Pubblicato da: lastejan | 14/06/2018

La faccia da chiul degli studenti

Gli studenti sono carini e coccolosi. Alcuni mi chiamano “Frau Professor”, facendomi rotolare dalle risate, e mi mandano le mail in inglese nonostante sappiano che parlo molto meglio il tedesco e loro siano di madrelingua tedesca. Fanno le battute fra di loro e mi fanno sentire vecchia, perché riderei volentieri con loro ma mi rendo conto che non mi riguarda. Ti lasciano intuire che si ubriacano come delle merde il finesettimana, almeno un paio di loro, ma dicono sempre solo “Mi piace uscire con gli amici”. Alcuni lavorano già a tempo pieno e poi stanno all’università fino alle dieci di sera. Si alzano alle cinque del mattino. Lavorano duro, li rispetto, ma.

Ma.

Ma io insegno una lingua, e loro studiano economia e ingegneria. Sono obbligati a studiare una lingua, e la vedono come l’esame fuffa della facoltà, come geografia delle esplorazioni o antropologia culturale a Lettere Moderne, quando sapevi di avere un 30 garantito, ma.

Ma io di lingue ci vivo, e so che sono quelle che ti parano il culo nella vita reale, e non regalerò 30, che qui si chiamano 1. Non regalerò proprio una cippa!

La settimana scorsa mi hanno fatto pressione per sapere gli argomenti dell’esame. La risposta “Tutto quello che abbiamo fatto negli ultimi quattro mesi” non li ha soddisfatti. Loro vogliono degli argomenti precisi su cui prepararsi per l’eventuale produzione scritta e orale. Vogliono tre temi (giuro, proprio il numero preciso) da studiare e che io poi ne scelga uno dei tre. “Così faccio come lo scorso semestre: ho imparato a memoria due testi e poi ho scritto quello che mi ricordavo”.

Stiamo scherzando?

Ah, e il vocabolario. Frau Professor, Lei ci DEVE lasciar usare il vocabolario! Per forza!

“Guardate che siete livello A2. Non lo sapete manco usare, un vocabolario.” Ma no, ci serve, mica possiamo sapere tutte le parole! Eccome se potete: infatti è un esame per vedere se le avete imparate, CAPRE.

Stamattina la ciliegina sulla torta: “Cara sig.ra Ste, mia cognata si sposa nel finesettimana e ha urgente bisogno del mio aiuto per prepararsi. Posso saltare la lezione oggi e in cambio fare tipo un esercizio?” Studentessa con un sacco di assenze, piuttosto tarda e molto ignorante. Tipo NO.

E niente, il mio superiore mi ha fatto capire che li devo far passare tutti perché è un’università a pagamento, ma i voti saranno brutalmente sinceri. Brutalmente.

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Pubblicato da: lastejan | 12/06/2018

Quando ero in terza elementare la nostra maestra è scoppiata a piangere in classe. Era la maestra Amanda e ci stava piuttosto antipatica, ma tant’è era triste, noi ci siamo rimasti male, così lei ci ha spiegato che era morto un compagno di classe di suo figlio, un bambino della nostra età, di qualche malattia. Non abbiamo capito, non abbiamo afferrato: non era suo figlio, poteva tirare un sospiro di sollievo. I bambini sono cinici.

Domenica è annegato un bambino di sei anni nel lago dove andiamo sempre a nuotare. Stamattina all’asilo dei miei figli c’era una sua foto su un tavolino, una candela: era del gruppo delle Farfalle, uno dei grandi all’ultimo anno. Non so quale fosse, non ho avuto il coraggio di studiare la foto. In realtà non guardo mai molto i bimbi, ma i genitori che lo portano, e ho cominciato a notare tutti quelli che stamattina non vedevo, e che so che hanno un figlio di quell’età: la dottoressa della scuola, che fa le visite ai miei figli una volta l’anno e i vaccini in comune? La gigantesca mamma con due figli gemelli? La mamma un po’ antipatica coi capelli corti? Il papà piuttosto bello che saluta suo figlio dalla finestra prima di andare? Lo fanno in tanti in quella classe: quando vanno via passano davanti alle finestre al piano terra e mandano bacini ai figli. Forse uno di quelli che devono andare al lavoro presto e portano i bambini già alle sei e mezza, e io non li conosco. Non ho voluto chiedere, anche la direttrice stava male e non volevo obbligarla a parlarne. Ho pensato alle due maestre, Martina, altissima e giovane con un papà ancora più alto, e quella più anziana e molto severa, a cui ho portato la maggiorana da piantare nel giardino dell’asilo. Lo dovranno spiegare ai suoi compagni.

