Pubblicato da: lastejan | 19/07/2019

Duello all’alba davanti al saloon

Io sono seduta al tavolo della cucina e faccio colazione. Lui si avvicina senza dire una parola e tiene la testina sul bordo del tavolo, aggrappandovisi con le mani.

Perché?

Sta fermo. Fissa il nulla. Non parla.

“Ti scappa la cacca?”

Scuote impercettibilmente la testa.

Lo guardo.

Lui non mi guarda.

Gli occhi si spalancano ancora di più, gli viene un’espressione corrucciata.

“Ma tu stai…” allungo una mano sul suo sedere, sento la protuberanza immonda: “Maledetto! Non me la farai qui!”

Lo acchiappo sotto le ascelle e volo “Tienilatienilatienila!” verso il gabinetto, lo appoggio a terra, tiro giù mooooolto lentamente le braghette e

moooolto lentamente le mutande

ancora non piene, ma in divenire.

La cacca, mi spiace per voi che leggete, l’ha davvero trattenuta: è per metà fuori. Scusate, davvero, ma devo raccontarlo perché non ci credo neanche io.

Lo piazzo sulla tazza, gli dico “Continua!”

Lui esegue con maestria.

Applausi, profusioni di complimenti, promesse di ricompense e piogge d’oro – caramelle, latte e cacao, gelati, figlio mio, se vuoi pure una torta – ma lui rimane modesto: “Ca-amella?”

“Ma certo, tutte quelle che vuoi! Ma quanto sei bravo, pure la cacca nel gabinetto, e che cacca! Ha fatto proprio “pluff”, eh?” “Cacca – PSSHH!”, fa pure il gesto della bomba che cade, teatrale come si conviene ad un avvenimento di cotanta importanza.

E niente, dopo che ha imparato a far la pipì, sta imparando anche a far la cacca nel gabinetto. Avrei potuto dirvelo anche così senza dilungarmi in liriche descrizioni scatologiche, ma se no dove sta il divertimento?

PSSHHH!

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Pubblicato da: lastejan | 19/07/2019

“Mi tieni la testa fuori dall’acqua?”

Come l’anno scorso, anche quest’anno il salvataggio acquatico di un paese vicino organizzava corsi di nuoto per principianti. Ho iscritto il grande e il medio. Il medio entusiasta, il grande incazzato nero perché “L’ho già fatto l’anno scorso, e se non so nuotare amen, non andrò mai dove non si tocca”.

Hanno lottato, sudato, pianto. Davvero: il grande ha combattuto contro il terrore dell’acqua profonda, contro il pensiero del bambino annegato l’anno scorso, quello del nostro asilo, contro la paura di fallire l’esame finale. Il medio invece alternava giorni di positività (“Oggi mi sono immerso sempre giusto!”, qualunque cosa questo significhi) alla disperazione di “Non imparerò mai e perché il Pupo sì, e perché io non sono capace, ecc.”

E’ finito oggi, dopo due settimane davvero intense, e hanno festeggiato andando sullo scivolo ad acqua. Prima però c’è stato l’esame, per chi era pronto. Appena 5 bambini di circa quindici, fra cui il Pupo. Bisogna nuotare in acque profonde per 25 metri senza aiuto, conoscere cinque delle undici “Regole dell’acqua”, saper saltare da bordo vasca, cioè dalla zattera, perché il corso si svolge in un lago.

Quei 25 metri sono stati lo spauracchio del Pupo per due giorni, dopo che hanno tentato un primo “giro” il mercoledì. Lui si è rifiutato di entrare in acqua ed è scoppiato a piangere, umiliato e spaventato. Dopo aver chiesto in tutti i modi, è venuto fuori che credeva che sarebbe annegato come quel bambino. Gli abbiamo spiegato che lui faceva il corso proprio per NON annegare come quel bambino. Un bimbo di appena sei anni che non sapeva nuotare, senza braccioli, lasciato senza sorveglianza per un periodo mai davvero chiarito e per un motivo, ormai inutile, sconosciuto. Gli ho detto che era tutto nella sua testa, perché tutti avevamo visto che nuotava ormai molto bene, e che se superava la paura e faceva quei 25 metri, non è che sarebbe stato sicuro per tutta la vita, ma si sarebbe messo più al sicuro. E poi l’istruttrice è una bagnina qualificata, a riva ci sono altri 10 bagnini diplomati, e poi, insomma, se vuoi sto anche io a guardarti, anche se nuoto male e non so mica se saprei salvarti, scusa. “Se vieni tu ho meno paura”. Guardalo lì, quasi un metro e cinquanta di bufalotto e ancora ha bisogno di me, che in acqua sono una mezzasega come lui. Che tesoro.

“Sai, mamma, sto lavorando nella mia testa per cambiare quei pensieri, credo di starci riuscendo.”

Il giorno dopo l’ha fatto.

