suo sguardo aumenta, e da lì è nato uno dei più grandi dilemmi dalla sua nascita: fargli saltare lezione per un compleanno o no?

Per me: no.

Per lui: sì.

Ha urlato, inveito, sbattuto porte, minacciato di non andare del tutto alla festa (ooh, paura!), ha supplicato, pianto, pestato con i piedi per terra.

Ha fatto una tale tragedia, con una tale sincera disperazione, che io ho cominciato ad avere dubbi: stavo esagerando? Poteva saltare una lezione?

Ma no, scusa: si è preso un impegno, questa è una scuola statale a tutti gli effetti, con un diploma da prendere. Si salta per malattie, impegni famigliari, ma non per un compleanno, anzi: non per un pezzo di compleanno.

Lui le ha provate tutte, ha perfino mentito al suo maestro dicendogli che era la festa della sua migliore amica e che era estremamente importante per lui. Il maestro gli ha creduto e gli ha detto “Beh, se è la tua migliore amica…” e io “Ma cosa ti ha raccontato? La conosce da un mese! Il compleanno dura tutto il pomeriggio, si tratterebbe solo di perderne un’ora!” “Ah, beh, allora: Pupo, ci vediamo lunedì prossimo.” E il Pupo ha schiumato di rabbia.

Io ormai ero lacerata dai dubbi peggio del Tonio Kroeger. Ho cominciato a chiedere a tutti quelli che incontravo quando lui non c’era, ho chiamato mia zia, chiesto a mia sorella: sono un mostro? Sono una tiger-mum? No, mi hanno detto tutti. Si è preso un impegno, non è malato, non perde il compleanno.

Giusto.

Quindi oggi c’è andato, sono andata a prenderlo alle quattro (tornando affannatissima da un colloquio per un corso di italiano al politecnico della città, ma questa è un’altra storia) meno dieci, lui ha messo il muso, ma si vergognava troppo a fare i capricci davanti ai suoi compagni.

E’ salito in macchina come una furia, ha insultato il Pupino, ignorato Ranocchietta, imprecato tutto il viaggio, cavillando sui minuti che avrei ancora potuto concedergli e sulla stupidità dello studiare tromba, e che se mai ci sarà un altro compleanno di lunedì col cavolo che se lo lascerà troncare dalla sottoscritta. Io l’ho lasciato parlare, rimbeccandolo solo quando se la prendeva col Pupino o era troppo maleducato con me. Vai, arrabbiati, sfogati, ma così è.

Non sapevo se mi stessi comportando come un mostro inflessibile perché lo portavo a lezione oppure se fossi una di quelle madri mollaccione che vorrebbero diventare le amiche dei figli, per come mi sentivo in colpa.

Comunque è fatta, è andato al compleanno e a lezione. Si è divertito e ha fatto il suo dovere. E dopo un po’ di storie si è anche calmato, ha fatto in fretta i compiti dopo cena (di sua iniziativa, io me li ero proprio dimenticati) e si è fatto leggere un libro accoccolato vicino a me sul divano, quindi forse non sono poi così mostruosa.

Pubblicato da: lastejan | 20/10/2017

L’Uomo e le Vecchie

“Le donne vecchie mi amano. Più sono vecchie, e più mi amano.”, questo lo statement di mio marito riguardo a come il mondo lo recepisce. Ieri sera forse lo ha dimostrato, e ve lo vado a raccontare.

Nuova conferenza dell’associazione culturale, io come al solito non penso di andare perché la sera è troppo complicato: uscire di corsa appena entra lui, lasciarlo dare una dubbia cena ai tre pargoli, che poi si svegliano di notte con lo sbrano, oppure dover lasciare una cena già pronta da consumare alle sei… troppa fatica. Però avevano bisogno di aiuto per collegare portatile e proiettore, mi aveva detto la Donna Depri, e quindi sarei dovuta andare, anche se solo per l’inizio.

Poi l’Uomo si è fatto avanti: “Vado io, dai” e io “Vai tu, dai, e resti anche alla conferenza.” “Mah, mh, eh…” “Dai, resta. Sono secoli che non fai del bene al tuo cervello.” e lui acconsente.

Arrivato lì alle sei in punto, è tornato a casa alle undici mezzo brillo. “Eh, c’erano un po’ di bevande, e ho detto ‘Bevo un bicchiere e poi vado’, e poi mi hanno detto ‘Dai, bevine un altro con noi’, e poi sono andati tutti nel ristorante dell’hotel perché dovevano mangiare, e hanno chiesto se facevo loro compagnia…” “Ma scusa, loro chi?”, chiedo io immaginando qualche fantasmagorico socio giovane (AHAH). “Loro, Donna Depri (72), Segretaria (63), Tesoriera (65) e Conferenziera (?).” “Sei andato a bere con delle signore che potrebbero essere tutte madri tue?!” “Non tutte, la conferenziera era giovane.” Ah, beh.

Un vino tira l’altro, è stato con loro a chiacchierare per quasi due ore.

Va benissimo così: ha usato il cervello, ha visto una conferenza interessante, ha conosciuto signore colte, ha sbevazzato a ufo. Vista la vita lavorofamigliafamiglialavorofamiglia che fa, sono molto contenta per lui.

(Io ho goduto della solitudine e ho guardato il secondo “Kingsman”)

Pubblicato da: lastejan | 08/10/2017

Musica e lavoro

Il mio progetto dei corsi di tedesco per italiani è andato piuttosto a bagno: due insegnanti mi hanno paccata, riducendo i corsi da due a uno, e per quest’unico corso si sono iscritte solo 2 persone, così è stato annullato e rimandato al secondo semestre. Mi dispiace, ma non ne faccio una tragedia. Secondo me siamo ancora troppo poco conosciuti. Vediamo se mi permettono di riproporli ancora il prossimo semestre ed eventualmente l’anno prossimo, secondo me sono fattibili. Inoltre cambierei il modello di corso, che contrariamente ai miei suggerimenti è diventato un “una volta a settimana”, mentre a noi servono corsi intensivi per somari irrimediabili. Vediamo.

Un mese fa abbiamo finalmente avuto le elezioni, la vecchia presidente se n’è andata in un tripudio di frecciatine molto poco velate e il nuovo presidente è tutto gagliardo e lanciato. Per ora non ha fatto una cippa, ma due giorni fa ha scritto una mail inaspettata, in cui ci annunciava di averci procurato un servizio fotografico+intervista con un giornale a diffusione nazionale – noi usciremmo sull’edizione cittadina, che è più che abbastanza – e che quindi giovedì siamo tutte convocate nella redazione, pimpanti e pronte a farci fotografare. Bravo, bravo, così si fa. Poi diciamo anche che essendo ammanicato in tutta la città parte avvantaggiato…

Io ho perso uno dei miei due corsi, ma me ne hanno offerto uno per principianti, quindi avrò di nuovo due corsi, e inoltre aspetto con ansia di iniziare le lezioni di musica nel capoluogo di regione, al conservatorio, come allieva-cavia di un laureando. Mi hanno assegnata a un giovane sloveno pelato, che mi ha subito comunicato che le prossime due settimane non c’è perché deve essere operato, e poi la settimana seguente è festa nazionale, e quindi alla fine inizio a novembre. Speriamo!

C’è un bambino che strilla.

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