Dagli articoli si capisce che il bambino era senza braccioli (magari però ce li aveva, sapeva nuotare, qui molti sanno nuotare, che ne so? Chi sono io per fare supposizioni?) e pare che l’avessero lasciato un attimo da solo col fratello di dieci anni. Non me la sento di giudicare. Magari il padre doveva solo fare la pipì, magari voleva prendere loro un gelato al bar della spiaggia. Forse si è distratto per una stupidata, ma ora il fratello sarà distrutto. Chi di noi non lo fa “Pupo, dai un attimo un occhiata al piccolo”. Non glielo dico per strada, certo, ma a casa capita. Il padre gliel’ha detto al lago. Magari solo per andare in bagno, e un bambino di dieci anni non è certo un adulto, si gira, si distrae, e via, il fratello è stato preso dalla corrente ed è morto.

Spero scrivendone di scaricare un po’ questa tristezza immensa. Mi dispiace, ora la passo a chi legge, ma forse ha ragione l’Uomo a dire che è un monito, ci ricorda che non possiamo mai abbassare la guardia, mai dare niente per scontato.

Pubblicato da: lastejan | 29/05/2018

Chifritti

Sono dei dolcetti a forma di ferro di cavallo. Di loro non sapevo molto, se non che erano fritti, si pucciavano le punte nello zucchero e li amavo. Li faceva mia mamma, molto raramente. Non ricordo che i miei fratelli li mangiassero, ricordo solo me stessa che guardo mia mamma farli e li mangio, e stupidamente non chiedo di cosa siano fatti.

Ora saranno passati vent’anni dall’ultima volta che li ho mangiati, e da molti anni cerco di ricordarmi qualcosa di più: l’impasto, la consistenza. Cosa avrei dato per dei chifritti!

Poi, qualche giorno fa, facendo gli gnocchi con i bambini, l’illuminazione: era l’impasto degli gnocchi. Solo quello. Patate bollite e passate, farina, un po’ di sale. Quindi ho capito anche perché lei li facesse così raramente e così pochi: perché sicuramente non faceva l’impasto apposta, ma usava quello avanzato dagli gnocchi, e quando mai ne avanzava?

Avevo fatto troppo impasto, l’ho messo in frigo e oggi pomeriggio ci ho provato. Era diventato un po’ colloso, ma era ancora buono. Serpentelli, li pieghi a ferro di cavallo e via nell’olio di semi di girasole bollente. Poi a sgocciolare sullo scottex e li cospargi con un po’ di zucchero – giusto per non fare la versione ultra maialosa in cui li pucciavo nello zucchero, usandone moltissimo. Ne ho addentato uno caldo caldo.

Sbam, il ricordo è tornato: sono loro, i chifritti. Un po’ bruniti dall’olio, bollenti, pesantissimi, mia mamma in cucina che sorride e forse mi dice di quando sua mamma li faceva, la cucina della vecchia casa, il tavolo di marmo, i miei fratelli che non ci sono e io che mi sento una privilegiata. Lo ero. Lo sono.

Pubblicato da: lastejan | 29/05/2018

Testata clamorosa!

Buongiorno, buongiornissimo. Gli uccellini cinguettano, io mugolo disperata rimandando la sveglia per la quarta volta, mentre sento in cucina già i “grandi” che fanno cose. Probabilmente saccheggiano e incendiano, ma non ho la forza di alzarmi.

Però bisogna, quindi mi alzo, e mentre torno alla vita scopro che il Pupo si è mangiato sei fette di pane, non so con cosa ma di sicuro non sguarnite, che il Pupino è a digiuno – ma non ci credo – e che ieri T. ha detto che lui a casa ha [cosa incomprensibile] e poi io mi vesto molto veloce, UIP!, invece C. è lentissima, lei fa [cosa incomprensibile] e blabla e insomma devo preparare qualcosa da mangiare per il Pupino.