E oggi il diplomino. Sono più fiera di quando l’ho fatto io in piscina da piccola, e dire che li ci buttavano direttamente nell’acqua profonda due metri e mezzo e gridavano “Nuota! Nuota! Muovi quelle gambe!”, una roba che manco Full Metal Jacket.

Il Pupino mi ha fatto vedere un sacco di volte quanto “nuota” bene, e funziona così:

“Guarda, mamma, tu stai lì. Stai lì, eh, e io vengo. Vengo, eh. Spetta, arrivo. Ferma. Ecco.”

E parte che sembra Aldo Giovanni e Giacomo che fanno nuoto sincronizzato in Tre Uomini e una Gamba. “No, Pupino, su le gambe, non devi saltellare su un piede, devi nuotare!”

“Sì, va bene, giusto, ecco, allora… guarda! Guarda adesso! Guablublubluababbbabbbh…”

“Vai, tranquillo, ti ho preso!” “Ero sotto! Sono andato sotto!” “Tesoro, tutto a posto, eri vicino a me, hai solo messo la faccia in acqua.” “Allora facciamo così: tu mi tieni la testa sopra l’acqua e io nuoto.” “Cosa??” “Sì, lo fa anche Manuel l’istruttore: mi tiene la testa su e io nuoto.” “Ma siete fuori di testa in quel corso!” “No no, prova!”

Tant’è, abbiamo provato e così lui mi ha fatto vedere con quali movimenti maestosi allargava e chiudeva braccia e gambe. Tutto perfetto, ma continua a nuotare come un ferro da stiro.

Gli manca solo un po’ di forza nei muscoli, e la sua maestra, che era la stessa del Pupo, gli ha scritto delle cose bellissime sul certificato di partecipazione. A uno ha scritto che è contenta di come ha superato la sua paura e nuotato da solo per 30 (addirittura!) metri e all’altro che è migliorato tantissimo, è bravissimo a immergersi e che con un po’ di esercizio potrà presto nuotare senza aiuto.

Gli istruttori sono ragazzi giovanissimi, dai 13 di un’aiutante ai 22 della coordinatrice dei corsi, la maestra dei miei, e hanno diplomi di salvataggio e da istruttori di nuoto – tutto a seconda dell’età e dell’esperienza. Per me sono degli eroi in erba e sono tanto contenta che i miei figli imparino a nuotare da loro.

Se tutto va bene e riusciamo a tenere testa a mia cognata, la settimana prossima verremo in Italia e vedremo se le mie sirenette stanno a galla anche nel mare. (Mia cognata – non sprecherò tante parole – dopo un mese circa di arie da Madre Teresa è esplosa in una crociata contro la mia famiglia perché osiamo andare via lasciando lei con i suoi… vabeh, che ve lo dico affà?)

… e Ranocchietta? Insegue i pesci, che inseguono lui perché puccia i grissini nel lago, e chiama “Pese! Pese! Sisch!”, e un po’ vuole fare “da solo” in acqua dove non tocca affidandosi ai braccioli, un po’ si avviticchia a me e non dubito che sarebbe pronto a sacrificarmi pur di tenersi abbastanza fuori dall’acqua. E’ carino, stronzetto e senza pannolino.

Pubblicato da: lastejan | 08/07/2019

La memoria a breve termine

E’ tanto che non scrivo. In parte perché non ho tempo, ma temo che sia perché non sono molto in vena: mio suocero peggiora, l’Alzheimer è il protagonista indiscusso dell’estate e mia suocera ormai è ridotta un lumicino. Se già prima non era una grande nonna, adesso è un disastro che si trascina attraverso le giornate pregando soltanto di poter dormire la notte. Fa una vita terribile e mi fa molto pena.

Non saprei di cosa scrivere, se non del morbo di Alzheimer.

Oggi siamo andati nel paese confinante col nostro e siamo stati in un supermercato. Siccome prima avevamo mangiato in un ristorante, mia suocera aveva il cagotto, o almeno così la mette lei: mangiare fuori le fa venire il cagotto. La realtà è che ha l’intestino irritabile ed è troppo riservata per confessarlo a un medico, quindi si trascina il cagotto da quando la conosco, e non c’è ristorante che tenga: ce l’ha sempre, in qualunque occasione, e sicuramente ora le viene di più perché vive una vita terribile.

Insomma, il supermercato. Siccome lei aveva il cagotto, è andata a cercare le sue pillole in macchina, e allora mio suocero si è impanicato. E’ buffo, perché quando sono in casa insieme lui non la riconosce e vuole scappare da lei o buttarla fuori, ma se quando è in giro lei si allontana lui è terrorizzato all’idea di perderla. E chiede “Dov’è mia moglie?” e noi “Un attimo in macchina, arriva.” “VA VIA???” “No, tranquillo, prende una cosa e torna.”

Due minuti. “Dov’è mia moglie?” “E’ andata a prendere una cosa in macchina.”

Due minuti. “Dov’è mia moglie?” “E’ andata a prendere una cosa in macchina.”

And so on, and so on.