Ho fatto da mangiare al Pupino. Ho scoperto nella borsa del Pupo il modulo di iscrizione alla scuola musica: “La compiliamo?” “Mh.” “Guarda che non mi sogno di obbligarti, se vuoi ti disiscrivo.” “Mh, no. Voglio farlo. Ma…” “Non di lunedì?” “Non di lunedì. E poi non voglio tornare da solo.” “Ma se non vai di lunedì ti posso venire a prendere, tranquillo.” “… e poi c’è Tobias.” “E che c’entra Tobias.”

Esplode. Tobias di qua, Tobias di là. Solo perché lui è più grande si crede chissà chi. Solo perché lui fa musica anche a scuola pensa di essere il più bravo. E invece è antipatico.

“Quindi se dico al maestro di non farti lezione con Tobias finiscono le lagne?” “Sì.”

E’ da mesi che mi fa dannare con questa storia, il Pupo: gli piace suonare la tromba, ma non vuole andare a lezione. Ma non è che mi dice il perché, eh. No, mi fa penare e mi fa credere di essere un’odiosa tiger-mum che costringe i figli alle attività extrascolastiche. Poi viene fuori che è geloso del suo compagno perché è più bravo di lui. Che ansia! Come si fa a essere così competitivi a otto anni? E’ fuori!

Fosse solo quello. A scuola è venuto un giocatore di basket per alcune ore di ginnastica. All’inizio il Pupo lo odiava, alla fine lo venerava. “Vuoi fare un allenamento di prova nella sua squadra?” “Sì, no, sì. No. Sì.” “Sì.” “No.” “Non rompere, proviamo.”

Siamo andati, è stato un colpo di fulmine: non è in grado di far rimbalzare la palla, ma d’istinto ha cominciato a marcare gli altri bambini come una cozza sullo scoglio. Non so dove l’abbia visto, ma lo fa benissimo. Tutto il resto è delirio, ma lui corre, salta, si butta, lancia. E’ una scarpa, ma una scarpa appassionata. Così tornati a casa è andato subito a segnarsi gli orari degli allenamenti sul calendario. Due volte a settimana, babbè. “Ma sei sicuro? Guarda che hai già tromba.” “Sì, sono sicuro” “Sono tre cose a settimana, due allenamenti e la lezione di musica” “Fa lo stesso.” Vabeh, facciamo.

Ieri, secondo allenamento: “E c’è questo bambino odioso, con la maglia blu, che non mi lascia mai la palla, e poi se qualcuno lo tocca urla, e poi chi si crede di essere e…” “Insomma, è più bravo di te.” “No, lui è…” “E’ più bravo di te, l’ho visto, è molto bravo. Anche piuttosto antipatico, ma non importa: tu ti arrabbi perché è più bravo. Ma che ti importa? E’ il tuo secondo allenamento, tu ti devi divertire, non prendertela con gli altri. Diventerai bravo anche tu… oppure no, ma tu sei lì per giocare.” “Ma lui ha già dodici anni!” “E ALLORA??”

Diooooo!

E vabeh, sono fuori tema. La testata.

Li ho fatti vestire, siamo usciti. Ho consegnato il Pupo, che è corso dietro alla sua amica V. rosavestita, e ho proseguito col Pupino, che mi ha allietata con domandone come “Perché V. è vestita di rosa? Era quella con lo zaino rosa? Posso fare basket anche io? Quando avrò otto anni? Mi vieni a prendere tu oggi?”, e poi ha fatto la furbata: ha deciso di passare dal prato ed è arrivato all’asilo con i piedi fradici.

“Pupino, hai i piedi fradici” “Zì, lo zò”, mi dice con uno dei suoi sorrisi sornioni e la sua voce assurdamente profonda. Si mette le pantofole, si liscia compiaciuto la maglietta di stàuors e mi prende per mano. Lo accompagno alla porta della classe, bacino, bacino, va a stringere la mano alla maestra. Gli faccio ciao ciao e lui “Ancora un bacino!” e io, lusingata, “E dai, ancora un bacino.”

Gli tendo le braccia, mi corre incontro, salta (PERCHE’?) e SBAM! una testata sullo zigomo.

“Porca putt……aiaiaaaaaaah”, parte la musica de Il Buono, il Brutto e il Cattivo. Un male caìno, una botta pazzesca. Trattengo le lacrime giusto perché c’è la maestra che mi guarda. E un po’ mi consola che ci sia un testimone, perché se mi viene un livido sembra che mi abbia pestato qualcuno. Almeno lei può dire “No no, è stato un impeto d’amore.”

Dio, che male.

Pubblicato da: lastejan | 20/05/2018

Proseguo di dosso e bordosso

Insomma, un bambino di un anno e mezzo. E’ come dire un concentrato di pucciosità e crudeltà. Per esempio in questo momento è lì, nelle sue braghette verdi e il body con le tartarughine, carino e cuccioloso, gli occhioni marroni che fissano concentrati… il biscotto che sta metodicamente sbriciolando sul pavimento. Con metodo, davvero: pezzo per pezzo, poi i pezzi più piccoli, finché non rimane altro che un sottile, invisibile strato di briciole che spargeremo per tutta la casa chiedendoci cosa sia questo strano “cricri” sotto i piedi.

Oppure cerca di prendere la tazza di tè bollente, e tu gli dici “No, attento, caldo, ahiahi, attento!” e lui allora scoppia a piangere disperato per questo disumano divieto. Tu non resisti, lo abbracci, e allora lui magari per vendicarsi dà una pedata al tavolo rovesciando il tè, allora tu dici “No no, ehi, questo non si fa!”, e lui si getta a terra urlando e sbattendo mani e piedi.

A questo punto hai capito la solfa: deve cuocersi nel suo brodo. Lo lasci lì a fare il suo capriccio, poi lo guardi e ti sciogli: è ricoperto di moccio e lacrime, i capelli troppo lunghi (difficilissimo tagliarglieli) sono bagnati di lacrime e sudore, i suoi occhioni scuri ti guardano come se fossi l’unica speranza sulla faccia della Terra… e tu cedi.

Carino, terribilmente carino e stronzo. Adorabile. Temibile. Spietato e puccioso. Un’arma letale.

Suo fratello medio per esempio è sempre molto carino, ma avendo perso in parte quell’irresistibile pucciosità deve anche limitare di molto i suoi capricci, fino a smettere gradualmente e diventare un bambino “grande” come il Pupo.

Niente, quindi siamo sempre dietro a raccogliere bambini in lacrime, briciole di biscotto, libri rovesciati, scatole di giochi, cibo masticato e sputato per dispetto, cibo volato dal piatto nel tentativo fierissimo di mangiare da solo, caccole collose volate dal naso durante un capriccio, eccetera. Poi ci sono le cose inevitabili come pulire, lavare, riordinare. Poi le commissioni, le eventuali visite mediche, controlli, nostri e dei bambini. La prima revisione della macchina. Fare le fotocopie per un corso. Incontrare le signore della DA, per cui continuo a lavorare. Mail da scrivere, mail da leggere attentamente, scadenze. Non so, non riesco neanche a elencare la mole di cose pratiche da svolgere, che lasciano pochissimo tempo per quelle a cui pensare – progetti, cavoli miei, preoccupazioni, idee, desideri.

Ma poi cosa sto qui a scrivere, che tra un mese i miei studenti (che figo, I Miei Studenti, manco fossi un’insegnante dell’università! Ah, oh, adesso lo sono!) hanno l’esame e io devo inventarmene uno!

Io ci provo a scrivere, eh, però ho un bambino di un anno e mezzo che sta gattonando sul tavolo dietro al portatile da cui scrivo. Facciamolo scendere, va’.

Pubblicato da: lastejan | 06/05/2018

Dosso e bordosso

Mentre si carica una puntata di Vikings da vedere con l’Uomo: esisto ancora, questo non è un blog chiuso. E’ solo il blog di una persona molto disorganizzata.