Er Pupone mi fa mezzo sottovoce “Mamma, ma gliel’ho detto un minuto fa, cosa me lo chiede a fare di nuovo?” “Pupone, lo sai che è malato.” “Ho capito, ma gliel’ho APPENA detto! Due volte!” “Non ha più la memoria a breve termine.” “Che cos’è?” “E’ quella parte della memoria per cui se ti pizzico il naso e fra cinque minuti ti chiedo cosa ho fatto cinque minuti fa, tu mi dici che ti ho pizzicato il naso.” “E quindi?” “E quindi se lasciamo il nonno da solo due minuti lui manco sa dove si trova e chiede dov’è la nonna. Ogni volta che tu dici al nonno che la nonna è andata a prendere una cosa e torna subito, la sua testa cancella l’informazione, e a lui torna la paura perché non sa cosa stiamo facendo.” “Oh! Adesso ho capito!” “Prima no?” “No, non avevo ben capito qual era il problema. Ora ho capito VERAMENTE.”

E se ne va a rimuginare sulla memoria a breve termine e sul nonno in tilt, mentre io riacchiappo il nonno che sparisce dietro uno scaffale.

Oppure c’è stata quella volta che eravamo tutti da loro in campagna, e mio marito da su mi fa “Ohi, mi sa che Ranocchietta ha prodotto!” e io “Va beh, dai…” e salendo mia cognata (sì, proprio lei, MIA COGNATA, la maledetta spaccamaroni. SHE’S BACK. E non è cambiata di una virgola) mi fa “Ehm… Stefy… ehm…” “Sì sì, mio figlio ha cagato, non t’infartare.” “Sì ma… lo sai che…” “Ha un pannolino addosso, non è un problema.”, mi fa pure girare le balle. “No, lo sai che mio padre gliel’ha tolto?”

La velocità con cui ho salito gli ultimi scalini non ve la potete neanche immaginare, tipo cinque per volta, nuovo record mondiale di corsa ad ostacoli, arrivo e trovo l’Apocalisse: mio suocero che cerca di infilare un pannolino strapieno nel secchio dei rifiuti biologici (che insomma, il contenuto era biologicissimo, alla fine…), mio figlio di due anni che scende dal gabinetto su cui il premuroso nonno l’ha messo a sedere, lasciando dietro di sè una strisciata innominabile (vediamo il lato positivo: non ci è caduto dentro). Scivolando giù si tiene con le mani, colorandole del colore che potete immaginare, e poi pensa di doversi pulire, giustamente!, e quindi con le sue manine marroni battezza il rotolo di carta igienica e il portarotolo. Tutto questo succede nei due secondi che impiego per aprire la porta del bagno e a prenderlo sotto le ascelle, portandolo sotto la doccia come se fosse una barra di plutonio radioattivo.

Lo ripulisco bene, lo avvolgo in un asciugamano e lo lancio insieme a un pannolino in braccio a mia cognata – la disperazione proprio. “Vestilo!”, lei esegue senza fiatare vedendo l’omicidio nei miei occhi. Io intanto ripulisco la strage al gabinetto.

Mio suocero mi sorride vacuo e dice qualcosa tipo “L’ho portato in bagno”, non so, non si capisce molto quando parla, e io faccio l’unica cosa possibile: gli sorrido di rimando e lo ringrazio sinceramente. Perché lui voleva dare una mano, e anche se ha fatto un casino mostruoso lo apprezzo tanto. Veramente, non mi posso arrabbiare con lui. E’ come quando il Pupone mi ha lavato il cellulare col sapone sotto l’acqua o quando Ranocchietta mi porta caracollando l’enorme pc portatile: lo fanno per gentilezza, meglio di così non sanno fare. Nel loro caso non ancora, in quello del nonno non più.

Un anno fa era ancora un’ombra di se stesso, ormai neanche più questo. E’ un vecchietto pazzo e fragile. Fa fatica a parlare, se lo fa raramente è in tedesco. Ormai perfino io che non ho mai avuto contatti con la lingua comincio a imparare un po’ di arabo: cose che alle mie orecchie suonano come “walla”, “yalla”, “miin”, “hesh ada”. Ripete sempre le stesse domande: chi? Chi è? Dov’è? Cosa?, e sono stupita perché ho sempre pensato che non ci fosse speranza di capire anche solo una parola, invece le capto in mezzo alle frasi e mi faccio dire da mio marito (che non lo parla e sa qualche parola) o da mia cognata (che lo parla fluentemente, imparato all’università) cosa significano, cerco di imparare per poter comunicare con lui. Tanto io posso rispondere il tedesco, se capisce qualcosa capisce anche quello, ma per capire lui.

E niente, magari fra un po’ mi riviene da scrivere qualcosa, ma non è tanto un bel periodo della nostra vita.

I bambini sono stupendi. Ci succhiano l’energia vitale, ma sono anche gli unici a darcene un po’.