Ora tengo tre corsi: il solito corso del martedì, che secondo me stavolta dopo 5 anni non sopravviverà all’estate, il corso al politecnico (ve l’ho detto? Probabilmente sì.) e una lezione privata a un insegnante di musica con cui ho anche suonato, che all’inizio era “qualche lezione prima delle vacanze in Italia” e ora è diventata una lezione fissa. Che insomma, sossoldi!

Tutto lunedì e martedì. Il resto della settimana lo passo a preparare questi tre corsi e tener dietro al Resto: un ottenne con un carattere troppo complesso per la sua età, un quasi cinquenne fin troppo tipico per la sua età che mi trapana il cervello di parole da mane a sera, un nano nei “terrible twos”. Sapete com’è?

Niente, Vikings.

Pubblicato da: lastejan | 06/02/2018

Le pulizie del contatore

A casa mia le pulizie di primavera non esistono. Sono in lizza ormai per l’ottavo anno consecutivo come “Casalinga peggiore del mondo”, e non voglio certo farmi spodestare da qualche punkettona alternativa. No no, il caos a casa mia regna sovrano e indisturbato. Imbattuto. Imbattibile. Manco ci provo, guarda.

Se riesco a tener puliti i bambini, bagno, cucina e i vestiti sono già contenta. Non so se potete immaginare la mole di lavoro pratico da sbrigare, ma ci sono cinque posti letto, biancheria per cinque, piatti sporchi tre volte al giorno per cinque (più varie ed eventuali), giocattoli di tre, bagno usato da cinque persone… in pratica passo le mie giornate a finire quello che non ho finito il giorno prima. Infatti non finisco mai. Forse ma forse se mi lasciassero sola in casa per due settimane e mi cibassi di precotti al microonde su piatti di carta potrei portare l’appartamento a uno stato di pulizia di base su cui lavorare in futuro… ma non diciamo belinate: se rimanessi sola in casa per due setimane dormirei 12 ore al giorno e per il resto guarderei film e leggerei romanzi. E mangerei precotti al microonde direttamente dalla confezione, of course.

Quindi diciamo che chiunque dica, quando entri in casa sua, “Scusa il disordine”, mi causa una grassa risata interiore.

Ma c’è un momento dell’anno in cui corriamo ai ripari, ci alziamo presto (va beh, io. Per l’Uomo non esiste mattina prima delle nove) e ci ammazziamo di lavoro casalingo: la visita dell’uomo dei contatori del riscaldamento.

Viene a fine gennaio o inizio febbraio, dà a seconda del piano del palazzo un intervallo di due ore e mezza in cui arriverà e si reca in ogni stanza della casa dove si trovi un termosifone, quindi in tutte, bagno compreso. (Pupo: “Ma in corridoio non c’è il riscaldamento, non ci deve entrare!” “E come arriva alle altre stanze?” “… Oh.”)

Un mese prima penso: “Che palle, fra un mese.”

Tre settimane prima: “Mh, dovrei dare una pulita generale.”

Due settimane: “Forza Ste, il tempo stringe.”

Una settimana: “Vabeh, alla fine non c’è da fare così tanto.”

Un giorno prima: “Ormai è tardi, faccio tutto domattina.”

La mattina della Venuta dell’Uomo dei Contatori apro gli occhi sulla triste realtà: casa mia è andata. Tanto vale traslocare in una nuova e ricominciare da capo. Purtroppo però non potevo farcela entro l’arrivo del tizio, quindi mi sono dovuta rimboccare le maniche.

Rifai i lett… quello del medio puzza di pipì. Perché puzza di pipì? Perché cavolo puzza di pipì? Niente, non c’è tempo per le indagini, cambiamo le lenzuola.

Letti fatti, cucina. La cucina è tipo Verdun, sembra che abbiano bombardato a tappeto con piatti e pentole. Questo naturalmente è successo solo nelle ultime dodici ore, perché ieri sera prima di cena era perfettamente in ordine. Ma vabeh, cucina. Lavastoviglie.

Bagno. Il bagno è una questione spinosa: abbiamo il gabinetto separato, come in quasi ogni casa austriaca (bleah), e la lampadina – rigorosamente al neon – si è spenta fra le braccia dei suoi cari dopo 40 anni di onorato servizio, naturalmente così tardi, ieri, da non poterne andare a comprare una nuova e sostituirla. Facciamo pipì al buio da ieri. (poi l’Uomo è stato spedito di corsa a comprarla mentre io pulivo, quindi la questione si è risolta)

Ma c’è anche una parte positiva: il gabinetto non ha il riscaldamento, quindi ciao gabinetto.

Il bagno viene pulito, la lavatrice fatta partire. Via la biancheria stesa e asciutta. Nel frattempo torna a casa il Pupo e io lo metto al lavoro: dopo promesse, preghiere e minacce gli chiedo di venire con me sulla soglia di camera sua e di guardarla. Guarda, figlio, guarda che schifo che fa. Lui ne conviene, fa proprio schifo, e si rassegna a riordinarla. Come premio gli permetto di passare l’aspirapolvere lì e anche in salotto, va’ che ragazzo fortunato.

Nel frattempo io raccolgo circa cinquanta figurine che Ranocchietta ha sparso ovunque, metto su il pranzo, riordino alla bell’e meglio in entrata (il famoso corridoio che il tecnico supererà volando, secondo il Pupo). Mi rendo conto che tutti i davanzali sono polverosissimi, e sono direttamente sopra i termosifoni, quindi li spolvero. Raccolgo un numero imprecisato di calzini di ogni taglia e misura – tranne la mia, perché io non li lascio in giro, IO.

Poi torna l’Uomo col Pupino ritirato dall’asilo, faccio fare una doccia al Pupino, cominciamo a mangiare… e arriva il tecnico.

Si fa il giro di tutta la casa, io aspetto con ansia di sentirgli dire “MIODDIO cos’è questo schifo??” mentre scopre una banana spiaccicata da qualche parte, ma non succede. C’era una patata vecchia e rinsecchita in un angolo della dispensa, ma l’avevo eliminata. No, in dispensa non c’è il riscaldamento, ma c’è il contatore dell’acqua calda, quindi ho dovuto mettere a posto pure in dispensa.

Alla fine va via e scopriamo che è stato sì tanto gentile da togliersi le scarpe, ma coi suoi calzini sudati ha lasciato una scia di impronte in tutta la casa. E non impronte umide, eh, proprio impronte fisse, tipo aloni di unto.

Quindi abbiamo lavato i pavimenti, io con lo straccio e l’Uomo con uno scottex umido a cercare ogni singola impronta unta.

Ora casa nostra splende e sbrilluccica e mi devo sbrigare a invitare tutti i nostri amici nei prossimi tre giorni per poter far finta di essere una persona ordinata, perché se no dovrò rimandare all’anno prossimo, dopo le prossime Pulizie del Contatore.

Pubblicato da: lastejan | 05/02/2018

Aggiornamenti di carattere Pupo

Leggendo il blog di una compatriota mi sono resa conto che da tanto non sentite novità sui miei Pupi, e sicuramente non potete farne a meno.

Il mio Pupo è molto simile a quello della compatriota: leggendo come è lui a quattro anni, riconosco mio figlio in tutto e per tutto. Le voglio spoilerare il futuro e le dico come sarà fra tre anni circa… poi chissà, forse sarà diverso, ma il mio si è evoluto così.

Ora ha quasi otto anni, è ipersensibile e prende tutto troppo sul serio. Allo stesso tempo non prende niente sul serio e quando lo si vuole rimproverare bisogna fare la voce grossa per non farsi ridere in faccia. Ha una gran faccia da culo, insomma.

Ha ancora grossi problemi con storie di distacco genitori/figli: abbiamo iniziato Harry Potter due volte perché la sola idea di un bambino senza genitori lo devastava, poi l’abbiamo letto l’anno scorso. Ora diciamo che non scoppia a piangere, ma riconosco lo sguardo nei suoi occhi e quando per caso capita l’argomento cerco di non soffermarmici troppo perché neanche lui ci pensi su: è un bambino piccolo, ha due genitori giovani e sani (potente strizzata) e non vedo alcun motivo per cui dovrebbe pensarci.

Ha ancora scoppi di pianto e di ira, in genere incontrollabili, ma prevedibili: odia i lunedì, fare errori nello scritto e non riuscire a fare un esercizio di tromba. Lascio che continui ad infuriarsi, lo consolo ma non lo giustifico, deve imparare ad accettare le piccole sconfitte e i lunedì. Dai, chi non odia i lunedì?