Pubblicato da: lastejan | 04/04/2019

Le scarpe, maledizione

Stava per chiudere un negozio, qui in città, un negozio di calzature. Ottime scarpe di marca, in parte anche molto costose, di cui sono spesso stata cliente. “Come?? Chiudete?!” “Eh, sì, a fine gennaio”. Quindi grandissimi sconti, quindi io a gennaio ho fatto incetta di scarpe per me e per i pupi, e un giorno appunto ci sono andata con loro. Il negozio era pieno da scoppiare, si faceva fatica a spostarsi. Faceva un caldo terribile perché avevamo le giacche pesanti, e sono stata felicissima quando ho trovato una pila altissima di scarpe da ginnastica di una marca molto buona e di tutti i numeri. E via: un paio per il Pupo, uno per il Pupino e uno per Ranocchietta. Per il Pupo, piedini di fata, prendo il 37: porta ancora il 36, ma se continua a crescere così è meglio giocare d’anticipo.

Alla cassa la commessa fa il solito controlo rituale: destra/sinistra, numeri. Tutto ok. “Vuole le scatole?” “No, basta il sacchetto.” Tutto dentro, bum.

Stasera di ritorno da basket il Pupo si lamenta delle scarpe: sono piccole, ma insomma, madre, non sai leggermi nel pensiero e ricordarmi di dirtelo? Allora io: TA-DAAA! Tiro fuori le bellissime scarpe giallo limone, perfette per il basket, nuove di trinca!

Le vorrei mettere già nello zaino dell’allenamento, ma qualcosa non mi quadra. Mi disturbano, queste scarpe. Sono alcuni secondi che ce le ho in mano e continuo a scambiarle di posto, perché vorrei metterle nel giusto ordine, sinistra-destra. Le giro, le scambio, le rigiro e poi… l’orrenda scoperta: sono entrambe sinistre!!!! Ma come se ciò non bastasse, una è un 37, l’altra un 35!

Bestemmie, urli, maledizioni in entese, elfico e lingua degli uomini, niente: la cassiera nel mezzo del caos più totale (poi il negozio è rimasto aperto altri due mesi ancora, averlo saputo prima…), le ha controllate meccanicamente e, forse abbagliata dal colore, forse distratta dalle decine di clienti o dai miei figli che saltavano come palline rimbalzine, non ha notato la differenza. Io boh, avevo guardato la scatola e una scarpa. Non le ho guardate entrambe, chissà. Ma poi controllano sempre loro, no? Mi sono fidata.

Ora ci ritroviamo col Pupo senza scarpe per pallacanestro, una sinistra nr. 37 e una sinistra nr.35.

Lo scontrino? Boh. Perso, buttato, non ne ho la più pallida idea, ma anche se ce l’avessi ancora non saprei dove cercarlo.

Domani chiamerò la catena di negozi e farò reclamo. Se non basta, scriverò alla ditta che fa le scarpe, e se non basta, pubblicherò la foto sulla pagina di Facebook cittadina e spero di trovare qualche altro disgraziato che ha due destre 37-35.

Bestemmie, tante bestemmie, ma anche un po’ di ridere.

Pubblicato da: lastejan | 16/01/2019

Di tutto un po’

Non scrivo quasi mai, neh? A volte mi interrogo sull’utilità dei blog, sul senso della loro esistenza ora che sono passati di moda. Io ci scrivo volentieri, perche mi piace scrivere e perché ho bisogno di raccontare quello che mi succede, ma sono anche consapevole del fatto che è una sorta di parlare a voce alta per strada a nessuno in particolare. Questo pensiero e i tanti impegni e problemi che ho ultimamente sono il motivo per cui non scrivo niente da un po’.

In realtà quello che mio marito chiama il mio “esibizionismo” – e che in realtà è… esibizionismo – fa sì che del parlare da sola per strada agli sconosciuti mi importi poco – mi piace raccontare gli affari miei.

Però il tempo è davvero poco: lavoro, figli, casa in disordine perenne (cosa che alternativamente mi ruba il sonno o non mi importa affatto), e ora anche i suoceri malandati. Mio suocero sta molto male, mia suocera ha deciso di essere capace di occuparsi di lui, ma in realtà non lo è e quindi sta male pure lei e lui sta peggio. Ora vediamo se riusciamo a farli aiutare da degli assistenti sociali, ma anche questo significa molto tempo impegnato. Ma va fatto, è importante per tutti, nipotini compresi.

Al lavoro ho i soliti corsi, uno dei quali è così terribile che stanotte ho avuto un incubo in cui ‘ste facce di tolla all’esame mi dicevano “E’ troppo difficile, non lo facciamo”, e io rispondevo “Va bene, allora prendete tutti zero.”, e allora loro sbuffando si mettevano a scrivere. Ero fiera di aver tenuto testa a una classe di 25 enni pieni di boria, ma era terribile pensare che mi odiavano come io odiavo alcuni professori a scuola. Ma in realtà so che non mi odiano (oddio, una in realtà mi sa di sì) ed è comunque un bel lavoro.

Il medio, il signor Pupino, lui sì che ha avuto dei sogni brutti davvero. Le ultime due notti si è svegliato piangendo come un cagnolino abbandonato e addirittura una notte ha dormito con noi – quindi io non ho dormito.

In compenso Ranocchietta, che ormai è più un vitellino di tutto rispetto, dorme benissimo. Quasi sempre si addormenta in braccio a noi sul divano anziché nel letto, ma ci stiamo lavorando. Hanno avuto tutti e tre i loro disturbi del sonno verso questa età e sono sempre passati, passerà anche questo. Ora stiamo cercando di togliergli il pannolino e per ora nel gabinetto ha fatto 3 puzzette e ci ha infilato un piede dentro. La pipì invece l’ha fatta un po’ dappertutto, purché fuori dal gabinetto. E’ carino da morire, gira con un peluches orso, un dinosauro (un brontosauro, per la precisione) e un coniglio e si fa perdonare così le peggio porcherie. La sua specialità è cavarsi dal naso caccole di dimensioni inquietanti e dai colori brillanti e poi offrircele sulla punta dell’indice dicendo “Bleh, cacc(ol)he.”

Il grande è sempre il grande. Intelligente, un po’ spocchioso, molto spepero, sensibile. Domenica ha il suo primo torneo di basket e ieri ha avuto un saggio di tromba, che è andato in modo piuttosto disastroso. E’ stato sul punto di scoppiare a piangere, ma si è ripreso e ha continuato a suonare meglio di prima, e per questo sono molto fiera di lui, credo che stia imparando a sopportare i piccoli fallimenti, a cui è così poco abituato. A scuola ha un nuovo compagno, K., che lo terrorizza perché ha due anni più di lui e si vanta di essere violento, dice un sacco di parolacce e a quanto pare (parola di V., la bambina zen) tutta la classe lo detesta e compattamente non fanno trasparire la loro antipatia per il terrore che lui li picchi. Ah, i bulli, questi esseri deliziosi.

A proposito di bulli: quando ero alle medie c’era un bullo, un ragazzo pluriripetente, altissimo, un po’ sovrappeso, con i capelli biondi e le guanciotte rosse, ma stronzo da morire, che mi faceva molta paura. In generale tenevo testa a tutti, ma lui aveva quello sguardo di ghiaccio da cui si intuiva che non avrebbe avuto problemi a pestare una bambina più piccola di 4 anni.

Beh, adesso è un quarantenne alla mano, i suoi capelli biondi si sono scuriti, dando ancora più risalto alle guanciotte rosse (per quanti anni della propria vita si possono avere le guanciotte? Un mistero della natura!). Ha due figli, una moglie carinissima, ed è vicino di casa di mio padre. “Sai, Stefy, ora M.M. abita sopra di noi. Era a scuola con te, no?” “Sì” – glom. E invece pensa, anche i bulli possono diventare persone normali e cortesi.

Mio padre invece sta avendo una regressione totale all’adolescenza, si è comportato in modo così egoista verso me e i miei pargoli che non ho voglia né di parlarne, né di parlargli, e da una ventina di giorni tengo il telefono di casa staccato per non dovergli rispondere. Il problema è che così neanche mia zia può raggiungermi a meno che non attacchi e la chiami io, e non ho il coraggio di dirle perché il telefono è sempre staccato: sa che mio padre ha esagerato, ma la predica me la farebbe comunque. E chi ha voglia di una predica a 36 anni?

Bon, ho scaricato una buona dose di fatti miei nel nulla, mi posso fermare.

Pubblicato da: lastejan | 20/10/2018

Il Grande Capriccio e il bagno a secco

I “terrible twos” non si chiamano così a caso. Sono quel periodo infernale tra i 18 e i 36 mesi (come la forma di Parmigiano, sì) in cui i bambini, pur conservando l’aspetto esteriore di angelici coniglietti puffolosi, sono posseduti da un demone azteco che si sta vendicando dei coloni europei.

Dopo il talco, l’immancabile saccheggio del labello (ogni bambino deve saccheggiare almeno un labello o la sua infanzia non sarà stata degna di essere vissuta), lo srotolamento della carta igienica e l’apertura del pannolino pieno di cacca sul tappeto, Ranocchietta ha completato con successo due ulteriori tappe dell’essere un tappo: il primo grande capriccio e lo svuotamento di un flacone di [detersivo, shampoo, struccante, profumo]. Inserite voi il prodotto preferito, a patto che sia molto velenoso, molto costoso, molto puzzolente o tutte e tre le cose insieme.

Il Primo Grande Capriccio arriva sempre inaspettato, anche se il comportamento stronzoide degli ultimi giorni avrebbe dovuto metterci in allarme. Capriccetti durante le passeggiate, rifiuti i cibi non abbastanza graditi, prepotenze. Ma in realtà non te lo aspetti mai, e quando succede per prima cosa ti spaventi: “Oddio, come urla! Sta male? Gli fa male qualcosa? Guarda come inarca la schiena, e sbatte le gambe, deve avere dei dolori atroci! O povero piccino, vieni q… no, non mi picchiare! Ma hai visto? Mi picchia! No no, tesoro, sono io, sono la m… AHIA! Ma è fuori? Chiamiamo il medico, è impazzito!”