E’ socievole e leale fino allo sfinimento: è stato molto difficile fargli capire che i suoi amici dell’asilo non sono più i suoi migliori amici, e che può ammettere di giocare più volentieri coi suoi compagni di classe. Non vuole essere scorretto, e questo lo porta a volte a fare cose di cui si pente amaramente, per esempio accettare di scambiare una carta Pokémon forte con una debole per non dover discutere. Gli ho detto che a volte vale la pena discutere e di non farsi mettere i piedi in testa.

Dall’altro canto è un vero caterpillar sociale e ha provocato già diversi bisticci coi suoi amici: lui non ti dice “Oggi non posso venire da te, facciamo un altro giorno”, ma “No, da te non ci vengo perché oggi preferisco andare da qualcun altro.”, che va bene che è vero, ma non c’è bisogno di dire proprio tutto tutto! La scorsa settimana, alla domanda “Ora vuoi che andiamo a giocare a casa mia o preferisci andare da X.?”, questo genio senza pensare un attimo ha risposto “Mah, a giocare da X.”, provocando l’ira funesta del suo compare, che dopo avergli voltato le spalle furioso c’ha ripensato, è tornato indietro e gli ha mollato uno schiaffo. Poi il Pupo è tornato a casa, mi ha raccontato questa storia e ha concluso “… quindi ora posso andare da X. a giocare?”, come se fosse normale prendersi a schiaffi tra amici. Gli ho detto di chiarire col suo amico il giorno dopo a scuola, e lui “Gli ho detto che se ha un problema non mi deve dare uno schiaffo, ma me lo deve dire.” “E lui cosa ha risposto??” “Niente.” “E quindi??” “E quindi niente, a posto.” A posto.

Continua ad amare la matematica e ad essere sempre un po’ più avanti degli altri, ma hanno iniziato le divisioni e non gli piacciono. Dice che non le capisce perché la maestra non le ha spiegate. Negli esercizi in effetti non si deduce alcuna connessione logica tra moltiplicazione e divisione, sembra tutto un “tu fallo, prima o poi ci arrivi”. Questo non afferrare la divisione lo manda in bestia. E dire che se gli dici “Pupo, ho 10 muffin, voi siete in tre, che facciamo?”, lui senza pensarci risponde “Tre a testa e l’ultimo lo prendi tu, no?”

La maestra è sempre stronza, ma per fortuna continua ad amarlo.

Sembra sempre più grande di quello che è, per aspetto, comportamento e linguaggio.

E’ talmente testardo e ha un tale costante atteggiamento di sfida nei confronti di qualunque autorità che già tremo al pensiero dell’adolescenza.

Non vuole che lo si tratti come un bambino piccolo, però abbiamo un gentlemen agreement: se ha bisogno di coccole o se ha un accesso di frustrazione, ha diritto a essere preso in braccio e fare le fusa o sciogliersi in lacrime, a seconda di cosa ha bisogno.

E non si fa mai, mai, mai i cavoli suoi. Ma mai, eh? Mi legge alle spalle se scrivo una mail, mi sbircia mentro scrivo un messaggio, se il mio telefono squilla vuole vedere chi è, si intromette nei rimproveri dei piccoli e nei discorsi dei grandi, creando situazioni surreali in cui uno di noi dice all’altro “Certo che definire “caduta libera” un calo del 4% in borsa è a dir poco ridicolo” e lui commenta “Eh, non è mica del 100%!”, senza sapere il significato di metà delle parole della frase, per non parlare delle conoscenze di economia che può avere un bambino.

E’ bello, caro, interessante. E’ una bella persona.

Pubblicato da: lastejan | 04/02/2018

Cosa è rimasto dei buoni propositi

Ho finito i marron glacè, un pacco l’ho addirittura regalato – nel consegnarlo giuro che non ho fatto come Whoopie Goldberg in “Ghost” quando dà l’assegno alle suore, giuro -, non ho toccato il torrone, non c’è più cioccolata. Sto veramente mangiando meno dolci. Applausi, prego.