Non è impazzito: è stronzo. Solo che tu non lo sai e ti preoccupi da morire, perché queste scene sono fatte apposta per demolirti dall’interno e obbligarti a cedere. Al primo figlio ancora non sai cosa sia e chiedi aiuto a parenti, amici, anche al pediatra: signora, sono capricci. Non lo assecondi, non lo rimproveri, lo ignori e stia solo attenta che non si faccia male.

Allora tu ti costringi a resistere alle lacrime e agli urli, al lancio di oggetti, alla schiena inarcata in un parossismo di sofferenza dell’anima: non ha niente, è solo un capriccio, non ha niente.

Alcuni cedono alle lacrime, si sciolgono, concedono e permettono, e alla fine diventano due perfetti genitori ammaestrati a cui basta un labbruzzo sporto all’infuori o un respiro trattenuto un po’ a lungo per prostrarsi ai piedi del pargolo e obbedirgli. Mission accomplished, bambino, batti cinque.

Altri cedono alla violenza, perché bisogna ammettere che ti fanno venir voglia di spolverare loro il sedere col battipanni, e anche lì il risultato, si sa, è catastrofico. Non c’è neanche bisogno di parlarne, no?

Se resisti è una strada lunga e difficile, ma alla fine avrai un bambino equilibrato, il miglior premio che si possa ricevere. Uno che sa accettare rifiuti e sconfitte, per dire. Roba rara.

Al primo grande capriccio del secondo figlio, il dubbio che stia male dura pochissimi secondi, poi ti ricordi: ah, giusto. Vai, figliolo, urla più che puoi, sbatti i piedini e contorciti. Dai, che puoi urlare più forte di così, fammi vedere cosa sai fare.

Al terzo, figuriamoci.

Così ieri Ranocchietta di ritorno da una passeggiata ha fatto il suo Primo Grande Capriccio e, dal suo punto di vista, è stato un fiasco: c’erano gli urli belluini, le lacrime, i contorcimenti, le gambe che sbattevano senza posa, la schiena inarcata!, il moccio, i singhiozzi… niente. La madre insensibile usciva ed entrava dalla stanza e il padre degenere non se ne è neanche quasi accorto. “E’ successo qualcosa?” “Naa, capriccio”.

Perfino i fratellini, allarmati, dopo una breve spiegazione (“capriccio”) si sono seduti sul divano e hanno assistito allo spettacolo da circo offerto gratuitamente dal piccolo. Solo il Pupino, non avendo mai visto una cosa così da spettatore, si è impietosito e ha provato ad accarezzarlo per calmarlo, ma i pugni e i calci rotanti che volavano l’hanno presto convinto ad allontanarsi.

Alla fine singhiozza solo. “Finito il capriccio?” “Sì.” “Bene, dai, andiamo a lavare la faccina. Vuoi un grissino?” “Sì.” Bon, finita.

Oggi ci ha riprovato a pranzo: non voleva pane, solo formaggio e prosciutto. Dopo dieci minuti di urli e minacce (giuro, ci minaccia col ditino), ha rinunciato e si è mangiato anche il pane.

Però si vendica, inconsapevolmente, con quelle azioni per cui vorresti iscriverli a un asilo diurno e notturno per i prossimi due anni, per non doverci passare: “Qua qua.”, e mostra contento il flacone del bagnoschiuma per bambini. La faccia è lucida, le manine anche, quindi… se l’è bevuto. Corsa in bagno, bestemmie contro chi produce i bagnoschiuma al sapore di “tuofigliolovorràbere”, lavaggio di faccia e mani, infine messa in sicurezza del bagnoschiuma. Dove?? Dove cavolo lo metto? Qualunque “in alto” esista in casa è ricoperto di oggetti e flaconi fragili e pericolosi. Dove?? Sul piattino del sapone nella vasca, ok.

Poi tutto cuccioloso viene da me, mi sale in braccio, io lo accarezzo e scopro che le gambe sono appiccicose… se l’era spalmato su tutto il corpo! Di nuovo in bagno, lo infilo direttamente nella vasca, lavo, asciugo, rivesto e infine… scopro che i miei pantaloni sono ricoperti anch’essi di una patina appiccicosa e al profumo di melone.

E niente, ora sparisco nuovamente perché sta cercando di aprire una banana con il forchettone degli spaghetti.

Pubblicato da: lastejan | 17/09/2018

Talco e follia

Tempo fa una famosa ditta produttrice di talco in America è stata condannata come responsabile del cancro di un sacco di suoi clienti. Orrore. Insomma, chi non usa il talco? Ne uso pochissimo e giusto in estate, stando bene attenta a non respirarlo perché la zia quando ero piccola diceva sempre “Non respirarlo che fa male” (non c’era bisogno di un tribunale americano, bastava un minimo di cultura generale, vabeh). Ne metto poco poco sul sedere di Ranocchietta perché tende ad arrossarsi e gli piace tanto. Non glielo faccio respirare e lo faccio giusto un paio di volte alla settimana.

Ecco, un minimo di paranoia, ma ce l’abbiamo in casa.

Quindi immaginatevi il terrore che mi ha presa quando ho trovato Ranocchietta seduto per terra, in pannolino, impegnato a cospargersi di talco: dal petto in giù ne era ricoperto e sguazzava coi piedini in una nuvola bianca.

“Maledetto disgraziéto!”, ho ululato, togliendogli il flacone di mano, e poi non sapevo che fare: aspirare per terra e docciare il bambino? Aspirare il bambino e poi per terra? Come cavolo si fa sparire tutto senza che lui se lo inali peggio del famoso erede di una ricca famiglia italiana alle prese con una montagna di bamba?

Ho preso Ranocchietta sotto le ascelle, l’ho scosso un po’, poi ho cambiato tattica e l’ho imbracciato, spolverandolo con la mano. Sembrava di stare nella nebbia in Val Padana. Gli ho lavato le mani, poi l’ho depositato lontano dal luogo del disastro e ho passato l’aspirapolvere come se non ci fosse un domani, concludendo con una passata di straccio umido per togliere l’alone pallido sul pavimento.

E poi arriva lui, candido (in tutti i sensi), e guarda speranzoso il flacone di talco ormai fuori portata – lo era anche prima, ma si arrampica come un ninja – e allora io lo guardo con gli occhi fuori dalla testa e gli grido: “Guarda che disastro! Ma sei matto?!”

Lui: “Sì.”, e se ne va trotterellando in pannolino.

Pubblicato da: lastejan | 03/09/2018

Il dente

“Guarda come balla questo dente: balla così tanto che secondo me cade fra un minuto!”

Il medio ha il suo primo dente che balla e oscilla tra il depresso e l’agitato, per dirla con Hugh Grant. “Mamma, cade di sicuro oggi!” e poi “Non voglio essere senza denti! Se mi cade non posso più parlare né mangiare!”, panicoppaura.

Se lo spinge avanti e indietro con la lingua, come è inevitabile, e spesso anche con le dita, e diciamo che no, non lo deve fare, ma in fondo chi di noi ha mai resistito?

Per consolarlo dai suoi timori di rimanere sdentato gli ho rifilato la storia che perdere denti è una cosa da Bambini Grandi. Non se la beve, neanche se gli faccio vedere i nuovi Denti da Grandi di suo fratello grande. “Io non voglio altri denti, voglio questi. Mi servono per parlare.” Irremovibile. Poi si ricorda che se mette un dente sotto il cuscino, il topo gli porta qualcosa, e allora trova di nuovo fantastica l’idea che stia per cadere.

Grandi dilemmi in casa Lasté.

Pubblicato da: lastejan | 29/08/2018

Il ripasso

“Ora suono la tromba. Non l’ho mai suonata in vacanza, che vergogna! E dire che quest’estate volevo ripassare: scrittura, matematica e tromba. E invece ho solo scritto un sacco. Devo recuperare.”

Si mette lì e comincia a suonare. Benino, per uno che da due mesi non tocca lo strumento. Glielo dico, anche. Ma qualcosa non va: l’esercizio, che già non veniva a inizio estate, non viene neanche adesso, i fratellini rompono le scatole e lui…

… Cambia stanza, lo sento che piange di stizza e frustrazione. Lo trovo che mette via la tromba e singhiozza. Me lo prendo in braccio, nonostante ormai sia come prendere in braccio un quindicenne, vista la taglia (ma sono solo otto, siore e siori, ricordiamolo al gentile pubblico). “Allora?!” “Non mi viene niente! Markus ha detto che in estate dobbiamo ripassare tutto quello che abbiamo fatto fino alla marcia militare!” “E cosa ti credevi? Non suoni da due mesi! Sai quando dicono “blabla è come andare in bicicletta, non lo scordi mai”… ecco, la tromba NON è una bicicletta.” “Ma io… io… non mi ricordo come si fanno il la e il si bemolle!” e giù lacrime.

E quindi da domani scrittura, matematica e tromba, che qui ne va del suo orgoglio.

Pubblicato da: lastejan | 27/08/2018

Fine estate e ferite di guerra

Di cose ne abbiamo fatte: un paio di montagne, raccolta di fragole e lamponi, marmellate, rettilario, parchi vari, tanti bagni, ieri il circo (che odio e mi ha messo addosso una tristezza indicibile, ma una promessa è una promessa), musei all’aria aperta, escursioni di vario tipo. Mi sembra sempre troppo poco, forse perché vorrei fare troppo, ma il mio ideale è quello di una persona con tre bambini camminanti, e invece ne camminano solo due e mezzo. Stiamo eliminando il passeggino, ma ancora un po’ Ranocchietta ha il diritto di accovacciarsi a terra e rifiutarsi di proseguire, e io ho il diritto di accorciare i percorsi per non doverlo portare in braccio.