Comprare più frutta e verdura di stagione… mah, così così. Era il proposito più realizzabile, invece noto che faccio spesso la spesa di fretta e senza usare la testa.

La casa non è più in ordine, chiaro. Stamattina ho detto all’Uomo che ormai questa è irrecuperabile: meglio traslocare in una nuova tipo gli alieni dei film, che consumano i pianeti e poi ne cercano di nuovi.

Mi sono comprata uno smartphone. Un po’ lo odio e un po’ lo amo.

Non sto facendo ginnastica.

Non sono più paziente.

Sono andata a farmi misurare il ferro, ma non sono andata a farmi dire i risultati. Prima c’era il piccolo malato, poi il grande, e insomma son già passate due settimane. O tre? Giuro che domani vado.

Bevo un sacco di acqua, altri applausi.

Ho messo in ordine il mio status burocratico e dal 5 di marzo insegnerò al politecnico, cosa di cui sono dannatamente fiera.

Per il resto sono stanca, stanca, stanca – una specie di spoiler sui valori del ferro nel mio sangue – sto tenendo il solito corso del martedì più uno doppio due pomeriggi a settimana, che per fortuna finisce a fine febbraio. E’ un bel gruppo, ma tre giorni a settimana sono davvero troppi, visto che quando torno a casa il casino non sparisce magicamente da solo e i miei figlioli mi dicono, suggeriscono e fanno capire dicendo “Pa-pà” e non “Mam-ma” che a loro scazza abbastanza che non sia quasi mai in casa.
Loro stanno benissimo, figurarsi! Il piccolo ha avuto un’orribile infezione a un occhio che lo ha fatto sembrare un gatto col cimurro per dieci giorni, ma è passata. I due grandi hanno il naso tappato un giorno sì e l’altro pure, ma questo non impedisce loro di essere rompipalle, meravigliosi, maleducati,sorprendenti, adorabili e poi di nuovo rompipalle tutto il giorno.

L’Uomo ha pianificato un altro dei suoi trip storici col suo migliore amico: dopo Waterloo, la linea Maginot e l’abbazia di Montecassino, questa volta andranno a vedere un museo dei carri armati e un vero sottomarino di non so quale guerra mondiale, credo la seconda. Non riesco a immaginarmi nulla di più palloso, ma lui è felice come un bambino a Natale e io sono felice per lui, che al contrario di me non ha neanche un paio di amici con cui andare a farsi una birra o una seratina tra uomini.

Mi ha chiesto di pensare a cosa desidero che mi porti dal nord della Germania.
Non c’è stato bisogno di pensare: MARZAPANE.

Pubblicato da: lastejan | 02/01/2018

Buoni propositi reloaded

Smetterò di nuovo di mangiare porcate. Avevo già smesso prima di partire per Genova, ma poi ci sono stati il torrone, il torrone di cioccolato, i cioccolatini, i marron glacè, le Palle di Mozart (maiuscole per evitare fraindentimenti).
Si può fare: basta finire prima il torrone, il torrone di cioccolato, i cioccolatini, i marron glacè e le Palle di Mozart.

Comprerò il più possibile frutta e verdura di stagione: sto rileggendo “A volte ritorno”, di John Niven – se siete blasfemi e inclini al turpiloquio potrebbe piacere anche a voi – e ci sono alcuni passi in cui il protagonista, Gesù Cristo, fa notare l’insensatezza di mangiare ortaggi fuori stagione. Mi ha fatto sentire in colpa, cercherò di rimediare.

Berrò più acqua.

Andrò dalla dottoressa che parla coi suoi avi e mi farò misurare il ferro, e spero anche che mi raddrizzi la spalla destra, che sembra incastrata al posto sbagliato. Suona brutto, lo è.

Terrò più in ordine la casa.

LOL, scherzavo.

Metterò in ordine il mio status burocratico e lavorativo prima di perdermi un altro corso al politecnico e prima che finisca la maternità.

Mi comprerò uno smartphone.
Non era mia intenzione e non lo trovo un buon proposito, però pare che succederà, e via, adeguiamoci al presente.

Sarò più paziente.

Farò ginnastica in casa per la schiena.

Direi che sono abbastanza, no?
Sì, dai, iniziamo quest’anno.

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