Abbiamo ancora davanti a noi una gita su un monte friulano, anche meta di pellegrinaggio, ma certamente non il nostro, dove si sale con la cabinovia e fanno ottime tagliatelle al sugo di cervo. Voglio ancora andare al museo cittadino e provare a fare salire tutti e tre i nani sulla torre campanaria. Non siamo stati ancora al mega modellino di treni, una mancanza a cui devo rimediare se non voglio essere privata del titolo di madre.

Mi chiedo quali siano le cose di cui si ricorderanno i bambini delle nostre estati. Io mi ricordo dei giri infiniti in bicicletta intorno all’albero del piazzale sotto casa. Di più non potevamo fare perché abitavamo sulla statale e quello era l’unico posto. Mi ricordo delle fontanelle di acqua gelida e buonissima in montagna e dei balconi straripanti gerani. I parchi giochi, soprattutto i girelli, e andare così in alto sull’altalena fino a rischiare di fare il giro (mi sembrava). Quelle rarissime volte al circo – anche se già allora mi metteva tristezza – e le telefonate serali a mio papà dalla cabina telefonica, che se avanzavano 200 lire potevo chiamare la mia migliore amica. Il caldo terribile e le cicale che non stavano mai zitte, le rondini che cinguettano ininterrottamente dietro le nostre persiane, sempre accostate per non fare entrare il caldo. E leggere, leggere, leggere in continuazione.

Il Pupo legge in continuazione. Il Pupino comincia a interessarsi, anche se non ha la costanza di stare tanto seduto a leggere. Sarà perché non sa ancora leggere, deve essere frustrante, però sia lui che Ranocchietta ogni tanto si siedono e si guardano un libro dalla prima all’ultima pagina.

Disegnano in continuazione: Ranocchietta scarabocchi monocromatici che sconfinano su tavoli, fogli dei fratelli, pavimenti. Il Pupino ama ritagliare quello che disegna, quindi abbiamo navi da crociera e camion dei pompieri ritagliati un po’ ovunque. Il Pupo ha la vocazione da Torquato Tasso, ma in versione Uderzo&Goscinny: sta lavorando da settimane a una monumentale avventura di Asterix e Obelix, in cui sostanzialmente succede la stessa cosa che succede sempre nelle loro avventure, cioè arrivano i Romani e loro li pestano e infine i Galli festeggiano. Però siccome un numero di Asterix deve avere tante pagine, succede tutto a ripetizione: quanto è bella la Gallia, arrivano i Romani, pestiamo i Romani, festa. Tornano i Romani, pestiamo i Romani, festa. Andiamo a passeggiare nel bosco dopo la festa, incontriamo i Romani, li pestiamo, festa. I Romani si vogliono vendicare, li pestiamo, festa. In pratica mio figlio convalida tutte le teorie di Propp sulla struttura fondamentale della fiaba “situazione iniziale, rottura dell’ordine delle cose, missione, vittoria dell’eroe”. A volte il Pupino cerca di imitarlo e non solo copia i personaggi, ma anche i fumetti in sè, e siccome non sa scrivere copia le parole come se fossero immagini, un po’ come quelle istruzioni per l’uso scannerizzate dai cinesi che producono frasi fantasiose come “TIPAPE IA IEVA PEP USAPE DISPOSLTIUO” e tu non sai se ridere o piangere.

Tutti e tre sono pieni di lividi e graffi conquistati nei modi più disparati. Il Pupino è sempre il maestro delle botte in testa, adesso ha ancora le tracce di una testata contro un tavolo da ping pong. Il Pupo è pieno di lividi causati dalla sua lunghezza spropositata che lo fa sbattere contro spigoli e maniglie mentre cerca di riprendere le misure al mondo circostante a ogni balzo di crescita. Ranocchietta è quello con le robe peggiori: si è grattugiato un avambraccio sull’asfalto e poi lottando coi suoi fratelli si è aperta la crosta liberando fiumi di sangue e creando una crosta ancora più orribile. Brr. E poi ha cercato per gioco di appendersi a suo fratello medio, strangolandolo, e così il San Bernardo che è nel Pupo l’ha fatto balzare in sua difesa: l’ha spintonato e gli ha chiuso la porta sul mignolino del piede, cosa di cui poi si è amaramente pentito. Unghia rotta, poi staccata, aaah, orrore, una delle cose più brutte mai viste sui bambini. Ora dovrebbe rispuntare quella nuova. Lui ci guarda e fa “Bleah.”

E bon, vediamo come sarà il resto dell’estate. Dopodomani si festeggiano i due anni di Ranocchietta e il dieci di settembre ricomincia la scuola, nonché l’ultimo anno di asilo del Pupino e l’ultimo a casa di Ranocchietta. Sarà un anno interessante.

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